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‘Taxi Teheran’: lettera aperta a un regime

Perché è importante rivedere oggi il film del 2015 di Jafar Panahi

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Taxi Teheran

Taxi Teheran, girato nel 2015 dal regista iraniano dissidente Jafar Panahi, è un gioiello prezioso. Per diversi motivi, a partire dalla sua travagliata genesi, passando per ciò che racconta, fino ad arrivare al periodo di forte tensione politica e civile che la Repubblica islamica dell’Iran sta attualmente vivendo.

Taxi Teheran è la voce libera di un regista che è stato condannato a sei anni di prigione nel 2010, con il divieto di girare film per altri venti, e di lasciare il proprio paese. Sul finire del 2025, poi, un’altra condanna, in contumacia. Questa volta a un anno di carcere, con divieto di espatrio, per il reato di attività di propaganda contro lo Stato.

Nel film Panahi ha scelto di mostrare la realtà, nella sua complessità, nelle sue brutture e nella sua tragicità. Ha scelto di dare volto, voce, identità a un regime che affama, reprime e uccide. Un regime che proprio nelle ultime settimane si sta rendendo responsabile di efferati crimini, nell’impunità dell’oscurità favorita da un blackout su Internet e telecomunicazioni. Quasi tremila vittime (e il conteggio sarebbe di gran lunga superiore), la maggior parte giovanissimi, che hanno riempito le strade della capitale per protestare e far sentire la propria voce, su vari temi, come quello dei diritti umani, libertà e migliori condizioni di vita.

Taxi Teheran diventa allora un film necessario da vedere, per non dimenticarsi di puntare l’attenzione laddove tanto viene fatto affinché non vi sia.

Cinema e resistenza: quando il silenzio fa rumore

L’intento dell’affabile Panahi alla guida, affatto esperta, di un taxi per le strade di Teheran, è immediatamente riconoscibile. E la videocamera di sorveglianza del veicolo stesso, che diventa cinepresa, è un indizio importante negli intenti e obiettivi di narrazione: l’oggetto è il perno del collegamento tra finzione e realtà, tra rappresentazione e vita, che attraversa invero tutto il film.

E che condivide un messaggio chiaro, diretto: se il regime vuole silenziare Panahi e sottrargli i mezzi per fare cinema, il regista ne trova di nuovi, e porta avanti il suo lavoro, politico ed umano: mostrare ciò che succede, nella forma in cui appare.

Tra sorrisi, scambi di battute, silenzi, e ammissioni di realtà, la vita si mostra e affiora tra le scene, all’interno del taxi guidato da Panahi. Nessuna reticenza, nessun abbellimento delle esperienze umane, nessun segno di timore. Qualunque personaggio che sale sul taxi esprime le proprie convinzioni, le proprie idee, la propria visione del mondo. Questa viene ripresa in silenzio, ma costantemente: diventa così atto di testimonianza di ciò che è il pensiero del popolo iraniano, le sue storie e credenze.

Nessuna censura interviene sulla possibilità di espressione, ed è forse già questa la più grande conquista ed espressione di libertà di cui il film si fa portatore. Il regime e la sua violenza rimangono fuori dal taxi, sono modalità di controllo e repressione confinate all’esterno del veicolo: Panahi riesce a creare uno spazio protetto, nel quale poter osservare la realtà, indagarla e riflettere. Questo spazio non è esclusivo, bensì è in grado dir accogliere chiunque, rimodellandosi nella sua unicità, pur sempre rimanendo se stesso: strumento di resistenza di fronte all’oppressione.

Censura e paura: uno sguardo sull’Iran

L’Iran che mostra Taxi Teheran è una realtà stratificata nella sua complessità. Ad emergere sono convinzioni retrograde, patriarcali e violente di un uomo che inneggia alla pena di morte per i ladri. Ci sono poi le idee miti di una donna che di mestiere fa l’insegnante e crede fermamente che a formare la personalità di un individuo sia l’ambiente nel quale costui o costei si trova a vivere. Ad affiorare sono ancora le forti credenze religiose di due anziane, che si recano a una fonte miracolosa; fino ad arrivare al personaggio-luce dell’amica di Panahi. Una coraggiosa avvocatessa che con il regista ha condiviso momenti duri, di carcerazione (Panahi nel ben noto carcere di Evin) e tortura, al fine di difendere le proprie idee di libertà.

Si tratta di un miscuglio assortito, che rappresenta bene le diverse anime del popolo iraniano: dalle più estreme, a quelle moderate, per arrivare a quelle disilluse, e pure quelle impegnate. Tutte più o meno vincolate alla loro limitata libertà da un fenomeno odioso, quello della censura.

Panahi affronta il tema grazie ad un personaggio-ponte, ovvero quello della nipote Hana, una bambina, anch’essa passeggera del taxi, sveglia e vivace. Hana ha già le idee chiare: le piace filmare ciò che accade nel suo mondo, ma sa che deve farlo seguendo delle regole precise, ovvero quelle dettate dalla censura, e che le sono state trasmesse a scuola. Ad esempio, nei film non ci deve essere violenza, le donne devono sempre indossare il velo, e non ci devono essere contatti tra individui di sesso differente. Cinema a servizio della finzione, della mistificazione e dell’irrealtà.

Ancora una volta Panahi non punta il dito contro il regime, ne mostra invece le modalità di controllo, così pervasive, che vengono impartite fin dall’infanzia.

Lettera d’amore al cinema

Taxi Teheran, attraverso dialoghi solo apparentemente casuali, fa emergere le contraddizioni, le paure, le idee e i timori di un popolo. L’intento è sempre quello di mostrare, attraverso il mezzo privilegiato della cinepresa, per raccontare: una testimonianza attiva e un esercizio di protesta pacifica.

Il cinema è per Panahi uno strumento di presenza, ascolto attivo, e rivendicazione di spazi fisici e mentali. È il mezzo attraverso il quale opporsi al regime, senza l’uso della violenza. Per antitesi, a riprendere la realtà è una videocamera di sorveglianza, oggetto simbolo di perdita di libertà e repressione, specie se utilizzato da regimi e forze di polizia non democratiche. Attraverso quello sguardo, che in questo caso non esercita oppressione, Panahi mostra la propria idea di libertà, che rifugge da qualunque tentativo di silenziamento politico.

Taxi Teheran si può definire una vera e propria lettera d’amore indirizzata al cinema. “I film andrebbero visti tutti”, afferma Panahi, indicando qualcosa di specifico: evadere dalla realtà che viene mostrata, ed osservare cosa si cela dietro. Si tratta di un insegnamento importante, specie agli occhi della piccola Hana, di fronte ai quali zio Jafar non critica mai apertamente il regime. Si occupa invece di demolirne certezze e convinzioni dalle fondamenta, mostrando un’altra via possibile, oltre la violenza.

Una lettera d’amore, che somiglia più a un grido di libertà, firmata idealmente in primis dal regista, ma non solo. In onore del cinema si esprime anche l’amica di Panahi, Nasrin Sotoudeh, avvocata per i diritti umani, vigile osservatrice della realtà che la circonda. È lei a poggiare una rosa rossa sul parabrezza dell’auto, vicino alla videocamera di sorveglianza, perché “sulla gente del cinema si può sempre contare”, dopo aver esplicitato di aver capito cosa stesse facendo Panahi. Ovvero girare un film, sia pur in forma clandestina.

Taxi Teheran

Taxi Teheran, Jafar Panahi

Sul finale: tra consapevolezza e speranza

Il taxi guidato da Panahi conclude la sua corsa alla fonte sacra presso la quale due passeggere anziane intendevano recarsi per liberare i loro pesci. Panahi e la nipote Hana scendono dal veicolo per restituire loro un borsello che avevano dimenticato in auto.

In pochi minuti, alcuni uomini irrompono nel taxi, e distruggono la videocamera di sorveglianza/cinepresa. Il film termina, a evidenziare la volontà di un regime di zittire (quegli uomini potrebbero essere agenti governativi), e al contempo – seguendo la linea narrativa tutta giocata sull’antitesi tra realtà e rappresentazione – la necessità e l’importanza del film stesso, che fino alla fine s’impegna a rimanere libero.

Fino allo spazio deputato ai titoli di coda, nel quale si può leggere: “Il Ministero dell’Orientamento Islamico approva i titoli di coda dei film distribuibili. Con mio grande dispiacere questo film non ha titoli di coda”.

Il regime, ancora una volta, non è riuscito a piegare l’intento civico e morale del film e le idee del suo regista. Ha dimostrato piuttosto i suoi scopi e le sue modalità di azione. E d’altra parte, il cuore e l’anima di chi gli resiste, affermando la possibilità creativa di spazi di libertà, per sé e per gli altri.

Taxi Teheran si è aggiudicato l’Orso d’oro come miglior film al Festival internazionale del cinema di Berlino. Il premio è stato ritirato da Hana, nipote di Panahi, in quanto al regista era proibito lasciare l’Iran.

Taxi Teheran

  • Anno: 2015
  • Durata: 82'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Iran
  • Regia: Jafar Panahi