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Incipit Carmelo Bene

Incipit Carmelo Bene, ovvero l’inizio di un discorso pressoché infinito, quello che il grande attore ha portato avanti lavorando su sé stesso fino alla morte, raccogliendo nella sua casa romana oltre 7000 volumi e una vasta quantità di materiale di cui Luca Buoncristiano e Francesca Rachele Oppedisano hanno avuto l’onore di farne un archivio il cui sommo valore, per beghe giudiziarie e lotte ereditarie, potrebbe non venir mai alla luce, non divenir mai di pubblico dominio.

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Incipit Carmelo Bene, ovvero l’inizio di un discorso pressoché infinito, quello che il grande attore ha portato avanti lavorando su sé stesso fino alla morte, raccogliendo nella sua casa romana oltre 7000 volumi e una vasta quantità di materiale di cui Luca Buoncristiano e Francesca Rachele Oppedisano hanno avuto l’onore di farne un archivio il cui sommo valore, per beghe giudiziarie e lotte ereditarie, potrebbe non venir mai alla luce, non divenir mai di pubblico dominio.

Di quel luogo (ora spogliato di tutto per volontà testamentarie), più un merzbau di quarantennale fattura ed una postazione creativa – nella volontaria ricerca di evitare la luce solare e di annullare i rumori dell’esterno – che un’abitazione di residenza, ci dà testimonianza “Frasi, chincaglierie, ricordi in grumi”, breve lavoro di Giorgio De finis, girato nell’estate del 2002 tra i pesanti tendaggi, le tappezzerie, il marmo nero, le statue, le immense scaffalature, le foto di scena, i nastri, gli alcolici e quanto altro ruotava intorno all’universo artistico di Bene.

Dell’importanza della ricerca attoriale di Carmelo, invece, è soprattuto la sua voce a farla da padrona nella serata organizzata al Detour. Quella voce capace di affrancarsi dalla rappresentazione, dalla recitazione, dalla perfetta esecuzione, per farsi sempre sorpresa, vivida irruzione del momento presente, ogni volta unico ed inafferrabile.

Ed è nella poesia che questo emergere della voce come “dirsi”, senza riferirsi al già scritto o al concettuale, ma inserendosi tra gli anfratti non previsti, si fa più evidente.

La poesia dimenticata di Dino Campana, quella al centro dello spettacolo organizzato da Carmelo Bene, in collaborazione con la chitarra classica di Flavio Cucchi, al palazzo dello sport di Milano nel 1982, e rivisitabile oggi grazie alle riprese di Raoul Bozzi.

Nell’isolar pochi elementi essenziali – un corpo lasciato nella semi-immobilità, una minima gestualità delle mani ed al contempo un multiforme variare delle linee della bocca – lasciando nell’oscurità tutto il resto, ecco che, se la camera rimane fissa, è proprio la voce a muoversi libera, beffandosi d’ogni linearità e divenendo guida e protagonista assoluta dello spettacolo.

Salvatore Insana


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