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Diario di un curato di montagna

Tra i borghi di Cerqueto, Intermesoli, Pietracamela, alcuni dei luoghi recentemente scossi dal terremoto abruzzese, vive ed opera da alcuni anni un giovane prete di origine campana, Filippo Lanci. Stefano Saverioni ha seguito per circa 3 anni le sue vicende, e ne ha fatto un documentario al cui cospetto ci si accosta come davanti al racconto di un viaggio individuale

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diario di un curato di montagna

Tra i borghi di Cerqueto, Intermesoli, Pietracamela, alcuni dei luoghi recentemente scossi dal terremoto abruzzese, vive ed opera da alcuni anni un giovane prete di origine campana, Filippo Lanci. Stefano Saverioni ha seguito per circa 3 anni le sue vicende, e ne ha fatto un documentario al cui cospetto ci si accosta come davanti al racconto di un viaggio individuale, un percorso di crescita interiore tutto giocato sulla dialettica tra il racconto che Don Filippo fa di sé e l’accurata scelta, nella più grande cura formale, di simboli e riferimenti a quel mondo sacro che viene preso sempre come punto di riferimento del discorso.

Dall’epica dell’ imbranato che, solo ed incerto, scala in panda i tornanti nevosi dell’Appennino, senza sapere bene il perché della sua scelta (partire senza un perché e trovarlo nel “durante” è poi certo anche ciò che contraddistingue un certo fare cinema, quello più nomade e libero da predisposizione aprioristiche), sino alla raggiunta serenità d’una missione e d’una fede conquistata stando faccia a faccia con la solitudine e la crisi più intima, la storia di Don Filippo è segnata da una ricerca interiore che trova la sua forza nella fermezza del doversi rapportare a sé stesso più che agli schematismi di chi giudica facilmente dall’esterno.

Così Don Filippo spiazza la gerarchia dei ruoli e si mostra dotato d’ umorismo lontano dalle sembianze quaresimali del clero ufficiale; così si fa vedere in quanto fotografo e pittore, non negandosi lo spazio per una ricerca che l’etichetta della sua carica spesso nega.

Così, se il primo entusiasmo è quello di vestire una divisa – il farsi prete come modo per trovare la sua dimensione di ritualità e la sua esigenza di assegnarsi un senso – il passo più lungo e delicato è trovare dentro questo ruolo qualcosa in più.

Saverioni opera con uno sguardo laico, mantenendosi a distanza dallo scottante materiale umano a disposizione; eppure fa del suo lavoro un’apertura alla possibilità d’un approccio diverso alla vita, quello che sta nella ricerca più assoluta della spiritualità, ovvero il percorso di chi ha trovato il suo orizzonte di senso proprio nel legarsi a Dio. Intorno a questa insolubile questione si situa il riferimento, nel metodo, al romanzo di Bernanos, e nello stile, al capolavoro di Robert Bresson (Diario di un curato di campagna), in quanto tentativi esemplari di confrontarsi con quella “tendenza ad alzarsi” che Saverioni indica come consustanziale ad ogni individuo.

Salvatore Insana


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