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Non Tacere. Don Roberto e la scuola 725

Il ’68 romano non fu solo quello delle lotte studentesche e delle rivendicazioni operaie.

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Il ’68 romano non fu solo quello delle lotte studentesche e delle rivendicazioni operaie. Altri fermenti crescevano ai margini della metropoli. Nella zona dell’Acquedotto Felice centinaia di famiglie costrette all’emigrazione forzata verso la città, in cerca di lavoro e vita civile, furono costrette ad accamparsi in una baraccopoli che oggi risulterebbe difficile immaginare (ma di cui ci sono ancora omologhi diffusi, tra gli immigrati stranieri e non solo…).

Un giovane prete, Don Roberto Sardelli, decise di praticare il messaggio cristiano con un coraggio che seppe far a meno di tutte le prescrizioni gerarchiche del mondo ecclesiastico. Si stabilì tra i baraccati e coinvolse i bambini in una esperienza di scuola lontana dalle pratiche statali ed anche da quelle assistenziali-caritatevoli di certa Chiesa ufficiale.

Nacque la scuola 725, un vero laboratorio formativo, che, al nozionismo sterile e alla sudditanza ai grandi eventi di cui il sistema educativo “borghese” a volte è portatore, sostituì un metodo più diretto ed ampio, capace di portar alla luce con consapevolezza lo stato di povertà al quale in quei luoghi si era costretti, e capace di formare menti pensanti anche tra chi, nei luoghi istituzionali, era additato come sottosviluppato.

Non con l’elemosina dunque, ma attraverso i passi e le parole dei bambini del “ghetto”, si sviluppò il progetto di Non Tacere, libro di testo non imposto dall’alto, ma scritto dai baraccati stessi con il sostegno di Don Sardelli. E nel ’73, a compimento d’un lungo percorso di crescita, fu scritta una lettera al sindaco, per denunciare come il problema abitativo fosse ancora lontano dall’essere risolto.

Il documentario di Fabio Grimaldi racconta questa storia, ritornando sugli stessi luoghi, e ricostruendo con l’aiuto del materiale che Sandro Portelli girò in quegli anni, quella che per tanti fu un’occasione di riscatto e di presa di coscienza.

Attraverso l’appassionata partecipazione dello stesso Don Sardelli, e di tanti tra quelli che furono suoi allievi, e che oggi son riusciti a riscattarsi da quell’esperienza di miseria estrema, Grimaldi non si ferma alla celebrazione del passato, ma trova nell’oggi una doverosa continuità di percorso. I disagi d’un tempo non hanno trovato vera soluzione, Roma resta sempre piena di “baraccati sociali”, di disparità forse ancora più ambigue d’un tempo. Così il progetto di Non tacere è rinato negli anni dell’amministrazione Veltroni come possibile via per denunciare di nuovo e dal basso la precarietà del lavoro, il degrado della cultura ridotta a spettacolo e lo stato di crisi della politica.

È nella capacità di leggere il nostro presente, quello fatto d’azioni quotidiane e quello mediato dalle immagini, che sta forse l’arma per risvegliarsi dal proprio stato di subordinazione e non tacere, ancora una volta.

È in un uso diverso, “povero”, indipendente, del linguaggio, come quello che questo lavoro ci propone, che sta forse la possibilità del cinema di non asservirsi al puro intrattenimento e dire ancora qualcosa di coraggiosamente spiacevole.

Salvatore Insana

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