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Schifanosaurus Rex

A dieci anni dalla morte, Franco Brocani omaggia il suo caro amico Mario Schifano, sovversiva ed ancora misconosciuta figura d’artista alle prese con la modernità.

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A dieci anni dalla morte, Franco Brocani omaggia il suo caro amico Mario Schifano, sovversiva ed ancora misconosciuta figura d’artista alle prese con la modernità. Associandolo ad un animale in gabbia, nutrito dall’ossessione dell’arte come sogno del possibile oltrepassare d’ogni sistematicità, Schifano diventa colui che è sempre pronto ad azzannare ciò che gli si presenta davanti, tranciandone e ridefinendone i confini per poi, con spirito infantile e giocoso, lasciarlo andare scosso e mal ridotto.

Brocani, per sua stessa ammissione, piuttosto che ripercorrere i passi di una biografia legata meramente a dati oggettivi, costruisce una “mitografia impersonale”nella quale ci si inoltra senza sentimentalismo e con il sospetto di trovarsi davanti ad un’idea, un simbolo più che ad una figura umana. La sua è un’opera che si giova di spinte centrifughe, oscillando tra il saggismo e la video-arte, non delimitando Schifano dentro una piatta storiografia, ma facendo debordare la sua irruenta genialità oltre la descrizione del vissuto.

Con rimandi ad altre figure fuor di norma (Picasso, Picabia, Goethe, Blanchot…) ed una scrittura cinematografica che sovrappone traiettorie diverse eppure coesistenti, Brocani crea un film assai stratificato ed al contempo libero di non seguir come linea guida – nel solco del pensiero dello stesso Schifano – nient’altro che quella coerenza fatta di volontà piuttosto che di moralità, fatta di illuminazioni del momento piuttosto che di logica causalità, fatta di rimandi e di aggressioni all’unità dell’opera piuttosto che di cura didascalica del materiale impiegato.

La voracità del dinosauro carnivoro, macchina perfetta eppure rapida ad estinguersi è qui emblematicamente citata tra schegge impazzite e irriverente flusso di coscienza, sperimentando inedite associazioni di pensiero, in un dichiarato e vorticoso dialogar tra immagine, sua assenza, suo ricordo, e parola scritta, letta, recitata.

Per concludere, citando Van Gogh: Fare sempre quello che non si sa fare, per imparare a farlo.

Salvatore Insana

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