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Trieste Film Festival

‘My last year as a loser’: i 30 sono i nuovi 15

Il lungometraggio di esordio di Urša Menart, proiettato al Trieste Film Festival, racconta con ironica disillusione le difficoltà di una generazione incastrata in un limbo tra adolescenza ed età adulta

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'My last year as a loser', proiettato al Trieste Film Festival, racconta le difficoltà di una generazione tra adolescenza ed età adulta

L’opera prima della regista slovena Urša Menart non risparmia nessuno. Con il suo sguardo disilluso, la regista porta sullo schermo un’analisi lucida di tre generazioni e del loro rapporto con lavoro e carriera, sogni e ambizioni. Proiettato alla 37esima edizione del Trieste Film Festival nella sezione “Wild Roses”, My last year as a loser arriva ancora dritto allo stomaco (nonostante siano passati otto anni dalla sua uscita) per la semplicità con cui affronta uno dei temi più discussi e complicati degli ultimi 20 anni.

My last year as a loser: tornare giovani o esserlo sempre stati?

Špela, interpretata dalla impeccabile Eva Jesenovec, è una ventinovenne laureata in Storia dell’Arte che, come tanti e tante, lotta per trovare un impiego stabile nel suo campo di studi. Intanto, la ragazza lavora part-time come receptionist di una galleria d’arte e bagnina in piscina.

Quando l’opportunità a tempo pieno in Galleria viene affidata a un’altra persona, e il fidanzato, Andraz (Jurij Drevensek), decide di accettare un’offerta a San Francisco, Špela è costretta a lasciare il suo piccolo appartamento per tornare a casa dei genitori e della nonna. Sola e in difficoltà economiche, la protagonista regredisce a uno stato adolescenziale dal quale – forse – non era mai uscita. L’entrata nei fatidici 30, quindi, parte con un lavoretto come cameriera/barista, un’amicizia con un piccolo spacciatore d’erba che abita nel palazzo dei suoi genitori e notti di bagordi con la sua collega più giovane Suzi (Živa Selan).

La regista e sceneggiatrice Urša Menart riesce a mantenere una coerenza narrativa e visiva. L’adolescenza eterna e l’infantilizzazione sono espresse anche attraverso l’utilizzo di colori pastello accesi e vividi, come l’azzurro. Špela sfoggia abitini a fiori o larghe felpe con jeans e una lunga chioma di capelli che non taglia dalle medie.

'My last year as a loser', proiettato al Trieste Film Festival, racconta le difficoltà di una generazione tra adolescenza ed età adulta

Tre generazioni a confronto

My last year as a loser racconta efficacemente le disillusioni di tre generazioni, che a modo loro affrontano il mercato del lavoro. La protagonista, insieme al fidanzato e alle amiche, rappresenta i Millennials: iperqualificati ma sottoccupati e spesso costretti a lasciare la propria città per cercare una carriera. Carriera che comunque non permette loro di vivere dignitosamente né di tornare dai familiari durante le festività. Esponenti di una generazione che ha avuto libero accesso a un’alta istruzione, rispetto alla precedente, e che tuttavia si trova in difficoltà economiche e senza la possibilità di realizzare progetti concreti per il futuro.

Il terrore di essere un fallimento e di deludere quell’altra generazione, quella dei genitori che hanno permesso il raggiungimento di qualifiche e riconoscimenti che restano solo sulla carta stampata. La Generazione X è rappresentata, in My last year as a loser, dal padre di Špela, anche lui in cerca di lavoro, stanco e rassegnato.

“Dovresti avere un piano per ogni giorno: fare una doccia, vestirti e uscire. Altrimenti cadrai in depressione.”

consiglia alla figlia trentenne che dorme sul suo divano. Dall’altra parte la madre. Lei è ruvida, pragmatica, la spina dorsale della famiglia, anche se la sua evidentemente non regge più tanto le scosse del lavoro con il quale mantiene tutti.

E poi c’è il futuro, Suzi. La giovane barista libera che mostra un’altra visione a Špela e agli spettatori. Una visione in cui la felicità e il benessere non sono subordinati al prestigio e alla posizione lavorativa, in cui si fa quello che si può senza lo spettro del fallimento.

“Un lavoro è solo un lavoro”

dice Suzi a Špela quando imbarazzata deve servire il suo ex docente al bar. La terza generazione: quella che non vuole farsi definire da una professione.

'My last year as a loser', proiettato al Trieste Film Festival, racconta le difficoltà di una generazione tra adolescenza ed età adulta

Partire o restare

La sceneggiatura di Urša Menart costruisce una protagonista reale nelle sue contraddizioni e nella testardaggine. Stoica nel suo ripetere a tutti che non lascerà la città natale, bisogna restare e cambiare le cose, salvo poi cambiare idea e poi (forse) cambiarla nuovamente. La lotta eterna tra la ricerca di indipendenza e l’attaccamento alle proprie radici. Il conflitto interiore che alberga in tutte le persone costrette a fare questa scelta.

“In ogni caso meglio fare la cameriera ad Amsterdam che a Lubiana”

sentenzia l’amica Eva. Ma per Špela forse non è così. O forse, quello di restare attaccata irrazionalmente a Lubiana è un altro modo per evitare l’età adulta e le responsabilità. Come un giro sulla bicicletta di infanzia in piena notte.

My last year as a loser

  • Anno: 2018
  • Durata: 88’
  • Genere: Drammatico, Commedia
  • Nazionalita: Slovenia
  • Regia: Urša Menart