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Anniversari

Via Fani 16 marzo 1978, quarant’anni fa il Caso Moro chiudeva la stagione del compromesso storico

Nella filmografia che in questi ultimi quarant’anni ha costruito e ri-raccontato la strage di Via Fani e i 55 giorni di prigionia che si conclusero col ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, spicca l’interpretazione di Roberto Herlitzka in Buongiorno, Notte di Marco Bellocchio, che fa sperare per un attimo, un attimo soltanto, nella possibilità di una Storia dal diverso esito

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Il 16 marzo 1978, giorno della fiducia al IV governo Andreotti, fondato sull’intesa tra DC e PCI fortemente voluta da Enrico Berlinguer e Aldo Moro, le Brigate Rosse rapiscono Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, uccidendo i cinque agenti della sua scorta. Il caso Moro segnò profondamente la storia italiana del dopoguerra; il ritrovamento del suo cadavere avvenne dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio 1978 – “l’alba dei funerali di uno Stato”, come ricorderanno i Modena City Ramblers nella canzone I cento passi dedicata a Peppino Impastato, ucciso per mano della mafia, trovato morto, anche lui, il 9 maggio 1978 –  chiuse definitivamente la stagione del compromesso storico.

La storica alleanza tra la Democrazia Cristiana di Aldo Moro e il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer non era vista di buon occhio dagli alleati, né da una parte né dall’altra, sia in Italia che all’estero; inoltre, il possibile insediamento di Aldo Moro al Quirinale avrebbe favorito ancora di più il legame tra i due partiti, antagonisti storici dal dopoguerra.

Le BR, seppur movimento di estrema sinistra, non vedevano nel PCI di Berlinguer (e in quel momento storico di alleanze, ancora di meno) un loro alleato, bensì un rivale. Berlinguer aveva affidato proprio al compromesso storico la conferma dell’autonomia dei comunisti italiani dall’URSS, portando avanti l’obiettivo di rendere il suo partito una forza della società occidentale.

Nel comunicato che le BR fecero recapitare due giorni dopo il rapimento, erano ben evidenti le motivazioni del loro bersaglio: “È stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste.

A portare al ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro il 9 maggio 1978 nel bagagliaio di una macchina situata in via Caetani, fu anche la linea della fermezza, che impedì alle autorità e alle istituzioni di aprire anche la minima trattativa con le BR. Il concetto lo ribadisce Bianca Berlinguer, figlia di Enrico, nel documentario di Walter Veltroni, Quando c’era Berlinguerche racconta uno dei momenti più dolorosi di vita politica e personale del padre, il quale riteneva che una trattativa con i brigatisti li potesse legittimare, e questo non sarebbe stato giusto nei confronti delle famiglie a cui le BR avevano ucciso i propri cari.

L’idea che emerge dalla filmografia più recente, in particolare Buongiorno, Notte (2003) di Marco Bellocchio e Il Divo – La spettacolare vita di Giulio Andreotti (2008) di Paolo Sorrentino, è che Aldo Moro fosse stato lasciato solo dai suoi stessi compagni di partito (Francesco Cossiga e Giulio Andreotti in particolare).

Nel film di Bellocchio, forse il più esemplare sul Caso Moro, opera potente, visionaria e struggente, che mette in scena i conflitti emotivi di una giovane brigatista (una bravissima Maya Sansa) nei confronti del loro eccellente prigioniero ma anche di tutta un’ideologia che era stata portata a credere fosse l’unica giusta e possibile, Moro (interpretato da un magnifico Roberto Herlitska) scrive lettere ai suoi compagni di partito, fino ad arrivare al Papa, ben sapendo quale sarà la sua fine, ma aggrappato fino all’ultimo alla fede.

La figura di Aldo MoroRoberto Herlitska, che cammina sorridente, spensierata e libera sullo sfondo di una periferia romana ancora addormentata, lascia presagire, per un attimo, e soltanto per un attimo, che se la Storia fosse andata diversamente oggi saremmo potuti essere un paese diverso, figli di una generazione politica impegnata per il bene collettivo. Poi lo stacco, e le immagini di repertorio del suo funerale riportano alla realtà.

È un fantasma incattivito che torna a tormentare il suo compagno e rivale politico Giulio Andreotti, proprio nel bel mezzo dei suoi insopportabili mal di testa ricorrenti, l’Aldo Moro di Paolo Sorrentino ne Il Divo: “Che cosa ricordare di lei, onorevole Andreotti? Non è mia intenzione rievocare la sua grigia carriera, non è questa una colpa. Che cosa ricordare di lei? Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti. Senza un momento di pietà umana. Che cosa ricordare di lei? Post Scriptum: Il papa ha fatto pochino. Forse ne avrà scrupolo

Il film che per primo racconta la vicenda Moro è stato Il Caso Moro (1986) di Giuseppe Ferrara, girato nel 1986 con Gian Maria Volontè nei panni dell’onorevole della DC; sempre Volontè aveva interpretato un personaggio palesemente ispirato a Aldo Moro in Todo Modo (1976) di Elio Petri, film del 1976, in cui la classe politica dirigente italiana degli anni Settanta è raccontata in chiave farsesca; Piazza Cinque Lune (2003) di Renzo Martinelli, che propone una possibile ricostruzione all’interno di una vicenda di fantasia.

Anche altri punti di vista e sguardi d’oltreoceano hanno affrontato il Caso Moro, ne L’anno del terrore (1991) del regista statunitense John Frankenheimer, tratto dal romanzo dello stesso anno Year of the Gun dello scrittore americano Michal Mewshaw.