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Approfondimenti

Venti film sulle mafie che tutti dovrebbero vedere

La criminalità organizzata è un fenomeno ampiamente trattato al cinema. Il 23 maggio ricorre la Giornata della Legalità, volta a commemorare le vittime di tutte le mafie e in questo articolo suggeriamo alcuni titoli imprescindibili per capire il fenomeno mafioso

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In Italia le mafie rappresentano un cancro che colpisce il paese sin dal XIX secolo, quando in Sicilia e Calabria nascono, rispettivamente, Cosa nostra e ‘ndrangheta, affermandosi inizialmente nelle campagne povere ed emarginate, e in Campania la Camorra, che operava prevalentemente nelle città attingendo al degrado urbano.

Successivamente, agli inizi del Novecento, con l’emigrazione di massa di molti nostri connazionali verso gli Stati Uniti d’America, si diffuse nelle grandi città dell’Est la mafia italo-americana, inizialmente di origine siciliana, alla quale in seguito si unirono gangster di origine campana e calabrese.

Il cinema ha sempre avuto un occhio di riguardo nel descrivere il fenomeno mafioso, la sua nascita e la sua evoluzione, sia che si trattasse della mafia nostrana, sia che il soggetto fosse quella di esportazione americana.

Numerose pellicole sono ormai diventate caposaldi della cinematografia mondiale. A descrivere la Cosa nostra americana ci hanno pensato, per fare alcuni esempi, registi del calibro di Haward Hawks (Scarface – Lo sfregiato,1932); Roger Corman (Il massacro del giorno di San Valentino, 1967); Francis Ford Coppola (Il padrino, 1972, con i seguiti Il padrino parte II, 1974 e Il padrino parte III, 1989); Francesco Rosi (Lucky Luciano, 1973); Martin Scorsese (Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno, 1973; Quei bravi ragazzi, 1989; Casinò, 1995; The Irishman, 2019); John Huston (L’onore dei Prizzi, 1985); Brian De Palma (Cadaveri e compari, 1986); Robert De Niro (Bronx, 1993).

In questo contesto vogliamo tuttavia suggerire alcuni titoli di film che parlano di criminalità organizzata in Italia e che, per il modo in cui il tema viene trattato, nonché per le qualità artistiche delle opere, ci sentiamo di consigliare per approfondire l’argomento.

In nome della legge (Pietro Germi, 1949)

Tratto dal romanzo autobiografico Piccola pretura del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, in cui racconta la sua esperienza di giovane pretore a Barrafranca, paese in provincia di Enna.

Il film di Pietro Germi è probabilmente il primo a trattare l’argomento mafia nell’immediato dopoguerra, ottenendo un buon successo di pubblico e numerosi riconoscimenti.

Il protagonista Guido Schiavi, giovane magistrato palermitano, viene inviato come pretore in un paesino dell’entroterra siciliano, dove, per amore della giustizia, si scontrerà con il boss mafioso locale.

La pellicola di Germi, che ha molti punti di contatto con il cinema western, non fu immune da critiche. Fra queste anche quelle di Leonardo Sciascia che nel saggio La Sicilia al cinema, accusa il regista di troppo buonismo, dando una visione della mafia distorta e superficiale: “lontana dall’effettuale realtà del fenomeno”.

Processo alla città (Luigi Zampa, 1952)

Il film di Zampa è liberamente ispirato ai fatti del processo Cuocolo, così chiamato dal nome dei coniugi assassinati dalla camorra nel 1905 a Napoli.

È il racconto delle indagini che il giudice Antonio Spicacci (Amedeo Nazzari) intraprende e di come, a poco a poco, riesca a far emergere le connivenze e la corruzione diffusa.

Considerata da molti l’opera della maturità di Luigi Zampa, il quale riesce a  mettere in luce come, oltre alla Camorra, ad essere colpevole, almeno moralmente, è l’intera comunità.

Su questa vicenda, nel 1969 è uscito un altro film: Il processo Cuocolo, per la regia di Gianni Serra.

Salvatore Giuliano (Francesco Rosi, 1962)

A partire dall’uccisione del bandito Salvatore Giuliano avvenuta a Castelvetrano nel 1950, il film di Rosi, attraverso numerosi flashback, ne ripercorre l’attività criminale dagli anni dell’immediato dopoguerra all’eccidio di Portella delle Ginestre il 1° maggio 1947 durante una manifestazione sindacale in occasione della Festa dei Lavoratori. Episodio che può essere considerato a tutti gli effetti come la prima strage di stato nel nostro paese.

Successivamente l’opera si sofferma sul processo a Gaspare Pisciotta, luogotenente di Giuliano, arrestato dopo la morte del suo capo e, in seguito, morto in carcere per avvelenamento (vicenda ripresa nel 1972 da Eriprando Visconti ne Il caso Pisciotta). Nel corso del processo si cerca di portare alla luce i legami fra banditismo, politica e mafia.

Con Salvatore Giuliano Francesco Rosi cerca di fare luce su uno dei grandi misteri italiani, mai completamente chiarito e che getta ancora oggi numerose e inquietanti ombre sulle connivenze fra Stato e mafia.

Girato con precise scelte stilistiche nei luoghi dove effettivamente operava la banda di Giuliano e coinvolgendo gli stessi abitanti, molti dei quali avevano conosciuto il bandito, Salvatore Giuliano è un film d’inchiesta, coraggioso e dalla grande potenza espressiva, su uno dei capitoli più torbidi della nostra storia repubblicana.

A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

Tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, il film di Elio Petri, sceneggiato dallo stesso regista e da Ugo Pirro, vede Gian Maria Volonté indossare i panni di Paolo Laurana, un insegnante che inizia a indagare in proprio su un omicidio avvenuto a Cefalù quando, durante una battuta di caccia vengono uccisi un farmacista e un medico locali.

Non convinto della tesi delle forze dell’ordine che vogliono far passare l’omicidio dei due uomini come delitto d’onore, Laurana, indagando, scopre le implicazioni mafiose nell’uccisione dei due.

Petri, regista dal forte impegno civile, si affida al genere giallo e alla bravura di Gian Maria Volonté (nel cast, fra gli altri, anche Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Luigi Pistilli e Mario Scaccia), per raccontare una società dove impera una certa cultura mafiosa e in cui l’omertà si accompagna agli interessi dei poteri locali, dalla Chiesa alla politica.

Il giorno della civetta (Damiano Damiani, 1968)

Tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta ha come traccia narrativa l’indagine di un ufficiale dei Carabinieri sull’omicidio di un piccolo imprenditore siciliano, ammazzato per essersi rifiutato di pagare il pizzo e che il boss locale cerca di far passare come delitto d’onore.

Film politico, come molte pellicole di Damiano Damiani che qui riesce a far risaltare un mondo basato sull’omertà e sulla collusione a vari livelli: politico, giudiziario ed ecclesiastico.

Cast d’eccezione con Claudia Cardinale, Franco Nero, Lee J. Cobb, Serge Reggiani.

 

Cento giorni a Palermo (Giuseppe Ferrara, 1984)

A seguito di vari omicidi mafiosi a danno di giudici (Cesare Terranova, Gaetano Costa), politici (Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Rosario Di Salvo), poliziotti (Boris Giuliano, Lenin Mancuso), viene inviato a Palermo il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa per assumere la carica di Prefetto.

Tuttavia, nello svolgere il suo incarico incontra numerosi ostacoli, viene privato dei suoi più stretti collaboratori ed è oggetto di continue minacce di morte.

Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro che viaggia in macchina con lui muoiono vittime di un agguato il 3 settembre 1982.

Il film di Giuseppe Ferrara regala uno spaccato sulle inquietanti connivenze fra Stato e criminalità organizzata.

A dare il volto a Carlo Alberto Dalla Chiesa è Lino Ventura, mentre Emanuela Setti Carraro è interpretata da Giuliana De Sio.

Il giudice ragazzino (Alessandro Di Robilant, 1994)

La vicenda di Rosario Livatino, giovane giudice ucciso dalla mafia, viene raccontata in questo discreto film di Alessandro Di Robilant il quale, partendo dall’ingresso in magistratura di Livatino, ne ripercorre la carriera soffermandosi, in particolare, sull’indagine sulle cosche dell’agrigentino per la quale verrà ucciso in un agguato sulla statale Canicattì-Agrigento a soli trentotto anni.

A Livatino, e ad altri giovani giudici impegnati nella lotta alle mafie, si rivolse qualche mese più tardi l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga che, in maniera sprezzante, pronunciò le seguenti parole:

“Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta”. (fonte: https://www.avvocatisenzafrontiere.it/)

Tano da morire (Roberta Torre, 1997)

Curiosa commedia musicale che racconta la vicenda, ispirata a una storia vera, legata all’uccisione di Tano Guarrasi, macellaio nel mercato della Vucciria di Palermo, ma in realtà potente boss mafioso.

Attraverso vari flashback e utilizzando stilemi grotteschi, viene raccontata la vita di Don Tano, ripercorrendone i momenti significativi della sua vita a ritmo di musica. Colpiscono, in particolare, il ballo in stile La febbre del sabato sera per celebrarne l’ingresso nella “famiglia” o il rap per piangerne la morte.

Film d’esordio della milanese Roberta Torre presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ottiene il premio “Venezia Leone del Futuro Opera Prima”.

Placido Rizzotto (Pasquale Scimeca, 2000)

Il film narra gli ultimi anni di vita di Placido Rizzotto, giovane segretario della Camera del Lavoro di Corleone, rapito e ucciso nel 1948 da Luciano Liggio, che sarebbe in seguito diventato uno dei boss più potenti di Cosa nostra.

Rizzotto, esponente di spicco della CGIL e del Partito socialista locale (ma nel film ciò non viene menzionato, cosa che ha suscitato le proteste di alcuni esponenti del Partito), nella sua attività sindacale si batteva spronando i contadini ad esercitare i loro diritti contro le famiglie mafiose che esercitavano il controllo totale delle terre.

A condurre le indagini relative all’assassinio del sindacalista, viene chiamato il giovane capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che verrà ringraziato, alla fine del film, dal nuovo responsabile della Camera del Lavoro Pio La Torre.

Un film che alterna momenti epici ad altri estremamente drammatici e che ha il merito di parlare delle vittime di mafia senza scadere mai nella retorica.

I cento passi (Marco Tullio Giordana, 2000)

I cento passi del titolo sono quelli che separano, a Cinisi, la casa del giovane Giuseppe Impastato da quella del boss mafioso – nonché zio di Peppino – Tano Badalamenti.

Impastato, pur provenendo da una famiglia mafiosa, ne rifiuta profondamente le logiche e, da militante della sinistra extraparlamentare, denuncia dai microfoni di una radio libera con l’arma dell’ironia tutti gli interessi mafiosi che coinvolgono “Zu Tanu”, rompendo così il muro dell’omertà.

Nel film di Marco Tullio Giordana, Luigi Lo Cascio è molto bravo nell’interpretare Peppino Impastato, in un film che ne racconta la breve vita senza retorica, dalla prima militanza politica alla fondazione di Radio Aut dai cui microfoni denunciava, ridicolizzandolo, il potente boss mafioso e le sue connivenze con la politica. Sino alla tragica fine, legato a un binario e ucciso, per ordine dello stesso Badalamenti, con una carica di tritolo.

La sua morte, avvenuta in concomitanza del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro a Roma, venne archiviata come suicidio. Nel 1996 l’inchiesta venne riaperta e Badalamenti mandato sotto processo e condannato all’ergastolo come mendante dell’assassinio del giovane.

Segreti di Stato (Paolo Benvenuti, 2003)

Nel corso del processo di Viterbo del 1951 per la strage di Portella delle Ginestre nei confronti di Gaspare Pisciotta e altri membri della banda di Salvatore Giuliano, un avvocato, perplesso dai risultati dell’inchiesta ufficiale, decide di intraprendere delle indagini in proprio, arrivando a conclusioni che mettono in luce il fitto intreccio fra politica, massoneria, servizi segreti deviati, Stati Uniti, mafia e Vaticano.

Paolo Benvenuti, con il suo solito stile rigoroso che lascia poco spazio alla spettacolarizzazione, enuncia una teoria sugli avvenimenti che hanno portato alla prima strage di Stato italiana. Lo fa basandosi sugli studi di Danilo Dolci (a cui il film è dedicato), sociologo, educatore, pacifista impegnato nello studio e nella denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti con la politica.

Benvenuti espone la teoria della fitta rete di intrecci fra vari poteri forti mettendo in scena una ricostruzione attraverso figurine con l’effige dei vari protagonisti della storia. Una teoria tuttavia fatta di ipotesi, non avvalorata da reali prove, che una folata di vento scompiglierà, facendo volare fuori dalla finestra tutte le figurine.

Romanzo criminale (Michele Placido, 2005)

Michele Placido, partendo dal testo letterario di Giancarlo De Cataldo, porta sul grande schermo la storia della Banda della Magliana, gruppo criminale che negli anni Settanta diventa padrone incontrastato della Roma di quel tempo.

Lo fa inserendo, all’interno della vicenda romanzata, materiale di repertorio e rendendo il film una via di mezzo, per altro ben riuscita, fra gangster movie e film di impegno civile, evidenziando tutte le connessioni fra criminalità organizzata, massoneria e destra eversiva.

La storia della Banda della Magliana si lega a episodi della storia italiana mai del tutto chiariti: dagli omicidi del giornalista Mino Pecorelli e del banchiere Roberto Calvi, alla strage di Bologna, ai rapporti con l’organizzazione Gladio sino all’attentato a Giovanni Paolo II e alle sparizioni di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

Nel cast di Il tradi  Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Anna Mouglalis, Jasmine Trinca ed Elio Germano.

Il divo (Paolo Sorrentino, 2008)

Il divo non un vero e proprio film sulla mafia, bensì un’opera incentrata sulla figura di Giulio Andreotti . Sul suo carisma, sul suo potere nella politica italiana e all’interno della Democrazia Cristiana e sui suoi presunti rapporti con la mafia.

Tutta la seconda parte del film affronta questo aspetto della vita politica di Andreotti, fino alle udienze del maxiprocesso, dove il giudice Giancarlo Caselli ascolta la versione dei vari pentiti sui rapporti tra Andreotti e Cosa nostra.

Un tuffo nella recente storia d’Italia resa in maniera eccellente dalla regia di Paolo Sorrentino e la recitazione impeccabile di Toni Servillo nella parte del potente politico.

Gomorra (Matteo Garrone, 2008)

I personaggi del romanzo di Roberto Saviano rivivono nel film di Matteo Garrone. Cinque storie indipendenti fra loro, tutte sprofondate nel buco nero e senza fine di una realtà criminale in cui la Camorra ha costruito il proprio impero.
Storie di uomini che sottostanno alle regole imposte, senza la possibilità – o la volontà – di uscirne.

Garrone e gli altri sceneggiatori Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Massimo Gaudioso e lo stesso Roberto Saviano, sono molto bravi a ridurre per lo schermo il complesso libro dello scrittore napoletano.

Gomorra è un’opera intensa e cruda, che non lascia alcuna speranza e che ha fornito lo spunto per la realizzazione di Gomorra – La serie, fortunata serie televisiva che per cinque stagioni è andata in onda su Sky Italia.

Fortapàsc (Marco Risi, 2009)

Marco Risi realizza un biopic basato sulla figura del giornalista Giancarlo Siani, giovane cronista locale del Mattino di Napoli.

Siani viene ucciso a soli ventisei anni dalla Camorra per ordine del boss Angelo Nuvoletta e su volere di Totò Riina, a seguito dei suoi articoli con i quali denunciava gli intrecci fra politica e criminalità organizzata all’indomani del terremoto in Irpinia e le dinamiche all’interno delle diverse famiglie mafiose.

L’opera di Risi è caratterizzata da un forte impegno civile e racconta in maniera precisa gli ultimi quattro mesi di vita di Siani, interpretato dal talentuoso e compianto Libero De Rienzo.

La mafia uccide solo d’estate (Pif, 2013)

Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, realizza una commedia drammatica descrivendo l’attività criminale della mafia a Palermo attraverso gli occhi di Arturo (interpretato dallo stesso regista), dagli anni Settanta ai Novanta.

Vent’anni di storia siciliana che, dall’elezione a sindaco di Palermo di Vito Ciancimino, passa attraverso l’omicidio di Salvo Lima sino alle stragi ordinate da Totò Riina.

La vita privata del protagonista si intreccia così con la storia drammatica del nostro paese, in una pellicola che Pietro Grasso, ex Procuratore Nazionale Antimafia e, all’epoca, presidente del Senato, definì: “il più bel film sulla mia mafia che abbia mai visto” (fonte: Aldo Bolzoni, la Repubblica, 3 dicembre 2013).

Dal film è nata una serie televisiva dallo stesso titolo.

Anime nere (Francesco Munzi, 2014)

Tre fratelli appartenenti a una famiglia di ‘ndranghetisti: Luigi, trafficante internazionale di droga legato a narcotrafficanti sudamericani. Rocco, che vive a Milano con la moglie e una bambina e che, pur criticando lo stile di vita del fratello, diventa imprenditore grazie al denaro proveniente dai suoi traffici illeciti. Infine Luciano, il maggiore, rimasto in Calabria a fare l’allevatore e che cerca di tenersi al di fuori dello stile di vita malavitoso dei fratelli.

A seguito di una lotta tra famiglie mafiose tutti verranno coinvolti in maniera drammatica in una faida che causerà una lunga serie di lutti.

Anime nere è un film intenso e cupo, che racconta in maniera estremamente realistica quella che è considerata, a tutt’oggi, la principale organizzazione mafiosa in Italia e all’estero.

La ‘ndrangheta, infatti è ormai “capillarmente diffusa su tutto il territorio nazionale con il 50% dei propri ricavi provenienti dalle regioni del Nord Ovest (Piemonte e Lombardia); ed è anche l’organizzazione che si è espansa maggiormente all’estero per vastità territoriale e profondità di interessi (per esempio in Canada e in Australia)” (Antonio Pettierre, è arrivata la bufera. Il cinema italiano degli anni Dieci del XXI secolo, I Quaderni del Cineforum, n. 65, febbraio-marzo 2019).

Era d’estate (Fiorella Infascelli, 2016)

Un episodio della vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (rispettivamente interpretati da Massimo Popolizio e Giuseppe Fiorello) che, nell’estate del 1985, vengono trasferiti insieme alle famiglie sull’isola dell’Asinara, allora sede di un carcere di massima sicurezza, per proteggerli dalle minacce di morte di Cosa Nostra,  viste le indagini e gli imminenti processi verso molti dei suoi affiliati.

Il film della Infascelli mostra il lato umano dei due magistrati che verranno uccisi qualche anno più tardi a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro e ne evidenzia la profonda solitudine alla quale la loro scelta di vita li ha condannati, lasciati soli da uno Stato incapace di proteggerli.

La paranza dei bambini (Claudio Giovannesi, 2019)

Per Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ e Briatò, sei ragazzini del Rione Sanità a Napoli, ciò che conta è arricchirsi in fretta, comprare abiti firmati e motorini. Il furto di una pistola permetterà a Nicola di diventare il capobanda, aprendogli le porte di una “famiglia” camorrista.

Tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini è un crudo spaccato di una realtà degradata dove vige la legge del più forte e in cui, come unico modello, c’è un mondo fatto di delinquenza e criminalità.

Il traditore (Marco Bellocchio, 2019)

Il traditore è la storia di Tommaso Buscetta, potente boss di Cosa nostra, fuggito in Brasile per sfuggire ai pericoli di una imminente faida fra cosche mafiose. Catturato e poi estradato in Italia, ormai senza potere e denaro, Buscetta rischia di diventare facile preda del clan dei Corleonesi, capeggiati da Totò Riina. Ma il giudice Giovanni Falcone gli offre un’alternativa: diventare un collaboratore di giustizia.

Insieme al suo vecchio compagno Salvatore Contorno, Buscetta inizia a parlare, permettendo così alla giustizia italiana di capire le varie dinamiche che muovono le cosche e compiere numerosi, importanti arresti.

Buscetta (interpretato da un ispirato Pierfrancesco Favino), sentendosi minacciato, viene posto sotto copertura negli Stati Uniti. Dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, Buscetta decide di mantenere comunque la promessa fatta a suo tempo al magistrato: tornare in Italia e svelare tutti gli intrecci e le connessioni fra mafia e politica, in particolare con Giulio Andreotti.

Marco Bellocchio realizza un biopic nel quale la figura del traditore Buscetta viene usata per raccontare un pezzo, fra i più tragici, della storia d’Italia. Una figura inquietante e tragica che Bellocchio tratteggia senza cadere nella trappola agiografica. Tanto da non usare particolari riguardi nei confronti del boss. In particolare quando mostra Giovanni Falcone zittire senza particolari riguardi “don Masino” che cerca di far passare una visione della vecchia mafia, quella a cui lui apparteneva, in cui esistevano valori che nella nuova mafia sono scomparsi.

 

 

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