Asian Film Festival: la densa attesa dell’Africa. Memories of a burning tree

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Memories of a burning tree (2010) è un esperimento decisamente riuscito. L’Asia si mescola all’Africa nella sezione Concorso, attraverso l’occhio del regista malesiano Sherman Ong, già collaboratore ‘atipico’ di Festival e Biennali internazionali. Il suo ultimo lavoro si colloca dentro un’operazione assolutamente congeniale alla propria forma mentis (con Hashi nel 2008, Ong si era intrufolato in Giappone, paese di cui non conosceva neanche la lingua, assorbendone l’aura e lo spirito).

Memories of a burning tree è frutto di Forget Africa, progetto nato dalla collaborazione tra il Festival del Cinema Africano e l’International Film Festival di Rotterdam, che ha visto 12 registi stranieri, in maggioranza asiatici e mai stati nel continente africano, approdare in 12 paesi dell’Africa centrale e australe, per mescolare il proprio occhio con lo sguardo dei registi locali e dare vita ad un incrocio singolare e promettente. Sherman Ong è arrivato in Tanzania con un budget appena passabile per girare. Ha sostato più tempo a Dar es Salaam, riuscendo attraverso l’improvvisazione degli attori teatrali non professionisti coinvolti a costruire una storia tanto semplice quanto stupefacente nel rivelare, per mezzo dei personaggi che prendono forma da essa, la realtà dell’Africa, la sua bellezza compressa dentro l’impossibilità di spiccare il volo da parte di risorse materiali ed intellettuali costrette a fare i conti con un senso di attesa e impotenza costante… Un giovane uomo di nome Smith giunge a Dar es Salaam, alla ricerca della tomba di sua madre. Incontra la guida turistica Link, che si offre quale ausilio nel ritrovamento. I due si imbattono in figure che popolano la città: Abdul, un becchino che attende gente da seppelire e appena può va a trovare Mariam, la donna di cui è innamorato, corteggiandola senza un’apparente speranza. Toatoa, che vende metallo e trafuga le croci al cimitero per trasformarle in merce da usare e studia recitazione. Sua sorella, giovane studentessa malinconica che legge poesie sul senso di peso e sacrificio di una nazione desiderosa di sbocciare, ma con poca acqua a cui attingere per crescere. La stessa Mariam, donna poco istruita ma ben addestrata alla vita, lontana dalle fantasticherie sentimentali, talmente realista da guardare all’amore per l’unico valore che, in luoghi come Dar es Salaam, può avere: un modo per cercare di sopravvivere con più sicurezze rispetto a quelle che un becchino potrebbe offrirle.

Il regista ha dimostrato intuito nel contestualizzare all’atipicità del luogo e della realtà che andava ad esplorare la forma road movie che aveva in mente, lasciando che a poco a poco la storia prendesse vita da sola, sciogliendo nell’improvvisazione e nella lingua swahili gli attori alla loro prima esperienza, che ci rendono un ritmo e un respiro dell’Africa nella sua essenza: un senso del tempo dilatato, dove si resta a pensare, a sperare, a sognare, o semplicemente ad aspettare; una quotidianità nella quale comprendiamo tutto il valore dell’acqua, ne percepiamo la reale e incommensurabile necessità; un rapporto con la morte e gli spiriti senza mediazione, perché palpabile è l’indistinto confine che segna la vita e la morte, il suo più immediato e frequente scambio in un mondo segnato da un senso di precarietà col quale si nasce e con cui si è costretti a convivere ogni giorno; una cultura dove l’uomo e la donna mantengono ruoli ben distinti, e nella quale fanno capolino l’istruzione e lo studio, le forze più importanti (e lo avvertiamo quanto vengano considerate indispensabili da chi le pratica) e preziose che cominciano a germogliare e a dare frutti. E Sherman Ong crea un corrispettivo di sguardo fatto di camera fissa e movimenti di macchina di pari significato, dove le figure entrano ed escono, oppure semplicemente sono contenute nel senso di attesa e nei silenzi che raccontano.

Maria Cera



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