Proiettato il 7 maggio al festival Tulipani di Seta Nera di Roma, Finché morte non ci separi, diretto dai registi Alice Gnech ed Edoardo Maione, affronta il tema dell’abuso e delle relazioni tossiche.
Un tema attualissimo e importante che però, nella sostanza stessa del cortometraggio, cade in meccanismi narrativi troppo facili e un’estetica che appare già obsoleta.
Il paradiso è un ufficio
Delia (Carla Signoris) è in Paradiso da quindici anni, sospesa in una quiete di nuvole e attese. L’arrivo della travolgente Lidia (Amanda Sandrelli) sconvolge la sua routine e la porta a scoprire che Andrea (Davide Gaudiosi), il marito morto il giorno dopo di lei, non solo non è mai arrivato lì, ma addirittura si trova all’Inferno.
All’Ufficio Anime Smarrite, grazie all’aiuto di un Angelo-statale (Filippo Scicchitano), Delia assiste incredula alle scene della vita passata con Andrea, rivivendo un rapporto fatto di controllo, gelosia e manipolazione, che lei aveva sempre creduto amore.
Il primo impatto che abbiamo con il corto è quello di una sorta di strano spaesamento che, a conti fatti, rappresenta uno dei suoi aspetti migliori. L’estetica dolce e tenera del Paradiso ben presto si scontra con le battute delle due protagoniste, che dai primi minuti ci fanno intuire la gravità della situazione.
L’opera è colma di citazioni che gli spettatori più attenti sapranno sicuramente cogliere; la più palese quella del poter rivedere, come in un film, la propria vita passata. Un meccanismo di dickensiana memoria.
Cosa non convince
L’idea di proiettare i meccanismi patriarcali così indietro nel tempo (i flashback di Delia sono ambientati tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80) non è da sottovalutare. L’esistenza di tali sistemi è vecchia come il mondo stesso e questa scelta narrativa dimostra come non siano, purtroppo, niente di nuovo.
Tuttavia, se da un lato ricordare è importante, lo è altrettanto rivolgere anche uno sguardo al contemporaneo. Il rischio è quello di cristallizzare involontariamente tutta una serie di problematiche.
Gli abusi e i controlli del patriarcato, oggi, hanno infatti assunto aspetti ancora più subdoli e quasi impercettibili.
L’importanza di rivolgersi a spettatori anche giovanissimi, e di far riconoscere loro questi problemi, diventa ancora più grande se lo si fa utilizzando il loro linguaggio e i loro mezzi.
La sceneggiatura si regge a malapena su sé stessa. I dialoghi sembrano intrappolati nella loro natura esplicativa ed educativa. Delia e Lidia parlano più a noi spettatori che a loro stesse.
Può sembrare strano sottolinearlo, in un corto che ha un’ovvia (e giustissima) funzione sociale ed educativa, ma scrivere dialoghi che siano anche in grado di svelarci di più sui personaggi stessi, donando loro maggiore tridimensionalità, forse non avrebbe salvato la sceneggiatura, ma sicuramente avrebbe reso i comprimari ancora più interessanti.
Un’occasione solo sfiorata
Finché morte non ci separi sembra non voler mai osare davvero. La forza del suo messaggio si perde in un’estetica ben curata (forse troppo, al punto da assomigliare a quella di una pubblicità) e in una sceneggiatura troppo esplicativa.
Le immagini e il loro messaggio sono ancorate a un immaginario vecchio, forse addirittura fin troppo utilizzato, tuttavia, le intenzioni del corto sono comunque nobili e importanti
Finché morte non ci separi è disponibile su RaiPlay.