Io non ti lascio solo di Fabrizio Cattani è la storia di Filo e Rullo, due amici inseparabili che partono di nascosto per cercare Birillo, il cane smarrito dal padre di Filo. La loro amicizia è forte e profonda, nulla può fermarli, nemmeno la paura del buio o il burbero montanaro GuelfoTabacci, che sembra essere coinvolto nella scomparsa del cane. Ma dietro a questa apparente realtà si celano vicende inaspettate, che costringeranno i ragazzi ad affrontare prove ben più grandi di loro.
Il film di Fabrizio Cattani, già presentato in anteprima a Locarno e al Bif&st, è in arrivo nelle sale con FilmClub Distribuzione dal 21 maggio.
Con Giorgio Pasotti, MimmoBorrelli, Andrea Matrone, Michael D’Arma, Judith Schiaffino e Valentina Cervi, il film è una produzione Minerva Pictures, Solaria Film, Ipotesi Cinema, M74, R&C produzioni, prodotto da Santo Versace, GianlucaCurti, EmanueleNespeca, ElisabettaOlmi, MonicaGalantucci, TildeCorsi.
In occasione dell’uscita nelle sale, il film sarà introdotto alla presenza del regista a Grosseto il 22 maggio, a Carrara il 23 maggio, a Prato il 24 maggio, a Vicenza il 28 maggio, ad Asiago il 29 maggio e a Massa il 31 maggio.
Di seguito alcune domande a Fabrizio Cattani a proposito del suo film.
Fabrizio Cattani e il suo Io non ti lascio solo
Com’è nata l’idea di questa storia?
L’idea è nata leggendo il romanzo di Gianluca Antoni che ho trovato casualmente (ogni tanto faccio scouting notturni quando non riesco a dormire). Ho letto il libro e la trama mi ha incuriosito subito. Perché dietro l’apparenza ci ho visto un film d’avventura, di formazione, anche un po’ divertente e a volte emozionante.
C’erano delle tematiche a me care, più vicine alla mia sensibilità artistica, come, per esempio, l’affrontare il dolore da parte di un bambino che perde un genitore. Questa cosa in particolare è stata la molla che è scattata in me. Mi sono subito adoperato per rintracciare i diritti perché volevo realizzarne un film e poi abbiamo messo in piedi il progetto.
Colgo l’occasione della tua risposta per chiederti qualcosa riguardo il genere. Hai parlato di romanzo di formazione. Ecco, io non riesco a identificare questo film solo all’interno di un genere perché credo non abbia dei confini precisi e netti. C’è il romanzo di formazione, ma c’è anche un po’ di thriller, di avventura e anche di altro. Fin da subito, dopo aver letto il libro, hai pensato di mescolare tutti questi elementi o è qualcosa che si è trasformato in corso d’opera?
Diciamo che questi ingredienti, più o meno, erano già all’interno del romanzo. Anche se ho dovuto fare un grosso lavoro per la resa cinematografica perché il romanzo era composto da due diari: il racconto di Filo e il diario di Rullo.
Foto di Fabio Rao
E poi c’erano altri personaggi, per esempio uno abbastanza corposo che ho dovuto eliminare perché altrimenti sarebbe diventato un film di due ore. Per fortuna, poi, non era così influente per la traccia che mi ero disegnato nella mente di realizzare. Quindi l’ho sacrificato più volentieri perché, nonostante nel libro funzioni, nella sceneggiatura appesantiva troppo.
Per rispondere alla tua domanda, quindi, ci sono effettivamente tutti questi elementi: avventura, noir, thriller che comunque erano già abbastanza presenti nel libro e non ho faticato molto a cogliere.
Un mix che funziona.
Sì, e poi c’è un’altra cosa che mi ha colpito perché il libro è stato scritto da uno psicoterapeuta, quindi un mestierante per quanto riguarda la psicologia, anche infantile. Ciò che mi ha affascinato è stato anche il simbolismo perché nella storia ci sono tanti simboli. Gli stessi bambini sono dei simboli perché Filo è una parte di noi e rappresenta il lato razionale, mentre Rullo quello emotivo. Poi c’è, per esempio, Guelfo che è l’orco cattivo, la creatura spaventosa. Il padre è invece la figura adulta. E, se vuoi, anche il bosco è molto fiabesco nel senso che è un po’ il simbolo dell’avventura, ma anche della paura e del percorso di vita.
I personaggi
Infatti tutti i personaggi e tutti gli elementi che hai elencati sono resi piacevolmente nel film perché non sono stereotipati. Sono tutti personaggi che hanno un’evoluzione e che mostrano al pubblico uno dei temi del film: mettersi nei panni dell’altro.
Sono d’accordo. Quello che volevo fare io era realizzare un film sulle fragilità e le debolezze di ognuno di noi e di quanto queste, se poi sono ben elaborate e gestite, possono rappresentare i nostri più grandi punti di forza. Affrontando con coraggio le sfide della crescita possiamo scoprire che accettare e integrare queste cose è l’unica strada che ci permette di trovare la serenità.
Foto di Fabio Rao
E poi la cosa bella del film è che, al di là del tema che scorre e che è triste, il film risulta piacevole e pieno di speranza.
Brava, esattamente. Vorrei proprio che arrivasse e che rimanesse questo senso di emozione e di speranza. Ma anche di dialogo, perché va sottolineato il fatto che il figlio, nonostante questo trauma subito da lui e dal genitore, non parlasse con il padre.
Il dialogo, invece, è fondamentale per essere aiutati, per avere un supporto, per uscire fuori da un periodo buio.
Fabrizio Cattani e il casting
E, invece, a livello di regia, com’è stato girare con bambini e animali? È vero che Giorgio Pasotti è il nome di richiamo per il grande pubblico, però alla fine il suo personaggio è sicuramente meno protagonista di Filo. Hai riscontrato delle difficoltà?
Devo premettere, visto che lo hai citato, che Giorgio Pasotti l’ho immaginato mentre scrivevo la sceneggiatura perché per me era perfetto per il ruolo del padre. Infatti sono stato molto contento quando ha accettato, dopo aver letto la sceneggiatura.
Quanto al resto ho dovuto fare un lungo casting, anche complesso, perché volevo i personaggi giusti, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Tra tutti, per esempio, Rullo doveva sprizzare simpatia da tutti i porti, ma suscitare anche tenerezza.
Poi li ho trovati e pensa che per loro si tratta della prima esperienza cinematografica. C’è stato, quindi, un faticoso lavoro di preparazione, non solo perché erano più piccoli e perché era la loro prima esperienza, ma anche perché il film è stato girato in quattro settimane, che è veramente un tempo troppo ristretto. Doveva collimare tutto alla perfezione e loro mi hanno aiutato molto perché si erano preparati e, per fortuna, ho fatto pochissimi ciak.
Effettivamente sembrano nati per interpretare questi personaggi. Rullo, per esempio, ha proprio la faccia da migliore amico, da confidente.
Ma è anche pauroso. È l’alter ego di Filo e ha anche tanti altri aspetti. In questo Michael D’Arma (l’attore che interpreta Rullo) è stato strepitoso. Così come anche Mimmo Borrelli (Filo) e Judith Schiaffino (Amélie).
Foto di Fabio Rao
È stato un bel tour de force, però sono contento del risultato finale. Quattro settimane non ti permettono di fare certe cose a livello di regia, però sono comunque riuscito a fare quello che per me era fondamentale, quindi sono soddisfatto.
Senza rivelare niente della trama volevo chiederti del momento che, più che dividere il film in due parti, invita lo spettatore a riguardarlo da un altro punto di vista.
È un colpo di scena che ti obbliga a ripercorrere un po’ tutta la storia del film dall’inizio scoprendo anche delle cose che magari non avevi attentamente valutato. Credo sia molto forte e molto bello anche perché lì esce fuori anche la parte psicologica dello scrittore. Nel libro non è esattamente così, accade in una maniera forse un po’ diversa.
Nel film bisognava stare molto attenti perché non dovevo dare indicazioni troppo esplicite.