Scritto e diretto da Giusi Cataldo, Ha Toccato è nato da un materiale autobiografico — la stessa regista è figlia di genitori audiolesi.
Il film è stato presentato al festival Tulipani di seta nera.
Fin dalle prime immagini il film cerca di costruire una dimensione sospesa e intimista, affidandosi a frammenti di memoria e a un racconto introspettivo. Tuttavia, nonostante il carattere personale del progetto, il materiale autobiografico non riesce mai davvero a trasformarsi in un’esperienza cinematografica universale. Il film sembra continuamente trattenersi, non esponendosi emotivamente fino in fondo (forse perché così profondamente legato a ricordi personali). Questa esitazione finisce per indebolire il coinvolgimento dello spettatore.
Ha Toccato: il viaggio come occasione mancata
Il film segue il viaggio di una donna che torna nei luoghi del proprio passato per portare le ceneri del padre al cimitero. Attraverso brevi ritorni all’infanzia e immagini sospese, il cortometraggio cerca di evocare il rapporto peculiare e stratificato con un genitore sordo, mettendo in scena una dimensione fatta di silenzi.
Proprio il viaggio a ritroso nelle memorie, che dovrebbe rappresentare il nucleo emotivo dell’opera, resta sorprendentemente inesplorato. La rievocazione dei luoghi dell’infanzia non produce mai un reale confronto con il trauma o con il dolore del lutto. Piuttosto, il film accumula suggestioni senza trasformarle in un percorso narrativo compiuto. Lo spettatore osserva immagini e situazioni senza però riuscire ad accedere alla complessità interiore della protagonista, né comprendere davvero il peso che quell’esperienza familiare ha avuto nella costruzione della sua identità adulta.
Il limite della sottrazione narrativa
Il cortometraggio tenta, quindi, di affrontare un tema potenzialmente potentissimo — quello dell’essere figli di genitori sordi — ma finisce per rimanere intrappolato in una dimensione puramente accennata, incapace di trasformare i propri spunti in un reale percorso emotivo o narrativo.
Il problema principale dell’opera non risiede tanto nella sua brevità, quanto nella mancanza di una vera e propria profondità psicologica. Nonostante la breve durata, i cortometraggi sono in grado di condensare esperienze, relazioni e traumi in pochi minuti, restituendo allo spettatore un universo emotivo compiuto —basti pensare a film di grande intensità, come I fantasmi di Federico Papagna. In Ha Toccato, invece, tutto appare appena tratteggiato: i rapporti, i silenzi, il dolore, persino il viaggio che struttura il racconto.
La sensazione è quella di assistere a frammenti isolati che non riescono mai a costruire una vera progressione drammatica. Ogni scena sembra introdurre una possibilità emotiva che il film, subito dopo, decide di non sviluppare. La sottrazione, che dovrebbe generare tensione e densità, finisce così per trasformarsi in semplice mancanza.
Interpretazioni e freddezza emotiva
Anche la recitazione contribuisce a questa sensazione di vuoto emotivo. Le interpretazioni appaiono spesso trattenute in modo sterile, incapaci di restituire densità ai non detti che il film vorrebbe evocare. I personaggi sembrano muoversi all’interno di uno stato emotivo uniforme, quasi anestetizzato, che impedisce alle scene di raggiungere una reale intensità drammatica.
La misura e la sottrazione possono essere strumenti estremamente potenti, ma necessitano di una precisione emotiva che qui sembra mancare. Di conseguenza, molte sequenze finiscono per apparire semplicemente statiche, più che realmente dolorose o sospese. Anche i dialoghi e gli scambi tra i personaggi restano spesso privi di una concreta tensione interna, contribuendo alla sensazione di assistere a un racconto emotivamente incompiuto.
Un’opera irrisolta
Ciò che resta, alla fine della visione, è la percezione di un’opera che confonde l’accenno con la profondità e la sottrazione con l’ellissi narrativa. Ha Toccato vuole parlare di memoria, distanza affettiva e incomunicabilità, ma non riesce mai davvero a scavare nei propri temi, lasciando lo spettatore ai margini di un’esperienza emotivamente irrisolta e sorprendentemente vuota.
Più che un film sul trauma o sulla difficoltà di comunicare, appare come una serie di intuizioni mai completamente sviluppate, immagini che restano sospese senza trovare una reale necessità narrativa. Ed è forse proprio questa mancanza di urgenza emotiva a impedire al cortometraggio di lasciare un segno autentico, nonostante le potenzialità del tema affrontato.