Disonorate di Vincenzo Caricari racconta la mafia attraverso gli occhi di una donna capace di trasformare la memoria del proprio passato in una frattura irreversibile contro l’ordine malsano che l’ha generata.
Il film partecipa come finalista per la sezione cortometraggi alla 19ª edizione del Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera, in collaborazione con Rai play.
Disonorate
Era il 2010 quando l’operazione antimafia “All Inside” sgominava la famiglia Pesce che da decenni teneva sotto scacco la Piana di Gioia Tauro, mettendo fine ad anni di traffici illeciti e sanguinose contese territoriali.
Tra gli arresti figurano anche i vertici della ‘Ndrangheta calabrese, insieme a Giuseppina, figlia del boss Salvatore Pesce, figura centrale al comando dell’intera organizzazione. Il soggiorno in carcere e i turbinosi eventi di quei giorni segnano profondamente la donna la quale, posta di fronte alla possibilità di una nuova vita nella legalità, decide di collaborare con la giustizia consegnando al Giudice per le Indagini Preliminari le deposizioni necessarie a far condannare i suoi familiari.
Con Disonorate, Vincenzo Caricari e Pietro Comito attuano un reenactment dai toni freddi e taglienti, che rievoca in chiave cinematografica quello che ad oggi è considerato come il primo caso di denuncia per associazione a delinquere di stampo mafioso da parte della figlia di un padrino.
Le catene del sangue
Disonorate è una fotografia vivida e inquieta di una realtà incisa nella Storia della ‘Ndrangheta, un sistema da secoli immutato e immutabile, nonché profondamente patriarcale. In questo universo chiuso e violento le donne occupano una posizione ambivalente, essendo al tempo stesso vittime di un ordine imposto e garanti attivi della sua conservazione. L’ispirata sceneggiatura di Comito illustra, attraverso le parole di Giuseppina, una realtà contorta fatta di gesti, silenzi e scelte obbligate che diventano parte di una catena che si autoalimenta, contribuendo alla trasmissione di una cultura criminale destinata a perpetuarsi come un’eredità tossica. In questo contesto la sottomissione non è soltanto una condizione ma una norma, mentre il disprezzo verso chi tenta di sottrarvisi diventa il collante sociale secondo il quale “per la famiglia si uccide anche la famiglia”.
Ed è proprio in questo che risiede la forza di Disonorate. La tragica vicenda di Giuseppina segue infatti tutti questi canoni, narrati dalla trama secondo due linee narrative distinte. Una sezione, ambientata nel 2010, ricostruisce gli eventi legati all’arresto della donna e alla sua confessione, mentre la seconda, costruita a partire dalle dichiarazioni di Giuseppina, ripercorre il suo passato attraverso frammenti di memoria che delineano il contesto in cui è nata e cresciuta. Proprio il passato di Giuseppina si rivela essere un crogiuolo in cui si mescolano la vita e le storie di altre donne, come lei ree di aver “disonorato” il proprio sangue nel tentativo di sottrarsi agli obblighi impietosi della criminalità per costruirsi una vita autonoma, lontana da un destino imposto.
Un risultato convincente
In Disonorate, la regia di Vincenzo Caricari, pur mostrando in alcuni passaggi un’impostazione ancora acerba, si distingue per la capacità di costruire una narrazione tesa e ben articolata. Il ritmo serrato del montaggio, tuttavia, compromette in parte la sua invisibilità, imponendo continui cambi di piano che possono ostacolare la piena immersione nello svolgimento delle vicende, lasciando trasparire un gusto forse eccessivamente virtuosistico della messa in scena. Altrettanto di livello è la colonna sonora dai toni nervosi e incalzanti che ben s’accostano alle immagini, nonostante in alcuni tratti si imponga in modo leggermente ingombrante sulla scena. Ma a convincere è soprattutto la performance di Marcella Mesiti nei panni di Giuseppina, capace di dare spessore a un volto insieme duro e orgoglioso, in cui però affiora una fragilità profonda. Una prova che restituisce la complessità di un personaggio straziato, costretto a negare le proprie radici per proteggere la vita dei propri cari.
Oltre l’omertà
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, Disonorate non è semplicemente il racconto di una redenzione, quanto più la presa in atto della sconfitta di un sistema da cui nasce una volontà di rivalsa. Il mondo mafioso, con la sua brutalità e il suo degrado, da realtà apparentemente imperturbabile si rivela improvvisamente fragile di fronte alla metamorfosi di Giuseppina Pesce la quale fa prevalere l’identità di madre su quella di affiliata. La ‘Ndrangheta, come lei stessa afferma nel cortometraggio, non può rappresentare il futuro dei suoi figli ed è proprio attraverso questa scelta coraggiosa che si incrina il meccanismo che da generazioni plasma la vita all’interno delle cosche.