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‘Mother Mary’: serviva coraggio per farlo meglio e in animazione?

Un melodramma pop-horror che sogna Polanski, flirta con Satoshi Kon e finisce per assomigliare a Snyder

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MOTHERMARY

Nel vasto universo Hollywoodiano esistono costellazioni che da tempo hanno cementato il senso del: “Non sempre pesantezza è sinonimo di Autorialità”. E poi c’è Mother Mary, che sembra voler rimarcare l’importanza dell’impronta pachidermica nel cinema.
Non una narrazione: una manifestazione fenomenica del ritorno di Ronald Emmerich.
Con Anne Hathaway trasformata in una Madonna pop-esoterica, Michaela Coel in una sacerdotessa couture del trauma artistico, e David Lowery dietro la macchina da presa che dirige il tutto con la gravità cosmica di un uomo convinto di stare filmando contemporaneamente Persona, Millennium Actress e un videoclip di Lady Gaga posseduto da Pazuzu.

Il problema è che Bergman, Kon e Polanski avevano una cosa che qui manca quasi completamente:
il senso del ritmo; non quello musicale ma quello emotivo.

Ma aspettate a buttare tutto nel dimenticatoio; perché forse Mother Mary ci ha ingannato tutti, arrivando financo ad ingannare se stesse.
Canta una litania a memoria che appare quasi inarrestabile si; ma forse non è lui ad essere sbagliato, forse è il modo in cui ci è stato portato in sala.
Avanza come un elefante gotico ricoperto di Swarovski che ha appena letto Jung e vuole assolutamente spiegarlo eppure la sua bellezza è inequivocabile, allora cosa è a non tornarci?

Il dramma dentro il film: intuizioni potentissime che vengono continuamente soffocate da una messa in scena così innamorata della propria “importanza” da dimenticarsi che il cinema, ogni tanto, dovrebbe anche respirare.

Ma andiamo per gradi.

Volevi fare la fotografia politica ma non ti sei accorto che i muri sono caduti…

La prima sensazione che il film restituisce è chiarissima:
Boris-Caprera. No!

Diciamo semplicemente che David Lowery non sta girando un film realistico.

Sta costruendo una camera rituale.

Le due protagoniste si parlano come personaggi teatrali sospesi fuori dal tempo. Ogni dialogo sembra scritto per essere declamato sotto ad un occhio di bue davanti a un pubblico che annuisce lentamente sorseggiando vino biodinamico da 28 euro al bicchiere.

Il problema non è il teatro nel cinema.
Polanski ha costruito mezza carriera su questo principio. Carnage, Venere in pelliccia, Repulsion: tutti film chiusi, claustrofobici, teatrali, ma sempre percorsi da una tensione chirurgica.

In Mother Mary invece il conflitto raramente esplode davvero.

Resta sospeso. Galleggia.
Ogni scena sembra continuamente preparare qualcosa che non arriva mai.

Mother Mary

Anne Hathaway nelle stesse condizioni psicofisiche dello spettatore a fine visione

E quella strana voglia di…Paprika

Ed è qui che entra inevitabilmente in gioco Satoshi Kon.

Perché tutto il film sembra costruito attorno a dinamiche che in animazione avrebbero avuto una forza devastante; basti pensare alla dissociazione identitaria, alla popstar come creatura astratta, al corpo che muta, alla performance che diventa possessione a al confine sfumato tra trauma e spettacolo.

Si stiamo ancora parlando del film di Lowery e non di Perfect Blue.

In live action, però, Lowery resta intrappolato nella materia fisica del glamour da velluti, neon flesh, costumi, fumo, controluce, aureole fashion, fotografia pubblicitaria. Come se la Hathawaty fosse entrata nello schermo direttamente da una sala de: Il diavolo veste Prada 2.

La sensazione che tutto avrebbe maggiormente funzionato in tecnica di Animazione è fortissima e si nota eccome.

Avrebbe trasformato quella casa in un organismo psichico.
Avrebbe fuso palco, identità, ricordo e paranoia in un unico flusso visivo schizofrenico dove il montaggio stesso sarebbe diventato malattia mentale.

Invece ci tocca osservare il film con distanza contemplativa.

Ma quindi è ancora il la Hathaway in un film sulla moda?

Quindi se dobbiamo osservare gli elementi che definiscono questo problema allora il più grosso di Mother Mary è probabilmente
l’assenza totale di ironia.

Non ironia nel senso Marvel.
Non battutina.
Ma disinnesco emotivo.

Tornando a Polanski; funzionava perché riusciva sempre a inserire elementi grotteschi dentro l’angoscia. Rosemary’s Baby è terrificante anche perché a tratti sembra una commedia nevrotica newyorkese. La paranoia cresce proprio attraverso la normalità.

Mother Mary invece resta sempre sullo stesso registro:
grave, metaforico, ieratico, simbolico, solenne.

L’unico vero momento di decompressione emotiva arriva con la battuta:

“…e poi sono andata dal dentista…”

Che infatti colpisce immediatamente perché sembra l’unica frase pronunciata da un essere umano reale dentro due ore di catechismo glamour che parlano come se stessero commentando il Libro delle Rivelazioni durante una sfilata Balenciaga.

Il film non oscilla mai emotivamente.
E senza oscillazione non esiste tensione.

Esiste solo saturazione e ancora viene alla mente che se questa stessa sceneggiatura fosse stata trasposta in animazione ne staremmo parlando in altri termini.

Proprio perché ad un certo punto lo spettatore non è più oppresso dal film:
è semplicemente stanco.

E questa è una differenza enorme.

Mother Mary

Mother Mary: almeno la musica non era male

Ed è forse qui che Mother Mary trova il proprio limite definitivo.

Il nostro è chiaramente un autore vero.
Le immagini del film restano addosso. Alcune sequenze sono magnifiche. Hathaway e Coel si gettano dentro il materiale con una dedizione quasi suicida.

Ma il film sembra continuamente chiedere allo spettatore: “Ammira quanto è importante tutto questo.” e il grande cinema non funziona così.

Ed è proprio la pretesa irrisolta a trasformare la pellicola in una lastra chiodata per gli occhi dello spettatore. Ogni volta che Mother Mary tenta di esplodere:

  • il montaggio si trattiene,
  • l’immagine torna composta,
  • il simbolismo si ricompone elegantemente.

Come se il film avesse paura del proprio caos.

In animazione questo problema non sarebbe esistito.

Perché Mother Mary non è mai davvero interessato al realismo umano.
È interessato al mito. Alla percezione. Alla deformazione emotiva.

E il mito, quando viene messo in scena attraverso il live action contemporaneo ultra-patinato, rischia continuamente di trasformarsi in uno spottone.

L’animazione invece avrebbe potuto renderlo finalmente instabile.
Sporco.
Visionario.
Perfino terrificante.

Avrebbe potuto fare ciò che il film sogna continuamente di fare senza mai arrivarci:
smettere di essere una messa in scena… e diventare una grandiosa allucinante opera psichedelica.

Mother Mary invece ama guardarsi allo specchio.

E alla lunga smette di sembrare qualsiasi cosa di diverso da una seduta di autocoscienza dalla durata eccessiva dentro una cappella goth sponsorizzata da Saint Laurent.

'Mother Mary'

  • Anno: 2026
  • Durata: 110'
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: melodramma pop
  • Nazionalita: UK, Finlandia, Germania, USA
  • Regia: David Lowery