Put your soul on your hand and walk di Sepideh Farsi (La sirène) é un documentario prodotto da Reves D′Eau che racconta la storia della fotografa di Gaza Fatima Hassouna, recentemente scomparsa vittima dell’assedio tuttora in corso.
Il film è stato presentato in anteprima a Cannes, poche settimane dopo che la protagonista ha perso la vita, sollevando il cordoglio generale e lo sdegno di fronte alla sorte dei giornalisti a Gaza.
Al cinema con Wanted dal 27 Novembre.
La vita vera di Fatima Hassouna
Put your soul on your hand and walk scaturisce dalla connessione fortuita tra la regista Sepideh Farsi e la fotoreporter Fatima Hassouna. La prima, iraniana, fuggita dal suo paese e impossibilitata a rientrare, raggiunge tramite amici comuni Fatima Hassouna, ventiquattrenne giornalista palestinese che dal suo paese, invece, non può uscire. Queste videochiamate distorte e spesso interrotte, i messaggi vocali e le immagini che Fatima condivide, diventano il materiale da cui Sepideh Farsi ricava un ritratto inusuale di una coraggiosa reporter.

Fatima Hassouna e Sepideh Farsi – ‘Put your soul on your hand and walk’ di Sepideh Farsi – foto stampa dal Busan International Film Festival
La narrativa di Put your soul on your hand and walk
Il film si costruisce tutto sulla inquadratura di un cellulare; anche quando ad essere inquadrato è uno schermo televisivo o un monitor, si mantiene una soffocante vicinanza, così da poter richiamare coerenza emotiva. Questo crea un attrito visivo e mentale, fino a farci infastidire, soprattutto perché non riusciamo a cogliere i contorni nitidi di Fatima Hassouna, a darle una sembianza pulita e lucente come si meriterebbe. Invece, poiché si trova realmente sotto le bombe, tra la polvere e il fumo, è lì che fa eco lo schermo: la nitidezza è un lusso che non le è concesso. Quello che nasce come una contingenza, una necessità, diventa un taglio registico peculiare che Farsi cavalca consapevolmente e con acume.
Vorremmo vedere oltre, spostare le macerie, ma quello che ci raggiunge con più chiarezza sono le sue fotografie: sono state per diverso tempo un documento imprescindibile per conoscere effettivamente quello che succedeva a Gaza. Fatima Hassouna ci ha fatto scoprire un popolo che malgrado i bombardamenti persistenti ha resistito nella mente e nel cuore, ricreando di continuo sopra le macerie, e pure sopra le macerie delle macerie, una nuova routine.
In tutta questa distruzione e strazio, la ragazza non perde mai il sorriso, e quello stesso sorriso si mostra puntualmente contagioso, brillante e orgoglioso. Non è spiegabile a parole l’energia che scaturisce, la potenza comunicativa di quel suo approccio alla vita. Si può solo immaginare quanto questa straordinaria pulsazione possa essere percepita come un agente irritante per coloro che non ammettono l’esistenza di questo intero popolo. Ma su quello Fatima si dichiara stoica sin dal principio: non ci sconfiggeranno nell’animo, la nostra identità sarà per sempre.

‘Put Your Soul on Your Hand and Walk’ di Sepideh Farsi – foto stampa dal Busan International Film Festival
Due donne e la resilienza
Questo film è un’opera importante e toccante per molteplici ragioni. La regista iraniana Sepideh Farsi condivide con il suo personaggio le pene della fuga. La differenza fondamentale è che Fatima si trova in fuga nel suo stesso Paese, scappa dalla morte, mentre Farsi la segue a distanza, nella comodità di un paese che la guarda da fuori. Eppure c’è empatia in entrambe le direzioni, non pietà. L’amicizia che nasce attraverso uno schermo, durata poco più di un anno, si rivela essere un’incredibile consolazione per entrambe.
Purtroppo, Put your soul on your hand and walk ha finito per essere un documentario necessario, un omaggio alla memoria di Fatima, un’opera postuma sofferta, e una denuncia per tutti quei giornalisti che non sono stati rispettati nello svolgimento del loro lavoro. E ancora, è un tributo alla resistenza solerte della gente comune, a quelle persone normali che normali più non si sentono perché il contesto le ha rese aliene. Così come ci racconta Fatima sorridendo ancora ripetutamente, aggrappandosi a quel filo quasi invisibile di speranza che le consente di parlare. A quella connessione a singhiozzi che l’aiuta a sentirsi viva e supportata da una collega che la guarda impotente e sconsolata dall’altra parte del mondo.
Se ne esce davvero storditi, confusi tra sentimenti di dolore e di calore, favoriti da quella magica congiunzione e quel sorriso che la ragazza non ci ha mai negato. Ci si consola con poco pensando che poche settimane prima di perdere la vita sotto le bombe, Fatima avesse ricevuto la notizia del suo passaggio a Cannes e stesse preparando il suo viaggio da sogno, accanto a Sepideh.
Cara Fatima, la tua eredità è in buone mani sugli schermi del mondo, a raccontare alla gente comune che talvolta ne capisce di più di chi sta al potere, che i palestinesi hanno fatto e continueranno a fare tutto ciò che è in loro potere per sopravvivere all’apocalisse.