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Rybczynski, o dell’idea che non muore

Zbig Rybczynski è videoartista d’origine polacca, esploratore e sperimentatore di linguaggi, della loro applicazione e della loro possibile inter-relazione. Ha lavorato in patria fino al 1983, anno in cui agli Academy Awards gli fu conferito il premio Oscar in quanto autore di Tango, strabiliante cortometraggio d’animazione, che fa della complessità dei piani (utilizzò la tecnica del pixilation, e fece un collage di ben 16000 mascherini) e del contrappunto immagine-suono i suoi punti forti.

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Zbig Rybczynski è videoartista d’origine polacca, esploratore e sperimentatore di linguaggi, della loro applicazione e della loro possibile inter-relazione. Ha lavorato in patria fino al 1983, anno in cui agli Academy Awards gli fu conferito il premio Oscar in quanto autore di Tango, strabiliante cortometraggio d’animazione, che fa della complessità dei piani (utilizzò la tecnica del pixilation, e fece un collage di ben 16000 mascherini) e del contrappunto immagine-suono i suoi punti forti. Trasferitosi negli Usa, ha creato una sua società di produzione (Zbig Vision) ed è diventato celebre come autore di videoclip musicali, tra cui una versione di Imagine di John Lennon, e numerosi altri lavori per Simple Minds, Pet Shop Boys, Lou Reed, Supertramp, Mick Jagger ed altri ancora.

Il suo ultimo lavoro è Kafka, del 1992, dopo del quale ha deciso di lasciar da parte la pratica realizzativa per dedicarsi alla ricerca tecnologica ed all’insegnamento.
Nel corso del suo tour italiano che da Milano, in cui lo Spazio Oberdan gli ha dedicato una lunga retrospettiva, l’ha portato fino a Bari, Rybczynski ha fatto tappa a Roma per un incontro organizzato dall’Istituto polacco, in collaborazione con il Nuovo Cinema Aquila. Occasione per ribadire il suo amore per l’Italia, una certa Italia smarrita e ben rimpianta, quella d’un Rinascimento in cui arte e scienza non erano ambiti divisi, bensì concorrevano al progresso della civiltà. Ed ancora momento raro attraverso cui conoscere una mente lucida, forse illuminata, certamente capace d’intrattenere la platea con un raccontarsi fluviale, e di argomentare con ampiezza di vedute il suo progetto di grandiosa ricerca d’una impossibile perfezione.

L’incontro romano, ben introdotto dall’esperto Bruno Di Marino, ha consentito di rivedere alcuni cortometraggi del periodo polacco, da Quadrato ( Kwadrat, 1972), fino allo stesso Tango, lavori ora riuniti in un cofanetto edito da RaroVideo, e soprattutto ha permesso al grande autore di rendere pubblico il suo pensiero in merito al cinema e all’arte in genere, non prescindendo dal rapporto di questa con la vita umana tout court.

Ponendosi come adulante e grato erede dell’Italia che tra XV e XVI secolo si fece culla della modernità, e facendo riferimento ad Urbino come esempio magno del progetto neoplatonico della città ideale (“una Cape Canaveral del ‘500!”), il discorso di Rybczynski è partito su note amare, confessando come non riesca più a vedere, se non in un certo cinema, una fusione produttiva tra arte e scienza, ed ammettendo che l’arte contemporanea non sappia più partecipare alla costruzione del processo di civilizzazione.

Fervente sostenitore della tecnica, della conoscenza e dell’uso abile degli strumenti (per rendersi indipendente negli anni ’80 acquistò dalla Sony una videocamera Hd analogica per 2 milioni di dollari!) e della loro applicazione in ambito creativo, Rybzynski ha seguito nel corso degli anni l’evolversi dei dispositivi che permettono di generare immagini, dal video analogico fino al digitale HD, elaborando un metodo che si inserisce nella linea di ricerca che va da Ejsenstejn e porta, in verità senza molti eredi, fino a Peter Greenaway.

È sua la linea del registra-orchestratore (vedere a tal proposito Zbig chef d’orchestre, breve documentario presentato ad inizio serata), di colui che si mette a lavorare avendo tutto sotto controllo, piegando gli strumenti al proprio progetto, vigilando sul perfetto evolversi del lavoro (attraverso le sue stesse parole: “Io cercavo di impadronirmi degli strumenti a tal punto che mi obbedissero e diventassero così fedeli da rendermi capace, attraverso essi, di esprimere il mio desiderio, la mia immagine, quel che la mia immaginazione voleva. Dovevo fare in modo da dominare gli strumenti”).

Epigono d’ un’arte mentale che per lui si mette contro la semplice ri-presentazione del reale, Rybczynski ha scelto di lavorare con il cinema e poi con il video per dotare di movimento e proiettare nel tempo quell’espressione dell’immaginazione che ha avuto in Botticelli il più alto esempio in pittura (“Ho immaginato la Venere di Botticelli in movimento, con la macchina da presa che entra nel quadro, si sposta dentro esso. Parlo di un’idea che continua, aggiungendo ad essa alcuni elementi di modernità”).

Simbolo paradossale di resistenza al correre cieco della produzione, al rincorrere mediocri mete che ruotino solamente intorno al profitto, l’artista polacco dal ’92 si è immerso in un percorso di ricerca ad ampio raggio (diventando più invidioso degli scienziati che degli artisti: “Ho iniziato a studiare matematica, ottica, fisica”), dal quale non è ancora uscito (“la ricerca mi ha impegnato per 18 anni, e questo non mi sembra molto”).
Ci auguriamo tuttavia che quel suo confessare di “voler raggiungere qualcosa” non rimanga mero vagheggiamento ideale e si trasformi in nuove opere, capaci, come quelle apprezzate durante la giornata, di farci pensare e vedere l’impossibile, ed insieme di di farci ri-vedere ancora il possibile.

Salvatore Insana

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