La volontà oltre la rappresentazione: Ettore Ferettini

ferettini

 

Ettore Ferettini, schivo e solitario impiegato bancario, uomo di cinema sotto mentite spoglie, kafkianamente costretto alle ristrettezze dell’ufficio e poi però, forse proprio a seguito di tale sofferta “posizione”, capace di slanci rabbiosi, di contestazione dello stato delle cose, di indagine approfondita di quel persistente cortocircuito tra rappresentazione filmica e realtà in cui siamo, non sempre consciamente, invischiati.

Produttore di se stesso e autarchicamente autore assoluto dei suoi lavori (scriveva le storie, girava con la sua super8, montava, editava, senza mostrar tuttavia di essere particolarmente orgoglioso di ciò che faceva), Ferrettini ha realizzato oltre 70 “film” ancora ampiamente misconosciuti. La serata organizzata da Giulio Della Rocca in collaborazione con Valentino Catricalà presso la Sala Trevi ha permesso di colmare un vuoto di memoria e riconoscere (seppur, come malinconica tradizione vuole, postumo) il valore di una ricerca compiuta sul e attraverso il cinema, passando così – per citare solo alcuni lavori – dall’ipnotica ricerca astratta di Settima galassia alla scomposizione e ricombinazione sovversiva d’una notizia di giornale in Morte a Frosinone, ad un montaggio che ricorda le “attrazioni” ejzensteiniane nei lavori che, prendendo spunto da materiale preesistente, tracciano un’impietosa analisi per immagini e suoni delle contraddizioni in seno alla società dei consumi, quella pronta a vender l’anima in borsa (Financial Times, 1999, tra bolle finanziarie e apocalittico cinema muto), quella ipocritamente pronta a uccidere in nome della giustizia (God Bless America, 2000, costruito ricombinando blockbusters hollywoodiani), quella che maschera le proprie frustrazioni attraverso un culto spropositato della violenza (De bello fallico, 1975, in cui, tra sesso e armi, corrode con ironia la tendenza umana alla sopraffazione dei propri simili), o ancora quella malinconicamente avvinta a ideali in via di decomposizione (Deposizione, 2002, allegoria dell’ideale marxista alla deriva, inquieta elegia nata “ri-conquistando” frammenti de Lo sguardo di Ulisse di Anghelopoulos), sino infine allo sberleffo elegante d’una vita in villeggiatura catturata attraverso attori involontari, corpi autentici nel loro non sapere d’essere osservati e sezionati in moviola (Park Hotel, 1976).

Ed è forse proprio il metodo crittografico, di cui la traccia più evidente è nel già menzionato Morte a Frosinone, il procedimento adottato da Ferettini per afferrare e attaccare il mondo dal suo punto di vista: analisi e decrittazione dei segni nascosti, ricodificazione e risignificazione, spossessamento e riconquista. Collage di materiali preesistenti, ricombinazione di linguaggi (caratteri tipografici, la “cattiva maestra” tv identificata più volte come il nemico – si veda qui Manifesto – quasi una bandiera, 2007 – il cinema, smontato, ritagliato e rimontato offrendo nuovi personali sensi alle immagini, e ancora la pittura, il fumetto, stampe cartacee di opere figurative – come nello splendido percorso visionario di Hopper, periferia dell’anima, 1997, manifesti e segnali stradali. Nell’orizzonte più volte rivendicato – come ricordato dai curatori – di una ferma critica sociale portata avanti attraverso il mezzo cinematografico.

Una pratica sotterraneamente resistente, quella di uno che – come ha ricordato Tonino Valeri nella sua introduzione alla serata – non apprezzava il mondo che lo circondava, trasferendo il pessimismo e l’amarezza che ne derivava da un lato rigettando la mera funzione fatica del linguaggio verbale (il già accennato mutismo relazionale in società), segno emblematico di dissenso e rifiuto, e dall’altro, andando a cercare in un certo cinema il linguaggio che meglio si accordasse con la sua visione delle cose.

E forse, paradossalmente, se oggi siamo qui a parlar di Ferrettini come di una figura autenticamente “alternativa” – nella convinzione ribadita anche da Valeri stesso che, in ambito cinematografico, non dovrebbe essere la quantità di soldi spesi e di pellicola impiegata il metro di giudizio di un’opera, o meglio di come non sia certo la lunghezza a sancirne la primaria importanza – è merito della sua vita atipica, lontana dall’arte come professione.

Ovvero, se questa sua attività parallela alle strettoie della società tout court non è mai stata pubblicamente riconosciuta e rivendicata – se non tra i membri del circolo Fedic e negli incontri a San Giovanni Valdarno – non di meno si può indicare in ciò una parziale fortuna, quella dell’esser rimasto protetto da una investitura d’artista che avrebbe potuto intaccarne quella carica eversiva che nasce da una certa scelta autarchica, solitaria e per questo altamente indipendente, di vita e d’azione.

Salvatore Insana



Condividi