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DOPO MEZZANOTTE

Master Blaster al Fantafestival 2016

“Anche quest’anno, seguendo la mia natura abitudinaria, ho seguito il Fantafestival per anticiparvi le novità che da settembre in poi, vedrete (o più probabilmente non vedrete) sui grandi schermi dei cinema Italiani”: Master Blaster, come consuetudine, ci conduce all’interno del festival, svelandoci i retroscena, e facendoci un’ampia panoramica dei film di quest’anno

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Il mio negozio, caldo asfissiante, colonna sonora Vamos a la playa dei Righeira.

Cazzo, se sei caduto in basso! Usare i Righeira come colonna sonora di apertura dell’articolo!

Questo immagino sia il commento che sarà venuto ai più leggendo l’incipit del mio articolo di fine luglio che come ormai da consolidata tradizione è dedicato al Fantafestival.

In realtà, quei pochi che avranno la pazienza di leggermi, non dico fino in fondo (sono cosciente che ci vuole stomaco!), ma almeno fino a metà, capirà che ho avuto i miei stramaledetti motivi per un gesto tanto estremo.

Ma andiamo con ordine.

Anche quest’anno, seguendo la mia natura abitudinaria, ho seguito il Fantafestival per anticiparvi le novità che da settembre in poi, vedrete (o più probabilmente non vedrete) sui grandi schermi dei cinema Italiani.

Sarà il caldo, saranno le tasse, sarà il mio meccanico che mi ha fregato sulla revisione della lambretta, ma quest’anno sono polemico con tutti e prima di cominciare a sezionare i film senza anestesia un paio di rimbrottini li devo fare agli organizzatori del festival.

La location quest’anno torna al Savoy. Ok, per me è più che azzeccata, sia per la logistica, sia per la fruibilità delle sale, sia per motivi affettivi, visto che fu in quel posto che conobbi di persona Lucio Fulci.

Ora però cominciano le dolenti note.

La pubblicità? Con tutto l’affetto, anzi proprio per tutto l’affetto che nutro sia per l’istituzione del festival che per gli organizzatori, devo proprio dirlo: se non mi fossi sbattuto io per scoprire dove quest’anno si svolgeva il festival, difficilmente lo avrei  trovato.

Non vorrei che anche i ragazzi dell’organizzazione siano caduti nella trappola dell’autoreferenzialità e abbiano pensato che qualche post su facebook sia più che sufficiente a farsi conoscere.

Per quanto sembri strano c’è un’intera rete fuori da quel social network e c’è un intero mondo fuori dalla rete.

Un po’ di comunicati a tappeto, sia online che su cartaceo, e qualche caro vecchio manifesto (come negli anni d’oro), piazzato in punti strategici, avrebbero certamente incrementato la partecipazione.

Come era solito dire per l’appunto Fulci, la forza del Fantafestival sta nel suo essere un appuntamento cultural – popolare.

E francamente io non ce lo vedo come un cenacolo di addetti ai lavori, cosa che dobbiamo dirlo, è stato in alcune giornate di quest’anno.

In più si è sentita la mancanza della “zombie walk” e ho notato con un certo disappunto che si è deciso di non continuare a sperimentare il percorso delle esperienze “dal vivo”, iniziato l’anno scorso con la riproposizione del radiodramma La guerra dei mondi.

Ora, sia chiaro che queste piccole osservazioni le faccio non perché ami fare il bastian contrario a tutti i costi, ma perché, dismessi per un attimo i panni del giornalista, io amo quest’appuntamento anche come persona del pubblico e come tale tendo a notare cosa manca o non manca per una fruizione più generalizzata dell’evento.

Di buono invece – e spero che dai piani alti abbiano il coraggio di andare fino in fondo – è stata la voce insistente, colta tra i corridoi del Savoy, da fonti più che accreditate, che prospetta per la prossima edizione la nascita di una nuova categoria per i film in concorso, provvisoriamente denominata “premio disturbatori” e che sarebbe interamente dedicata alle pellicole che hanno ricevuto il maggior livello di insulti e pernacchie in sala da parte di famigerati commandos del disturbo organizzato.

Che dire? Sarebbe finalmente il giusto riconoscimento a quella fetta di pubblico che in modo un po’ ruspante, ma schietto e sincero, dimostra da sempre di sostenere il festival con quell’entusiasmo che l’ha reso un prodotto folkloristico tipico della Kermesse.

Quindi avete capito ragazzi? Se per caso tra i miei lettori, come spero, c’è qualche pasdaran della critica tritatutto e dell’insulto agiografico, questo è il momento di farsi sentire.

Tempestate la casella postale degli organizzatori affinché vengano finalmente riconosciuti i vostri più che meritati diritti di tribuna!

Finite le rampogne, possiamo dedicarci finalmente ai film in catalogo e iniziamo subito con la prima perla che ha deliziato le mie pupille. Trattasi di Alienween: una boiata, con l’indiscutibile pregio che ha la coscienza di essere tale. Quindi non ammorba, non pretende e non annoia; al contrario, ci regala un sano divertimento miscelando sapientemente un topos ben sfruttato, quello del gruppo di persone asserragliate in una casa circondata da entità aliene ostili, con sprazzi di computer grafica e i cari vecchi pupazzi formato “mostrone”, tanto cari ai classici della fantascienza da Roger Corman a Ishiro Honda. Sangue e liquami assortiti, rubati al Raimi dei tempi d’oro e profusi a piene mani, soluzioni di piani sequenza presi in prestito dal fumetto e infatti il regista, Federico Sfascia, è un disegnatore veterano che per curare la fotografia si inventa lo pseudonimo di Frank Pazuzu, per non far tradire la sua natura di autentico “one man band “ di questo film. Ma sopratutto a dar lustro a tanto impegno è il ritorno del fantastico duo Gugliemo FavillaAlex Lucchesi, i quali, pur non incontrandosi mai, lavorano la storia ai fianchi, infarcendola di verve e momenti di magistrale recitazione da caratteristi. Qualcuno potrà dire che parlando di questa rinomata coppia sono di parte nei miei giudizi ed è vero. Ma la mia simpatia e il mio sostegno non sono affatto rubati, perché questi due ragazzi sono bravi davvero e continuano con coerenza un lavoro di riscoperta del grande cinema artigianale che molti più attori dovrebbero coltivare con lo stesso impegno e la stessa umiltà. Sostanzialmente il mio giudizio è più che positivo ed Alienween, pur non essendo una perla autoriale, è un ottimo film, da vedere in compagnia, per passare un’allegra serata con più amici possibile.

Adesso se volessi seguire sia un ordine cronologico che le aspettative del pubblico dovrei parlarvi di The Blind King, l’ultima fatica di Raffaele Picchio. I fans del dissacrante e dissacrato autore di Morituris questa volta potrebbero  restare fortemente delusi nel caso si aspettassero una pellicola in linea con lo stile del regista. Io stesso, non appena ho sentito la puzza di pippone introspettivo, ho abbandonato la sala  per non essere costretto a recensire negativamente un Picchio che nonostante tutto continua ad avere il mio rispetto. Poi per carità, è anche una questione di gusti, ma io questi polpettoni in veste di psicodramma non riesco proprio a digerirli.

Quindi invece di sentirmi parlare male di The Blind King, mi sentirete parlar malissimo di Safrom. Oltre al fatto di volermi evitare due ore di psicoanalisi alla tedesca a dirottarmi su questo film è stato il titolo. Non so perché, ma pronunciando più volte a bassa voce la parola Safrom, non potevo fare a meno di immaginarmela come il nome di una particolarissima marca di profilattici per zoofili superdotati. La prima cosa che voglio dirvi è che secondo me la stessa direzione artistica del Festival ha fortemente sottostimato le potenzialità di questo lavoro. Infatti se avessero scelto di proiettarlo in un’altra sala e in un altro orario, con una platea un pochino più folta (in sala c’ero praticamente solo io e il cast), la risultanza sarebbe stata certamente un bel linciaggio alla vecchia maniera, con tanto di insulti, lancio di oggetti contro lo schermo e arrivo ad ipotizzare anche un bell’inseguimento finale del povero Nicola Barnaba da parte di una folla giustamente inferocita. Il tutto a maggior gloria del pubblico ludibrio… s’intende! Ma anche la visione solitaria di questa riedizione di un Bruno Mattei, rivisitato, corretto e peggiorato, non ha mancato di regalarmi momenti di grande ilarità. Tant’è che se le luci fossero state accese, sicuramente mi avreste visto ridere da solo come un ebete. Per ricreare le indimenticabili atmosfere di Virus – l’inferno verde dei morti viventi non manca proprio nulla. Dalla boscaglia, probabilmente quella intorno alla discarica di Malagrotta, alla colonna sonora che qualunque musico di strada, raccattato in una stazione della metro B, avrebbe saputo interpretare meglio, agli zombi che, per qualche male interpretato senso del minimalismo, dovrebbero essere credibili solo perché ricoperti da tonnellate di cerone comprato alla Standa, passando per la recitazione dei personaggi con la marcata inflessione romanesca, nonostante il soggetto li abbia dotati di nomi americani. Per non parlare di scienziati che millantano una qualche credibilità accademica sfornando nanoparoloni, riguardanti nanopolimeri, inseriti in un contesto di nanochirurgia (tutto rigorosamente nano… che fa così digitale). Ma il vero pezzo forte, oltre al cameo di un marziale Edoardo Margheriti è la citazione dell’inquietante fenomeno delle formiche zombie che quando uscì sui giornali non mancò di illudere e deludere un’intera generazione di nerds che, come il sottoscritto, si preparano da anni ad un’apocalisse di morti viventi.

Discorso un pochino più articolato va fatto per il lavoro collettivo Sangue misto, una storia ad episodi coordinata da Davide Scovazzo. L’idea di ambientare il problema delle realtà multiculturali nella cornice di alcune grandi metropoli Italiane è indubbiamente fresca. Da persona di estrema sinistra, inoltre, non ho potuto che apprezzare la volontà di dare uno sguardo privo di buonismo sui problemi della convivenza interetnica, qui affrontato tramite la riproposizione di miti e leggende oscure proprie delle varie comunità straniere che gli autori hanno voluto raccontarci a modo loro. Dal voodoo africano in una Torino bigotta, borghese, perbenista e claustrofobica, alla magia nera cinese inserita nel contesto della provincia fiorentina (quest’ultima trattata sempre in maniera affilata dall’ottimo Lepori). Il lavoro secondo me è più che dignitoso, anche se ovviamente trattandosi di un film ad episodi ha i suoi picchi in negativo e quelli in positivo, incarnati rispettivamente dall’episodio sulla comunità giapponese, troppo lungo e con pretese stilistiche decisamente superiori alle possibilità, e dall’episodio sulla comunità araba a Genova, che fa una parafrasi con spietata ironia sul terrorismo e sulle nuove paure instillate nella nostra società dagli uomini neri del terzo millennio, con una storia di cannibalismo e decapitazioni. Il veder messa alla berlina l’ossessione leghista contro i kebabbari mi ha dato un profondo godimento interiore, proprio perché proposta con inusitata crudezza. Tocco finale, il cameo di Jhonson Righeira (e qui siamo al perché del mio brano d’apertura), sedotto, appeso, seviziato e trasformato in un panino è stata la realizzazione dei miei sogni di adolescente ribelle che mal tollerava le hits estive dei due fratelloni col ciuffo.

Tra le altre cose, va detto che alla fine della proiezione ho la graditissima sorpresa di incontrare nell’atrio del cinema, nientepopodimeno che un Andrea Marfori, qui in veste di semplice spettatore, ma che non manca di informarmi circa la sua ultima fatica che sta per vedere la luce, ossia Attack of soviet zombie, una produzione russa che sarà presentata a settembre. Il vate in persona mi ha mandato il promo via mail e vi posso assicurare che da quel poco che ho visto, si tratta di un autentico Marfori senza filtro al 100% che non vedo l’ora e non mancherò di recensire per i vostri palati sopraffini.

Seguitando invece a parlare dei film in concorso, rigorosamente in ordine cronologico, due parole le meritano i mediometraggi  The last glow e The great journey. Per loro vale il famoso detto “poveri ma belli”. Ci troviamo infatti davanti a due classici film di fantascienza di impronta sociale, il primo tratta con gusto kafkiano il problema della privatizzazione delle risorse, della mercificazione dell’essere umano ridotto ad utente e della spietata burocrazia commerciale. Quante volte abbiamo sentito o letto sui giornali di persone a cui è stata tagliata l’acqua nei comuni in cui questo servizio è stato privatizzato? Bene, ora immaginate che al posto dell’acqua vi taglino la fornitura d’aria e che il vostro comune di appartenenza sia la luna….Spero che questa pellicola capiti in visione a qualche solerte amministratore che, nonostante lo sfascio da predazione attuato dalle società privatizzate di servizi essenziali, ha ancora la faccia di bronzo per affermare che privato è bello. Il secondo è invece un omaggio agli Indiani Americani e a tutte le culture altre, sterminate dalla nostra cosiddetta civiltà superiore che sente come suo destino manifesto il dovere di inglobare e uniformare ogni creatura al suo stile di vita.

E adesso parliamo di quello che personalmente penso sia stato il più bel film di questa trentaseiesima edizione del Fantafestival. Trattasi di German Angst, un lungometraggio tedesco diviso in tre segmenti narrativi legati tra loro dal comun denominatore di una riflessione a tutto campo sulla violenza domestica, politica e di genere, mostrata a tutto campo e senza censure. Scene forti, oltraggiate da dialoghi ancora più crudeli che feriscono le orecchie e gli occhi dello spettatore. Non mancano i momenti introspettivi, ma la tensione narrativa non concede pause per annoiarsi e gli spruzzi di sangue, le torture, l’autolesionismo non oscurano un messaggio che soltanto un popolo come quello Germanico, ancora schiacciato dal senso di colpa per la vergogna storica del nazismo, può rendere con una narrazione appropriata. L’inversione dei ruoli, di colui che partendo vittima si trasforma in carnefice è la costante che accompagna i protagonisti delle tre storie e il risultato è sempre la stessa tragica perdita della propria umanità. Sia per politica o per sesso, la sopraffazione rende ugualmente i corpi degli involucri vuoti, degli oggetti per soddisfare i bassi istinti. Una metamorfosi consapevole del proprio io, che però non si può in alcun modo arrestare. La fotografia è cupa, il montaggio stesso è di una violenza inaudita e senza lasciare niente all’immaginazione ci bombarda con impattanti cambi di sequenza, repentini come il cambio dei ruoli nell’attraversare quella sottile linea rossa che separa la vittima dal carnefice. Una poetica di altissimo livello in cui però non c’è traccia di redenzione.

Di tutt’altro effetto è la visione dello spagnolo Vampyres. Probabilmente vista la cura nei dettagli scenici e nella fotografia, sono portato a credere che la pellicola avesse voluto essere un omaggio ai grandi cult del cinema iberico di genere.  Dal suo omonimo del 1974 con puntatine citazioniste a  Armando de Houssorio, fino ad arrivare la misconosciuto La vampiras del 1969. Grandi ambizioni frullavano di sicuro nella mente del regista, peccato che questo castello di prosopopee nella mente degli sceneggiatori sia arrivato alla sintesi perfetta in una singola, solitaria parola…. “TETTE”. Oddio, a voler essere onesti l’allocuzione più consona per definire la trama sarebbe “TETTE IN UN BOSCO” ed è anche vero che per evitare ripetizioni e noia ci sia un tentativo di variazione con “CHIAPPE”, ma la sostanza sinottica di questo capolavoro non cambia. Tette rifatte, naturali, calanti e scosciate. In ogni salsa, di ogni dimensione e in ogni contesto. La ghiandola mammaria qui incarna un’ossessione talmente totalizzante che verrebbe da pensare a qualche complesso edipico non risolto. Ah si… dimenticavo…. oltre alle tette ed ai fondoschiena c’è anche una trappola per orsi, messa lì, per caso, in una cantina. Insomma, in questo film c’è un po’ di tutto, meno che una storia. Quella è inutile che la cerchiate perché non la troverete per sbaglio nemmeno sotto un capezzolo delle attrici. L’unico pregio che riconosco al film è aver scaldato i motori dello scontento popolare. Il mormorio sommesso dei disturbatori che fino a quel momento aveva drammaticamente taciuto, facendomi temere il peggio, comincia finalmente a farsi sentire. Una risata, una battutina, un borbottare sommesso ma incessante. Tutto indica che nella diga del silenzio si stanno aprendo minacciose crepe.

Finalmente, quando arriviamo a My little sister gli animi sono pronti e basta una piccola parolina per scatenare le elites dei guastafeste sceltissimi che da due giorni aspettavano di poter dar libero sfogo a tutte le loro frustrazioni represse. Forse dovrei dirvi che la piccola parolina che ha aperto le cateratte dell’insulto gratuito l’ho lanciata io, nascosto dal buio della sala in un sicuro anonimato. Ma temo che questo sarebbe poco giornalistico e quindi il regista, Maurizio Del Piccolo, non saprà mai chi è il vandalo insensibile che ha dato il via al sacco della sua arte. É in situazioni come questa che non posso fare a meno di pensare di essere una persona orribile. Che poi, detto in camera caritatis, questo slasher movie è anche un’onesta versione alla matriciana del ben più nobile Non aprite quella porta, fatta con dignità nonostante l’evidente pochezza di mezzi a disposizione. Anzi a voler dare a Cesare ciò che è di Cesare, ho visto produzioni molto più ricche, tirare fuori porcate ben peggiori. Continuo a sostenere che a Safrom spetti la palma d’oro di trashata 2016. Qui il film tutto sommato scorre, tira fuori due risate e allontana le tristi miserie della vita. Fondamentalmente ha avuto la fortuna (o la sfortuna, a seconda del punto di vista) di venir proiettato in una fascia oraria più abbordabile, con un pubblico più vasto e già su di giri per via della boiata precedente. Anzi, avvicinandomi al regista che usciva sconsolato a fine spettacolo, non mancai di dargli la mano e fargli i complimenti, dicendogli che anche se il tuo lavoro ha fatto ridere, non c’è motivo di buttarsi giù perché vuol dire che in qualche modo hai divertito ed intrattenuto il pubblico. In fondo la peggiore tra le sorti che può toccare ad un autore è, e rimane, il gelido silenzio di una platea annoiata.

Parlando di noia appunto, arriviamo a Shortwave, uno psicothriller ben confezionato, come un dolcetto giapponese.  Pieno di sgargianti colori ed accattivanti trucchetti di regia, ma assolutamente insapore. Vuoi per la storia che francamente non brilla per originalità, visto che di film sulle radio, sui dischi, sui televisori e tutta una vasta gamma di elettrodomestici per parlare con l’aldilà, abbiamo una produzione così grande che ci si potrebbe riempire un elenco del telefono. Vuoi per i momenti di introspezione (non vedo l’ora che questa moda passi), non aiutati dall’orario notturno della proiezione. Vuoi come vuoi, però alla fine questo film mi è scivolato sopra senza lasciare alcun segno. Ovviamente questo è un mio giudizio, visto che a molte persone del pubblico invece è piaciuto.

E anche quest’anno siamo arrivati alla fine della fiera. Certo ci sarebbe un ultimo film di cui parlare e visto che è argentino come il Papa due parole sarebbero d’obbligo. Soprattutto se consideriamo che io non sopporto né i Papi in generale, né questo film in particolare. Testigo Intimo, un grande enigma, e non perché sia un appassionante film di misteri. É un banale thriller anche questo, manco a dirlo, introspettivo, di una lentezza esasperante e l’unico interrogativo che riesce a sollevare riguarda il come abbia fatto a farsi accettare al Fantafestival, visto che il solo elemento fantastico che vi abbia trovato, sta nel fatto di essere riuscito a rimanere sveglio durante tutta la visione.

Colonna sonora: Religion is the opium of the massesThe Proletariat

 Master Blaster

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