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LUCI E OMBRE

Luci e ombre (parziali) dopo Cannes

Dopo la rassegna Le vie del Cinema, la manifestazione che ha portato i film di Cannes a Milano, Margherita Fratantonio fa un bilancio delle pellicole più significative: pare comunque, per quello che si è visto, che di ombre nelle storie personali e familiari che sono state raccontate ce ne siano davvero parecchie

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C’è chi può andare a Cannes per il festival e chi invece deve accontentarsi della rassegna milanese in differita, difendendosi come può da temporali e grandine all’uscita dal cinema. Dal 14 al 20 giugno, una settimana intensa di proiezioni, che devono però inserirsi nella vita di tutti i giorni, incastrarsi tra gli  impegni, tanto che a qualcuna  tocca proprio rinunciare, anche se  è più attesa  di altre. Ecco perché le note che seguono non possono che essere parziali; pare comunque, per quello che si è visto, che di ombre nelle storie personali e familiari che ci sono state raccontate ce ne siano davvero parecchie.

Densi di oscurità i due film rumeni, Sieranevada di Cristi Puiu e Bacalaureat di Cristian Mungiu. L’ambientazione del primo, che apre il concorso, in un interno così poco illuminato, sembra voler sottolineare quanto la famiglia sia luogo buio per eccellenza, con qualche schiarita e qualche sorriso, per fortuna. Ma per il resto uno sbattere ossessivo di porte, che si affacciano tutte su un vestibolo angusto dove s’incontrano, e scontrano, fratelli sorelle nipoti cugini a casa della nonna per commemorare la morte del marito avvenuta quaranta giorni prima. Nell’attesa del prete che tarda, bisogna tenere a bada la fame, e insieme le tensioni che dividono, riprese con un realismo che affascina e a tratti allontana. Disaccordi ideologici, politici, generazionali, attriti interpersonali, e più rari slanci affettivi occupano le tre ore della narrazione, che ci impegnano parecchio; prima per lo sforzo di stabilire le parentele che non ci vengono spiegate, poi per capire come ciascun personaggio si muova in questa famiglia tradizionale e moderna, insieme.

Qualche usanza ortodossa ci incuriosisce (il rito del pope quando finalmente arriva!), ma per molti aspetti non si sente la distanza. Si parla della strage di Charlie Hebdo, si fa la spesa al Carrefour, si ascolta musica italiana, una canzone di De Andrè e Maledetta primavera, mentre si smanetta con cellulari e tablet. Ma è soprattutto la difficile comunicazione parentale, quando si è costretti alla condivisione per ore, che rende questo film molto vicino a noi, avvezzi agli innumerevoli pranzi che si trasformano in resa dei conti, anche spietate. In Sieranevada mancano i grandi colpi di scena, le rivelazioni improvvise: nessun personaggio fa outing, nessuno scopre o si scopre in maniera eccessiva (a parte la zia che parla di sesso come niente, ma ci fa ridere che un po’ che ci vuole).

Cannes

I turbamenti sono sotterranei, l’inquietudine si scopre a poco a poco e poi ci accompagna fino alla fine. Per Lary, soprattutto, figlio e fratello maggiore, che ha il ruolo scomodo di dover contenere le nevrosi di tutti, comprese quella della moglie. All’inizio del film lei sembra proprio cercare la lite e lui devia con maestria. Ma quanta sapienza (e pazienza) ci vuole per sopportare ogni elemento di questa famiglia che gli chiede consigli, pretende lui parli con l’’altro ad addolcire amarezze e malinconie. E quanta sapienza (e pazienza) per rendere a noi lo stato d’animo di Lary che,  reduce da un seminario all’estero, vorrebbe mangiare, ma non può, prima deve arrivare il prete, e dopo sembra che queste persone non si possano quietare. Ogni volta che ci si sta sedendo a tavola, qualcosa succede, ad impedire il pasto commemorativo, ma soprattutto a lenire la fame che tormenta da ore, insieme ai dissapori. Apparentemente al nonno nessuno pensa più, ma non è vero.

Tutt’altra storia, sempre molto privata, è quella di Bacalaureat. Qui però lo sfondo sociale in cui si muove il protagonista è molto più in figura, determinante per le sue scelte, sbagliate, ma solo per  difendere il suo bene più prezioso. Siamo a quattrocento chilometri dalla Bucarest di Sieranevada, in Transilvania, un luogo rappresentato quasi come non fosse stato raggiunto dalla modernità. La casa in cui vive il protagonista, Romeo Aldea, medico, già modesta all’interno, si affaccia su uno spiazzo popolare di una desolazione disarmante. La corruzione è alle stelle: ricatti, scambi di favori, raccomandazioni. In ospedale. A scuola. Ai comandi di polizia. La mazzetta passa di mano prima ancora di essere intascata. E’ molto brutta questa Romania in cui il dottor Romeo è costretto a piegarsi, se vuole che la figlia abbia l’opportunità di andarsene verso una vita migliore. Qui le ombre che piombano inesorabili dal contesto sociale sono sicuramente più intollerabili, s’infiltrano nella quotidianità di ciascuno, anche di chi, come Romeo, ha vissuto finora la propria onestà coerentemente.

Comunque, belli, notevoli, questi due film rumeni, sopraffatti entrambi da pesi sull’anima difficili da scrollare.

Il fardello più insostenibile, però, di questo festival di Cannes, è quello di Ken Loach che se finora ci ha sempre raccontato la crisi, adesso che la crisi si è acuita, ci racconta un periodo esistenziale senza soluzione. Neppure l’affetto tra due persone, diverse ma simili nel fallimento, riesce a dare un sollievo duraturo. Prevedibile, si è detto di I, Daniel Blake, ma forse non era previsto che Loach arrivasse a parlarci addirittura della fame. Il peregrinare di Daniel per uffici che gli negano il diritto alla malattia dopo un infarto grave, incontra la disperazione di Katie che non riesce ad acquistare cibo per sé e per i due figli. Piovono pietre più grosse qui a New Castle, e si piangono lacrime più amare, senza i balli colorati di Jimmy’s Hall, la manifestazione di Bread and Roses, il finale catartico di Riff Raff, i momenti di leggerezza nella Parte degli angeli. Ombre troppo spesse,  che la dolcezza di una relazione di scambio, gratuito, non riesce a diradare.

Tutto psicologico è il dolore di Almodovar, fatto di abbandono e sensi di colpa. Un Almodovar, al contrario di Loach, del tutto inedito, a dimostrare come lasciati da parte i toni chiassosi, riesce in Julieta a rendere una vicenda intima con una profondità che commuove. Non a caso lo spunto è tratto da un racconto di Alice Munro che quando vuole essere intensa ci riesce davvero molto bene.

Cannes

Ad oscurare gli orizzonti del personaggio di Sonia Braga (bravissima, in scena per tutto il tempo) nel film brasiliano Acquarius di Kleber Mendonça Filho ci pensano gli altri, palazzinari senza scrupoli che vogliono appropriarsi del suo appartamento di fronte al mare. Ma lei è una donna solida, che ha sconfitto il cancro trent’anni prima, figuriamoci se non riesce a sconfiggere la malevolenza altrui!

 Purtroppo, abbiamo perso il film di Farhadi, The Saleman, ma dopo La separazione ed Il passato, e sapendo che si tratta di una violenza che sconvolge dalle radici la vita serena di una coppia e quella individuale, non possiamo aspettarci  leggerezza.

 La cerchiamo allora nel film che chiude la nostra mini-rassegna: L’effet acquatique, ma  l’effetto da commedia che si cerca a tutti i costi riduce un po’ troppo quello simbolico e reale dell’acqua. Molto divertente nella prima parte, ma scontato nella seconda:  per soli 85 minuti di proiezione, si esce dal cinema delusi, anche se qualche risatina finalmente ce l’ha regalata.

Non abbiamo parlato del film di Virzì, che ha saputo armonizzare divertimento e impegno, emozioni e riflessioni, luci e ombre, appunto, ma solo perchè La pazza gioia merita un discorso tutto suo.

Margherita Fratantonio

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