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IN SALA

Viva la sposa

Ad uscire sconfitta in Viva la sposa è soprattutto la sua arte affabulatoria, svilita da un racconto anonimo che si trascina stanco e privo del benché minimo sussulto per poi annaspare affannosamente alla ricerca di un climax quando i titoli di coda sono ormai prossimi

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Sinossi: Nicola passa la maggior parte del suo tempo da sveglio a bere, anche se ufficialmente sta smettendo. Nicola abita a Roma – per la precisione al Quadraro – e per lavoro tira a campare. Ogni giorno la sua piccola storia si incrocia con tante altre piccole storie. C’è quella di Sofia, che dice di voler partire per la Spagna ma poi, ogni giorno che passa, è sempre lì al bar. C’è il giovane Salvatore, a cui Nicola fa da padre da così tanto tempo che, a un certo punto, gli viene addirittura il dubbio che possa essere davvero suo figlio. E poi c’è Sasà, ultimo di una generazione di piccoli truffatori che, nel tentativo di fare il grande salto, sta per invischiarsi in una di quelle situazioni da cui poi è assai difficile tirarsi fuori. In mezzo a questa umanità acciaccata che accetta giocoforza un destino che non ha né la forza né il coraggio di provare a cambiare, c’è anche la sposa, un’attrice americana che gira l’Italia vestita di bianco regalando un po’ a tutti l’illusione che, oltre al grigio, possano esistere anche altri colori.

Recensione: Pur abbandonando anche quell’ultimo spiraglio di realtà documentaristica che continuava a filtrare tra le pieghe della sua opera prima La pecora nera in favore della pura fiction, Ascanio Celestini decide comunque di non abbandonare la strada,  da sempre fonte esclusiva di ogni sua storia L’autore costruisce infatti il suo ultimo film come se fosse un bar di quartiere, uno di quelli abbastanza malmessi che fungono da ideale crocevia per gente male in arnese che vi entra alla ricerca di pace o anche solo di una piccola pausa da tutto ciò che c’è fuori. Questa sensazione è talmente forte durante la visione che lo spettatore un po’ se lo immagina Celestini che, seduto a uno dei tavoli di quel bar, scruta attento i volti degli avventori e, da quegli stessi volti, desume i racconti che andranno a comporre il suo piccolo affresco.

Ora, se da un lato l’intento di dar voce a chi generalmente voce non ha può anche essere lodevole, è però giusto sottolineare come ciò non sia in alcun modo sufficiente per imbastirci su un film. Il problema principale di Viva la sposa è appunto nel suo adagiarsi troppo su questo materiale umano di partenza senza premurarsi di costruirgli attorno un contenitore narrativo all’altezza. Il risultato finisce con l’essere uno zibaldone di aneddotica suburbana che passa dal registro grottesco al tragico in maniera tutt’altro che fluida, che non appassiona e – cosa ancora più grave per un film dal minutaggio anche piuttosto esile – annoia quasi da subito.

Annoia talmente tanto che, anche quando Celestini prova ad imprimere un’accelerazione di ritmo incalzando  sul versante più ansiogeno della storia, è ormai già troppo tardi e lo scarto appare comunque come un timido (e soprattutto vano) tentativo di aggiustare il tiro in corso d’opera. Questo senza neanche voler considerare la totale gratuità della scena che vede uno dei personaggi principali massacrato in Questura da un gruppo di poliziotti particolarmente inclini all’uso del manganello.

Non basta infatti la scusa di aver voluto rendere omaggio a Cucchi, Aldovrandi e alle altre vittime degli abusi perpetrati negli anni dalle forze dell’ordine per giustificare un escamotage narrativo di una vis retorica quasi insopportabile e, per di più, del tutto scollato dal flusso del racconto. Paradossalmente questi sono difetti che sarebbe lecito aspettarsi da un esordiente, ma che non possono in alcun modo essere perdonati a un personaggio della caratura artistica di Ascanio Celestini. Perché ad uscire sconfitta in Viva la sposa è soprattutto la sua arte affabulatoria, svilita da un racconto anonimo che si trascina stanco e privo del benché minimo sussulto per poi – quasi ricordandosi, all’improvviso, che lo scopo principale di un film è in ogni caso quello di raccontare una storia – annaspare affannosamente alla ricerca di un climax quando i titoli di coda sono ormai prossimi.

Tutto da buttare quindi? Non proprio. Piace, ad esempio, la scelta di Celestini di prediligere geografie urbane inusuali, inquadrando con affettuosi movimenti di macchina quell’affascinante mix di degrado periferico e arte di strada che è oggi il Quadraro. Ma è un po’ poco per salvare il film dalla bocciatura. Stupisce semmai, alla luce della risibilità del risultato finale, l’intervento in fase di produzione di un nome altisonante come quello dei fratelli Dardenne. Stupisce invece molto meno che Viva la sposa approdi a Venezia in una delle sezioni collaterali (Giornate degli Autori) anziché essere presentato in Concorso, a differenza di quanto accaduto cinque anni fa al ben più riuscito La pecora nera.

Fabio Giusti

  • Anno: 2015
  • Durata: 85'
  • Distribuzione: Parthénos
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Francia, Belgio
  • Regia: Ascanio Celestini