Ho ucciso Napoleone

  • Anno: 2015
  • Durata: 90'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giorgia Farina
  • Data di uscita: 26-March-2015

Micaela Ramazzotti nei panni di una lady vendetta per Ho ucciso Napoleone, il secondo lungometraggio di Giorgia Farina

Sinossi: Anita(Micaela Ramazzotti) è single ed è una brillante manager in una nota azienda farmaceutica, la sua vita è fortemente imperniata sul lavoro, è una donna sola, per scelta, spietata, fredda e insensibile, il suo obiettivo “è solo far carriera”. Si è chiusa in sé per salvaguardarsi dalle insidie del mondo, non vuole figli, non vuole un marito, vuole solo essere una manager, fra call, brief, riunioni aziendali e trasferte internazionali. Un giorno però scopre di essere incinta, non vuole saperne di interrompere la sua carriera professionale in favore della maternità e di una famiglia, perciò subito si mobilità con un medico di fiducia per avviare le procedure d’aborto e ne parla con Paride(Adriano Giannini), direttore generale dell’azienda, sposato con figli, l’uomo con cui occasionalmente consuma il sesso, nonché il padre della creature che porta in grembo. All’indomani di questo annuncio, al rientro in ufficio, scopre di essere stata licenziata in tronco con delle motivazioni inspiegabili. Dopo una sfuriata istintiva e il caos del licenziamento, Anita, a casa sola, con un bimbo in grembo e senza più un lavoro, inizia senza scrupoli a pianificare la sua vendetta personale e professionale.

Recensione: La figura della donna vendicatrice non è apparsa troppo spesso nel cinema italiano, andando a ritroso nella memoria cinematografica potrebbe tornarci in mente la Monica Vitti de La ragazza con la pistola, ma più facilmente i nostri ricordi verrebbero subito ricondotti al cinema estero tra oriente e occidente, più precisamente tra capolavori firmati Park Chan-wook e Quentin Tarantino come Lady Vendetta o Kill Bill.

Anche per questo, quindi, percepiamo che il compito che Giorgia Farina (al suo secondo lungometraggio dopo Amiche da morire) si prefigge con Ho ucciso Napoleone risulta già dai presupposti piuttosto arduo, soprattutto per le aspettative che può alimentare un simile soggetto: quello della donna e della sua vendetta.

La giovane regista a quattro mani con la sceneggiatrice Federica Pontremoli, costruisce il personaggio cardine, quello di Anita, una donna in carriera, spregiudicata e spietata quanto il più determinato degli uomini, che risponde senza pietà a ciò che la circonda, ad una realtà ostile che spesso le ha sbattuto la porta in faccia. Un personaggio che coadiuvato dall’eccentricità dei costumi e delle acconciatura ricorda i tratti di una strega, un mash-up fra la Matrigna di Cenerentola  e gli stilemi futuristici di Blade Runner. Ciò che viene fuori è una figura molto stilizzata, caricaturale e complessa. Un personaggio difficile, diverso e sgradevole, ma anche fragile e ricco di tensioni opposte ed estreme. Una complessità che non caratterizza solo il personaggio di Anita, ma anche quelli di Biagio (Libero De Rienzo) e Paride, anch’essi ruoli che si evolvono e mutano nell’arco della diegesi, caratterizzati dal doppio, partono in un modo e si trasformano, evolvono, nessuno di loro è ciò che sembra di primo impatto. Su queste maschere che nell’arco della storia stabiliscono rotture, trasformazioni e sorprese, si delineano molti dei caratteri drammaturgici del film. Caratteri legati fortemente alla psiche dei personaggi, alle loro forze e debolezze e alla capacità di renderli veritieri e credibili, compito che non è così semplice e automatico. Se Libero De Rienzo e Adriano Giannini sopravvivono, seppur non entusiasmando, a questa difficile prova di trasformazione, quella che paga maggiormente il prezzo della sfida di dare un tono credibile ad un personaggio difficile e complesso è proprio la Ramazzotti, che, forse neanche troppo aiutata dalla scrittura, soffre troppo gli estremi radicali della sua Anita:  prima fredda, glaciale, chiusa e imperturbabile, e poi materna, calda, aperta, felice e sorridente. Non a caso ritroviamo la Ramazzotti che ci piace in quest’ultima versione del suo personaggio, quella più umana, che fa emergere gli stilemi più mediterranei e caldi dal suo bagaglio di interprete. Uno dei momenti più piacevoli del film avviene nella cucina della casa di Anita, quando una colonna sonora incalzante e la macchina da presa, in un movimento vorticoso attorno ai due protagonisti, affrescano la prima scena in cui Anita si apre, sorride e si scioglie, trovando la complicità con Biagio nel pianificare la vendetta contro Paride.

Quella della giovane regista romana non è una commedia all’italiana, quella che un Virzì sa rievocare nel cinema contemporaneo e che la Ramazzotti sa esaltare al meglio con le sue interpretazione, ma qualcosa di più complesso e contaminato, è un’opera ricca di aspetti dark, pulp e noir. L’intento era probabilmente quello di creare una commedia cinematograficamente nuova, moderna e spiazzante, ma a farne le spese è la protagonista, soprattutto lei, nei panni di un personaggio difficile, che richiedeva per trasformazione e tensione un grosso sforzo, magari non sorretto dalla sceneggiatura, magari non sorretto dall’attrice stessa che non ha creduto troppo al personaggio, sta di fatto che è proprio Anita/Ramazzotti a pagare il prezzo più alto e a rappresentare le note dolenti di un personaggio che non convince.

Il film della Farina, non racconta solo la vendetta di Anita, ma una serie di vendette. Il riscatto della sua squadra speciale di aiutanti, capitanata da Olga, Gianna e Enrica, rispettivamente Elena Sofia Ricci, Iaia Forte e Thony, loro tre si veramente convincenti ed esilaranti nei loro ruoli, interpretando dei personaggi che pur manifestando una loro evoluzione rimangono coerenti e credibili. Ma anche il gioco di vendette e di riscatto di Biagio, che vive un rapporto malato con la madre, unica donna del film ad essere rappresentata in un quadro totalmente negativo.

Ho ucciso Napoleone celebra il trionfo ed il riscatto delle donne, si carica però di un femminismo fin troppo retorico, caricaturale e macchiettistico, facendo a fettine e calpestando le figure maschili. I poveri Biagio e Paride escono abbastanza male dalla storia, uno: calcolatore, perfido e meschino; l’altro: ladro, donnaiolo, fraudolento.  Entrambi cattivi, negativi e sconfitti.

I presupposti, le idee alla base erano buone, molto buone. Il concept fondato sulla proposta di una commedia nuova, diversa, moderna, sui temi trattati, sui personaggi, erano più che promettenti. Non mancano alcune battute brillanti, non manca una buona qualità visiva e tecnica, del girato, del montaggio, un sapiente uso delle musiche, ma ciò che non convince è la trama e la costruzione dei personaggi, che sembra andare troppo oltre, gettare troppa carne al fuoco, senza raccogliere i fili conduttori del discorso, con una storia che sembra ritorcersi su se stessa, perdere i riferimenti, in un gioco di sorprese ed imprevisti che finisce per ingarbugliare il tutto e non convincere. La sensazione che si percepisce al termine del film è quella di un’occasione persa, alla fine ci si poteva aspettare qualcosa di meglio, a maggior ragione visti i presupposti e il cast a disposizione.

Lorenzo Ceotto

Utlima modifica: 26 Marzo, 2015



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