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Florence Queer Festival

‘Manok’: tornare per cambiare

Identità-comunità: la rivoluzione quotidiana di Manok nel cinema queer di Lee Yu-jin al Florence Queer Festival

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Presentato all’interno del ricco programma del Florence Queer Festival, Manok di YujinLee si inserisce nel panorama del cinema queer contemporaneo con un personaggio che difficilmente passa inosservato: una donna lesbica di mezza età, fiera e irruente. 

Il viaggio di Manok

Proprietaria del Lainbow Bar di Seoul, Manok (Yang Mal-bok) si crede immersa in un ambiente che finalmente la riconosce e la protegge. La morte della madre e il distacco crescente con le generazioni più giovani della comunità queer la spingono a un ritorno inatteso nella piccola Iban-ri. Anche il film qui cambia pelle: ai neon urbani si sostituisce un paesaggio rurale vibrante e a tratti teatralizzato. A Iban-ri, Manok ritrova l’ex marito – ora sindaco – e una comunità rimasta immobile nei pregiudizi. È a questo punto che al racconto più intimo e privato della vita della donna si affianca la ragione politica. Manok approfitta del malcontento nei confronti  dell’amministrazione locale per dare un senso tutto nuovo al suo restare: candidarsi alle elezioni.

In queste circostanze conosce con Jae-yeon (Sung Jae-yun) , la figlia queer del sindaco, di cui Manok diventa guida e alleata. Grazie al supporto delle donne che da sempre le stanno vicine e di colei che ama da oltre vent’anni, Manok vince soprattutto la ritrovata serenità. Il film, così, non si limita a seguire il percorso della sua protagonista: amplia lo sguardo e propone una riflessione su come le comunità queer, spesso raccontate  nei contesti urbani, possano esistere e trasformare anche i territori periferici. Il ritorno al paese natale diventa così un gesto politico, una forma di riappropriazione dello spazio e di sfida all’inerzia sociale.

Un racconto intimo e collettivo

Yujin-Lee costruisce un mosaico fatto di toni diversi, spesso lontani fra loro: la commedia vivace, quasi stravagante, si alterna a momenti più introspettivi. La denuncia sociale convive con un’ironia che non teme l’eccesso, tra rap-battle improvvise e risse coreografate. Il film sembra talvolta affezionarsi troppo all’espediente comico e, nel voler scardinare la retorica del “dramma queer”, finisce per sottrarre spazio all’elaborazione dei conflitti politici e personali che la storia apre pur limitandosi ad accennarli. Quello di Manok è il racconto di una che può farsi mille, di chi fa delle sue difficoltà e necessità motivo di scambio e aiuto collettivo nella consapevolezza che non può esserci cambiamento e possibilità senza uno sforzo collettivo.

Nell’ampliamento della narrazione, Yujin-Lee sembra infatti interrogarsi sul modo in cui un’identità marginalizzata possa diventare, in certi contesti, un motore di trasformazione più ampio, costruendo attorno alla protagonista una costellazione di personaggi che, pur nelle loro imperfezioni, incarnano tensioni sociali reali. Fra tutti l’ostilità latente delle comunità rurali, la difficoltà di dialogo tra generazioni queer.

A emergere è così un racconto corale in cui il privato di Manok si intreccia con il destino di un’intera comunità. Le sue azioni – spesso impulsive, talvolta discutibili – diventano una lente attraverso cui osservare i microcambiamenti possibili quando il desiderio di autodeterminazione incontra le dinamiche collettive. Ciò che il film suggerisce è che la costruzione di un’identità passa inevitabilmente attraverso l’altro. Manok cresce non solo perché affronta i propri fantasmi, ma perché trova nello scambio con le persone che incontra – donne anziane, giovani, militanti disillusi – uno spazio di riflessione e di cura.

Manok

  • Anno: 2025
  • Durata: 108’
  • Distribuzione: courtesy of Uncommon Pictures
  • Genere: Commedia, Drammatico
  • Nazionalita: Corea del Sud
  • Regia: Lee Yu-jin