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Mathieu Kassovitz: il cinema come detonatore sociale

Il regista che continua a interrogare il presente: tra cinema sociale, cultura hip hop e impegno politico, l’eredità di un autore che ha cambiato il volto del cinema francese

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Ci sono registi che segnano un’epoca con una filmografia coerente e stratificata. Altri riescono a imprimere il proprio nome nella storia del cinema grazie a un singolo film capace di condensare il presente e anticipare il futuro. Mathieu Kassovitz appartiene a entrambe le categorie, ma è soprattutto il secondo caso a renderlo una figura emblematica del cinema europeo contemporaneo.

Nato a Parigi nel 1967 da una famiglia di cineasti – la madre Chantal Rémy montatrice, il padre Peter Kassovitz regista e sceneggiatore di origine ungherese – cresce all’interno dell’industria cinematografica francese. Esordisce nel cinema come attore all’età di undici anni, recitando nel film Au bout du bout du banc (1978), diretto dal padre. A diciassette anni lascia la scuola e inizia a lavorare come assistente alla regia. Dopo aver diretto alcuni cortometraggi, tra cui Cauchemar blanc (1991), premiato a Cannes, nel 1993 esordisce nel lungometraggio con Meticcio, che gli vale due candidature ai Premi César del 1994, per la miglior opera prima e come miglior promessa maschile. Arriva nel 1995 il film destinato a cambiare la sua carriera e il volto del cinema francese: La Haine.

Il film che ha cambiato il cinema francese

A trent’anni dalla sua uscita, La Haine continua a essere uno dei film europei più influenti del dopoguerra. Girato in un bianco e nero nervoso e ipnotico, racconta ventiquattro ore nella vita di tre giovani della banlieue parigina: Vinz (Vincent Cassel), Saïd (Saïd Taghmaoui) e Hubert (Hubert Koundé). Tre ragazzi appartenenti a minoranze differenti accomunati da un forte senso di esclusione sociale e da un rapporto conflittuale con le istituzioni.

Mathieu Kassovitz

La forza del film non risiede soltanto nella denuncia delle violenze commesse dalle autorità o nella rappresentazione delle periferie francesi. Kassovitz riesce a trasformare la cronaca in mito contemporaneo, mescolando realismo documentario, cultura hip hop, linguaggio videoclip e citazioni del cinema americano. Da Martin Scorsese a Spike Lee, passando per Brian De Palma, le influenze vengono rielaborate in una forma nuova, profondamente francese e allo stesso tempo universale.

La celebre frase «Jusqu’ici tout va bien» è diventata una delle immagini simboliche del cinema europeo contemporaneo. Non descrive una caduta, ma la sua inevitabilità. È la metafora di una società che continua a precipitare mentre si convince che tutto stia andando bene.

Il successo fu immediato: premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1995 e consacrazione internazionale di un autore appena ventottenne. Ancora oggi il film viene citato come punto di riferimento per il cinema sociale europeo e continua a dialogare con temi drammaticamente attuali: marginalizzazione, discriminazione, abuso di potere e crisi del patto democratico.

Un’opera che continua a vivere

La rilevanza del film è tale da aver spinto Kassovitz a riportarlo in scena quasi trent’anni dopo sotto forma di spettacolo teatrale e musicale. L’operazione non nasce per creare l’effetto nostalgia, ma dalla constatazione che le problematiche raccontate nel 1995 sono ancora incredibilmente attuali.

La trasposizione teatrale insiste proprio sull’idea che «fino a qui nulla è cambiato». Attraverso musica, danza, immagini d’archivio, Kassovitz dimostra come la sua opera più celebre sia ormai uscita dai confini del cinema per trasformarsi in un oggetto culturale vivo, capace di attraversare generazioni e linguaggi differenti.

Una carriera irregolare

Se La Haine rappresenta il vertice creativo della sua filmografia, Kassovitz ha continuato a esplorare forme e generi differenti. Con Assassin(s) (1997) riflette sul rapporto tra violenza e spettacolarizzazione mediatica, mentre I fiumi di porpora (2000), che vede come protagonista Jean Reno, ottiene un enorme successo commerciale dimostrando come il thriller francese possa competere con il cinema hollywoodiano.

Mathieu Kassovitz

Più ambizioso è Babylon A.D. (2008), esperienza statunitense che evidenzia però le difficoltà di un autore fortemente personale all’interno delle logiche produttive industriali americane. Dopo anni complessi, Kassovitz torna a un cinema più politico con L’Ordre et la morale (2011), dedicato alla controversa presa di ostaggi di Ouvéa in Nuova Caledonia. Parallelamente ha costruito una solida carriera da attore lavorando con alcuni dei più importanti registi europei e americani.

L’attore dietro il regista

Per molti spettatori internazionali Kassovitz è anche il volto di Nino Quincampoix nel cult Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet.

Mathieu Kassovitz

Il contrasto è sorprendente: il regista che aveva raccontato la rabbia delle banlieue diventa il protagonista maschile di uno dei film più sognanti e colorati del cinema francese anni duemila. Eppure è proprio questa duplice identità a raccontare bene la sua versatilità artistica.

Negli anni ha lavorato con i più grandi cineasti della storia del cinema come Jacques Audiard, Costa-Gavras, Steven Spielberg (Munich) e Yvan Attal, diventando uno degli attori francesi più riconoscibili della sua generazione.

L’odio e il rap: un immaginario condiviso

Pochi film europei hanno avuto un impatto sulla cultura hip hop paragonabile a quello de La Haine. La presenza del rap nel film non è un semplice elemento decorativo ma una componente strutturale del racconto. Le periferie raccontate da Kassovitz sono le stesse che hanno alimentato la crescita del rap francese negli anni Novanta. La colonna sonora, il linguaggio dei personaggi e l’estetica urbana dialogano continuamente con quella cultura.

L’influenza si è estesa ben oltre i confini francesi. In Italia il film è diventato un riferimento costante per il rap delle generazioni successive. Non è un caso che Marracash abbia intitolato il suo secondo album Fino a qui tutto bene, citando direttamente il leitmotiv della storia. Nel corso degli anni numerosi artisti della scena italiana hanno richiamato il film come paradigma della vita di periferia, della rabbia sociale e della ricerca di identità.

Più che un film sul rap, è diventato un film rap: un’opera che condivide con l’hip hop la capacità di trasformare l’esperienza marginale in racconto politico.

Il legame culturale con l’Italia

L’influenza di Kassovitz in Italia non si limita alla cultura musicale. Negli ultimi anni il regista è stato protagonista di incontri e proiezioni che ne hanno consolidato il rapporto con il pubblico italiano.

Particolarmente significativa è la sua presenza al Cinema in Piazza di Roma, la manifestazione organizzata dalla Fondazione Piccolo America, che ha riportato La Haine al centro del dibattito pubblico coinvolgendo nuove generazioni di spettatori. Il film è apparso ancora una volta come un’opera capace di dialogare con le tensioni sociali, politiche e culturali del presente. Dopo anni dalla sua uscita, continua infatti a essere percepito non come un documento storico ma come un film sul nostro tempo.

Questa la misura più autentica dell’importanza di Mathieu Kassovitz: aver realizzato un’opera che non smette mai di interrogare il presente, ricordando allo spettatore che il problema non è la caduta. È l’atterraggio.