Alidi Adnan Al Rajeev è in concorso al Figari International Short Film Fest, in programma a Sassari dal 15 al 20 giugno 2026, nella sezione dedicata alle opere internazionali. Il corto bengalese-filippino ha avuto la sua prima mondiale nella sezione Concorso Cortometraggi del 78° Festival di Cannes il 22 maggio 2025, dove ha ricevuto una Menzione Speciale, segnando la prima partecipazione bengalese nella storia del concorso di cortometraggi.
Un cortometraggio poetico ed evocativo ma capace di trasmettere tutto il dolore dell’oppressione di una società che ancora non permette la piena e libera espressione.
Il suono del silenzio
In una cittadina costiera estremamente conservatrice dove alle donne è proibito cantare, un adolescente di nome Ali sfida la tradizione partecipando a una gara di canto. Spera di vincere la possibilità di trasferirsi in città, ma la sua partecipazione cela un segreto più profondo e sinistro.
Straziante, delicato e diretto nel suo essere metaforico, Alimostra la sofferenza del non potersi mostrare, del non poter “cantare con la propria voce”. L’interpretazione di Al Amin nei panni del giovane protagonista è perfetta, misurata, colma di emozioni nei suoi silenzi e negli sguardi rassegnati che rivolge alla madre, Indrani Soma, anche lei stupefacente. Il terzo personaggio, poi, è il suono fermato solo da gli unici due dialoghi del cortometraggio.
Il film si affida inoltre a lunghe inquadrature e una color correction studiata che conferisce un’ulteriore poeticità all’opera. La musica diegetica è letteralmente parte della narrazione e del cuore di Ali, presentando i canti spirituali di Lalon Shah. La filosofia di Lalon parla dell’Achin Pakhi (l’uccello sconosciuto) o dell’anima interiore, rappresentata proprio dalla lotta interna del protagonista.
Bocca cucita
Il simbolo più potente del film è la “seconda bocca” sul collo di Ali. Con il gesto reale di cucirsi la bocca, l’opera parla di tutto il mondo interiore, delle fragilità, di quello che si nasconde al mondo perché risulterebbe sconveniente e “anormale”. Il dolore fisico al quale si deve sottoporre Ali, è in realtà quello dell’anima che provoca la repressione sociale.
Al Rajeev ambienta la sua storia sulle coste del Bangladesh, dove evidentemente l’oppressione religiosa e culturale è più forte. Ma Aliè un’opera universale come l’arte riesce ad essere. Le strutture invisibili ma rigidissime che vengono imposte da secoli, su come debba essere un “vero” uomo, cosa può indossare la donna con la “d maiuscola” etc sono strutture che ingabbiano tutti e in ogni parte del mondo. Probabilmente è per questo che il regista sceglie di utilizzare un formato quadrato, stretto, coma la vita che è costretto a vivere il giovane Ali.