Michelangelo Messina: «L’Ischia Film Festival è la mia passione»
Il direttore artistico e fondatore dell’Ischia Film Festival, Michelangelo Messina, ci svela il programma e la visione che ispirano questa 24a edizione, dal 27 giugno al 4 luglio nella splendida cornice del Castello Aragonese
Qual è la visione che dovrebbe ispirare un Festival cinematografico oggi?
La missione di un Festival è avere un obiettivo specifico, insieme al piacere della scoperta di nuove opere, film, linguaggi, visioni. Certo, avere l’ospite importante ci sta, però non ci si può basare solo sui grossi nomi per avere qualche servizio giornalistico in più. Devono essere le opere presentate a fare la differenza. Altrimenti non sono dei Festival, ma kermesse, passerelle, tappeti rossi.
Ci racconti la specificità di una manifestazione come l’Ischia Film Festival?
L’Ischia Film Festival ha, al suo centro, i luoghi, spaziando dall’Estremo Oriente all’America. Raccontando i luoghi, s’indaga l’identità culturale ed è questo lo scopo specifico della nostra selezione: narrare la diversificazione dell’identità culturale dei territori attraverso gli occhi e il linguaggio cinematografico. Perché, più conosciamo la cultura altrui, più abbasseremo la guardia del giudizio e del pregiudizio, creando il fondamentale dialogo per uscire dalle logiche del conflitto, tanto più in un momento storico come il nostro, nuovamente pieno di guerre e barriere nazionalistiche.
La vostra selezione è, infatti, sempre particolarmente ricercata, con grande attenzione alle cinematografie internazionali meno frequentate.
Cerchiamo di dare un’opportunità allo spettatore: vedere film che non solo non arrivano nei normali circuiti cinematografici, ma neppure sulle piattaforme, sempre più inclini al commercio che, come al solito, prevale su tutto.
L’Ischia Film Festival negli spazi del Castello Aragonese
Come nasce l’Ischia Film Festival?
Il Festival è nato con lo scopo di far capire quanto fosse importante l’audiovisivo sotto l’aspetto della promozione di un territorio, anche nell’impatto economico. Mio padre mi ha trasmesso due passioni: quella per il cinema e quella per i viaggi. Lui era stato quindici anni in Africa e, al suo ritorno, mi portava sempre al cinema: ero un bambino di cinque anni e ricordo da subito film straordinari. Era un modo per farmi vedere il mondo, oltre ai suoi racconti. Stiamo parlando degli anni Sessanta, quando non c’era internet e un’informazione la dovevi prendere su un’enciclopedia, un libro o viverla tu stesso. Allora, chi scopriva l’altro lato del muro aveva tanta voglia di raccontarlo agli altri. Oggi abbiamo moltissime forme d’informazione, ma sembriamo non capire più niente di quello che abbiamo intorno, figuriamoci l’altro da noi. Quando ho concepito l’idea dell’Ischia Film Festival, cercavo un cinema che potesse raccontare il mondo. Il cinema dà quest’opportunità attraverso il suo linguaggio, che sia documentario o fiction.
Tu sei uno dei massimi esperti italiani di cineturismo, un termine coniato proprio da te.
Non sono un accademico, ma sono stato il primo in Italia ad aver intuito e approfondito questo aspetto, fino ad allora trascurato, cioè che il cinema potesse influenzare le masse a tal punto da spostarle e portarle in vacanza a visitare certi luoghi. Allora, nessuno studiava questo fenomeno. Oggi, tutti ad associare i luoghi alle pellicole, politici e Film Commission in testa. Per anni ho predicato nel deserto, cercando di coinvolgere anche il Ministero per creare strutture e portali dedicati. Ora vedo che qualcosa si muove, ovviamente ignorandomi dopo aver lanciato l’idea, ma non c’è ancora una mappatura generale di tutti i luoghi dove sono stati girati film, cosa che potrebbe attirare i sempre più numerosi cineturisti, organizzando in maniera strutturata dei veri e propri movie tour. Al massimo, si punta a portare produzioni straniere qui, che è già qualcosa, ma non è certo una novità per l’Italia.
In un programma come sempre pieno di scoperte cinefile e ospiti da ascoltare, quali sono state le maggiori difficoltà organizzative e le soddisfazioni più grandi di questa edizione?
La maggiore difficoltà organizzativa è sempre la stessa: cioè che, purtroppo, i Festival si reggono in gran parte su contributi pubblici, che siano regionali o nazionali e questi hanno dei tempi burocratici elefantiaci. Non abbiamo ancora ricevuto tutti i fondi statali per l’edizione 2025 e, tra poco più di una settimana, partirà quella del 2026! Ci si può portare i debiti da un’edizione all’altra? È anche una questione di credibilità nei confronti di fornitori e collaboratori. Non può funzionare così. Il Ministero, con quel contributo, fa un investimento in cultura e non una spesa politica clientelare, come troppo spesso è da taluni intesa. I Festival, il cinema di qualità, la cultura, sono investimenti in immagine e fattori di crescita da ogni punto di vista. La componente di soddisfazione è quella che ben 20 premi Oscar hanno partecipato all’IschiaFilm Festival e io non ho mai pagato nessuno per farlo venire.
Ci anticipi un po’ quali saranno i film e gli ospiti di punta di questa edizione dell’Ischia Film Festival?
Abbiamo film straordinari che vengono da diversi Paesi nel mondo, ognuno con una sua storia molto profonda, dallo Zimbabwe di Rise, di Jessica J. Rowlands, alla Cambogia di Rithy Panh con We Are the Fruits of the Forest, passando per la tragedia palestinese di The Mission (Mike Lerner). Tutte storie contemporanee che raccontano, attraverso un raffinato linguaggio cinematografico, realtà che spesso ci sfuggono. Quanto agli ospiti, quest’anno premieremo Silvio Soldini, per come ha saputo raccontare nei suoi film uno spaccato del tessuto sociale del nostro Paese. E ci sarà un premio anche per Lello Arena, per come ogni volta è riuscito a caratterizzare in modo straordinario i suoi personaggi; un attore che, secondo me, non ha avuto la giusta visibilità, pur avendo lavorato con grandi registi come Mario Monicelli o i fratelli Taviani. Poi, tra gli altri ospiti, segnalo almeno Isabella Ragonese e Vincenzo Marra, più altri che si aggiungeranno.
Silvio Soldini
Sei al ventiquattresimo anno di direzione artistica dell’Ischia Film Festival. Come si mantiene viva la passione, come si rigenera lo sguardo per mantenere quell’entusiasmo che non ti manca mai di edizione in edizione?
Perché l’Ischia Film Festival non è più solo mio. Quella che, all’inizio, poteva sembrare una mia scommessa, alla fine ti rendi conto che appartiene anche ad altri. Per questo non potrei decidere domani di non farlo più perché ci sono diecimila difficoltà che ti sfiancano. Se accadesse, crollerebbe quel piccolo prezioso mondo che si è creato intorno a questo Festival, che non è fatto solo di professionisti, ma di amici e persone che aspettano quelle due settimane per poter dare il loro contributo, anche riempiendo gli spazi di proiezione. Un’occasione come questa di aggregazione sociale e culturale non la puoi trattare come un negozio commerciale. È qualcosa che appartiene a tutti quelli che la frequentano e l’hanno frequentata, quelli che la conoscono e quelli che sognano di venirci o che ambiscono a parteciparvi come autori. E poi io vengo da una formazione teatrale e il mio amatissimo Eduardo diceva sempre una frase: ho assorbito con avidità e pietà la vita di tanta gente. Oggi ti posso dire, in qualità di direttore di Festival, per tutto quello che ho visto in questi anni, che anch’io ho assorbito la vita di tanta gente, che poi ha condizionato la mia, il mio comportamento, il mio modo di vedere il mondo. Questa è la mia linfa vitale.
I nostri sono, ahimè, tempi di guerra e di un quadro geopolitico in continuo peggiorante divenire. Questo ha in qualche modo influito sull’organizzazione dell’Ischia Film Festival e sulla selezione dei film di quest’anno?
In parte sì. Le maggiori difficoltà le abbiamo trovate per avere qualche ospite straniero. Questo ci ha un po’ frenato. Anche il quadro geopolitico non ha aiutato, vedi la situazione degli artisti russi, compresa la recente Biennale.
Lello Arena
Dal tuo osservatorio, com’è lo stato dell’arte cinematografica oggi?
C’è ancora un enorme divario tra industria cinematografica e cultura cinematografica. Guarda gli Stati Uniti, per i quali è sempre una questione di entertainment, di fare soldi. Hanno una potenza comunicativa, dovuta alla loro egemonia economica in tantissimi Paesi, che facilita il loro gioco imprenditoriale. Per quanto riguarda il cinema italiano, vedo che c’è un grandissimo fermento, soprattutto tra i giovani, di nuovi linguaggi che vogliono venir fuori. Quello che mi rammarica è vedere sempre questo pianto intorno al tax credit o l’appoggio ministeriale e poco investimento da parte di grandi aziende private, che avrebbero un ritorno non solo d’immagine, ma anche fiscale (si scarica il 37% del credito d’imposta), se finanziassero il cinema o gli stessi Festival.
C’è, quindi, secondo te, più una crisi di sistema che di talenti?
Sì, considera anche i premi David di quest’anno… La crisi di sistema si è fatta essa stessa un potere. Guarda, ancora una volta, le logiche di finanziamento al cinema, in un mondo in cui il produttore indipendente è completamente scomparso e tutti cercano soldi dalle stesse fonti pubbliche. Un tempo, i produttori si chiedevano cosa il pubblico volesse, perché scommettevano soldi loro: Rizzoli, Ponti, De Laurentis, per citare i più grandi. E quando e se, oggi, la logica della strozzatura economica viene superata, poi subentra quella della distribuzione. Allora diventa questo lo spirito del mio Festival: dare voce anche a quelli a cui non gliela vogliono dare. La missione è questa: dare voce cinematografica a chi non ce l’ha.
Il Castello Aragonese dove si svolgono tutte le proiezioni dell’Ischia Film Festival