Un taxi abusivo percorre le strade di Torino: Mamadou, il suo autista, si troverà protagonista di rocambolesche avventure mentre si dirama il sottofondo di una cicatrice tutta italiana, lasciandoci la speranza di riuscire a guarirla. Proiettato al festival Tulipani Di Seta Nera
Film cortometraggio finalista della XIX Edizione di Tulipani Di Seta Nera, Cabu Cabu 011 di Matteo Silvan ci racconta con una vena squisitamente italiana il razzismo, la sopravvivenza e un futuro di speranza.
Il festival nasce dalla volontà di dare spazio e una finestra temporale alle diversità e alle tematiche sociali, ultimi baluardi di resistenza per creare spazi di reazione, critica e conforto.
Cabu Cabu 011: che cos’è Cabu Cabu?
Cabu Cabu, ci dice subito il regista Matteo Silvan, è un termine per indicare l’attività di taxista abusivo utilizzato esclusivamente dalla comunità africana. Mamadou potrebbe essere un personaggio uscito direttamente da una commedia di Carlo Verdone, riadattata ai nuovi e rinfrescanti venti di cambiamento.
Tuttavia, il vento rimanda a un’immagine mutevole, transitoria; invece Mamadou, la sua storia e la storia della comunità africana, vivono in Italia. Un Paese ormai da generazioni schiacciato da una politica sorda alle incessanti spinte di riconoscimento. Ed è in questo contesto che Silvan racconta uno spaccato di vita quotidiana che, nel dramma comico, trova la forza di esprimersi e delineare – senza catchphrases o voci inutilmente sindacaliste – una nuova storia tutta italiana.
L’Italia che non vediamo
Il protagonista (Jacob Bamba) ci mostra un mondo strano, a stento riconoscibile dietro la lente lontana del privilegio; eppure, talmente naturale, che Mamadou appare subito come un personaggio carismatico, tipicamente (e stereotipicamente) italiano. Il taxidriver di Torino non mostra l’ostilità dovuta a una condizione di svantaggio. A Mamadou sembra scivolare tutto addosso, con la stessa naturalezza con cui indossa i suoi guanti da corsa; anche quando riceve insulti, anche quando è coinvolto in affari loschi.
La storia di Matteo Silvan è una favola dei nostri tempi in cui il legame tra Mamadou e il vecchio Ernesto (Gianni Bissaca), torinese doc, ci mostra un passaggio di testimone e una silenziosa convivenza che può avere il sapore dell’amicizia. Il cortometraggio non è scevro da sentimenti contrastanti, ma in questo momento, nell’attimo della visione, nel cogliere quel piccolo barlume di resistenza, Cabu Cabu 011ha il compito di essere testimone di una nuova Italia, ancora a pezzi ma destinata a unirli tutti.