Cominciamo subito bene già dal titolo: Teenage Sex and Death at Camp Miasma. E lì abbiamo tutti gli elementi, rafforzati ed esplicitati, se ce ne fosse bisogno, di un genere cinematografico creato e consumato, almeno nei suoi momenti migliori, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80: lo slasher.
Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun, è il film d’apertura nella sezione “Un certain regard” in questa edizione 2026 del Festival di Cannes.
Teenage Sex and Death at Camp Miasma: il rinnovo di un “franchise”
È un racconto meta-cinematografico incentrato su quel genere che è lo slasher, attraverso un franchise di finzione: Camp Miasma. Dopo anni di sequel inutili, come spesso accade in questi casi, anche nella realtà (cinematografica), il rinnovo del franchise viene affidato a una giovane regista decisa a rilanciarlo. Ma quando va a trovare la protagonista del film originale, un’attrice ormai reclusa e avvolta dal mistero – e per dirla cinematograficamente, un’attrice tipo Norma Desmond del Viale del Tramonto – le due donne precipitano in un universo sanguinoso dove si intrecciano desiderio, paura e delirio.
Teenage Sex and Death at Miasma Camp non è un solo un’intelligente rivisitazione di questo genere, come lo è stato, con alti e bassi, il franchise di Scream, ma i suoi livelli di lettura si moltiplicano vertiginosamente. A cominciare da quello citazionista: da Psycho di Hitchcock fino alla serie di Venerdì 13 attraverso il fondamentale Peeping Tom di Powell e fino ad una serie di film, piuttosto dimenticata dal pubblico, come Sleepway Camp, tra le più violente e spinte di sempre, richiamata direttamente nel titolo del film della Schoenbrun.
L’esortazione attuale e contemporanea ai rapporti umani nell’epoca dell’assuefazione tecnologica
Ma le novità di questa pellicola non si esauriscono semplicemente col il recupero (o il capovolgimento) delle convenzioni.
Teenage Sex and Death at the Miasma Camp diventa l’esortazione più attuale e contemporanea dei rapporti umani in un’epoca segnata da una crescente assuefazione alla tecnologia. Jane Schoenbrun prosegue così un percorso preciso, legato ai temi dell’identità trans e dell’horror queer, sulla scia del suo film Ho visto la TV brillare, mentre il corpo (ri)torna al centro del discorso: le sue trasformazioni e i suoi desideri, come varco, anche fisico e soprattutto filosofico, attraverso cui interrogarsi sull’identità e le disparità sociali. E in questo senso che il film segue un percorso analogo a quello di un autore come David Cronenberg come le sue riflessioni sul body horror da La mosca a Videodrome, direttamente citato in una sequenza con quella bocca che inghiottisce una videocassetta, fino ad eXistenZ.
Un gioco febbrile oltre il suo genere
Infine, “questo film, che ha scatenato una piaga di sangue, budella e altri fluidi riversandogli su tutti noi” si propone anche come riflessione filosofica ora ambigua ora criptica, ma mai elusiva sull’idea della visione cinematografica. Siamo noi, gli spettatori, a essere i veri protagonisti nel mondo di quel “mostro” che uccide con l’ascia, in maniera impassibile, gli attori, quelli d’ieri e quelli (possibili) di oggi, nella serie originale e nel suo reboot, in un gioco vorticoso e febbrile di alternanza di punti di vista.
Insomma un grande film che, come spesso accade, riesce ad andare oltre il suo genere e che rimanda direttamente all’essenza del cinema stesso.
Fin qui non abbiamo citato le due sue attrici protagoniste ma credo che vale veramente la pena: Hannah Einbinder, già vincitrice dell’Emmy come miglior attrice non protagonista per la serie Hacks e una generosa Gillian “X-Files” Anderson, una coppia tutta al femminile che si fonde inesorabilmente in atmosfere piene di suggestione imbevute nel grottesco.