Cannes 2026, 14 maggio: fantasmi familiari, nazioni divise e la fragile architettura dell’identità
Paweł Pawlikowski, Asghar Farhadi e una serie di film di grande impatto nelle proiezioni collaterali approfondiscono l'interesse di Cannes per la memoria, la rottura e la sopravvivenza emotiva
Già al terzo giorno, il Festival di Cannes inizia a consolidare la propria identità artistica.
Se i primi giorni suggerivano un festival ossessionato dall’instabilità emotiva e dalla reinvenzione personale, il programma di giovedì conferma un modello più ampio che emerge lungo la Croisette: storie plasmate da famiglie frammentate, storie irrisolte e individui che lottano per definirsi contro forze più grandi di loro.
Dal Grand Théâtre Lumière alla Salle Debussy e al Théâtre Croisette, Cannes 2026 appare sempre più come un festival pervaso da un’eredità: politica, emotiva e generazionale.
Pawlikowski torna in un’Europa divisa
‘Fatherland’, regia di Pawel Pawlikowski
Una delle anteprime più attese della giornata è Fatherland, in concorso alle 18:00. Dopo il successo di Ida e Cold War, Paweł Pawlikowski torna ancora una volta nell’Europa del dopoguerra, territorio che ha ripetutamente trasformato in uno spazio di esplorazione emotiva e storica.
Fatherland è incentrato sullo scrittore Thomas Mann e sua figlia Erika durante un viaggio in auto attraverso una Germania devastata nel 1949, tra territori controllati dagli americani e dai sovietici, nel pieno delle tensioni della Guerra Fredda. Eppure, come nei precedenti film di Pawlikowski, la politica appare meno come sfondo e più come atmosfera emotiva. La nazione divisa rispecchia una famiglia divisa, mentre l’esilio, il senso di colpa e l’identità diventano inseparabili dalla geografia stessa.
L’attenzione del film su Erika Mann – attrice, scrittrice e pilota di rally – suggerisce anche una continuazione del crescente interesse di Cannes 2026 per le complesse soggettività femminili. Nel cinema di Pawlikowski, la storia non è mai astratta; vive dentro i corpi, i silenzi e le relazioni frammentate.
Farhadi e il crollo della finzione
‘Parallel Tales’, regia di Ashgar Farhadi
Più tardi, in serata, Histoires parallèles prosegue il programma in concorso con una premessa che appare tipicamente farhadista nella sua destabilizzazione della verità e della percezione.
Nel film, una romanziera di nome Sylvie inizia a osservare i suoi vicini in cerca di ispirazione, ma i confini tra finzione e realtà si dissolvono gradualmente dopo l’arrivo di un giovane assistente. L’impostazione evoca immediatamente le ambiguità morali e le complesse costruzioni psicologiche che hanno reso Asghar Farhadi uno degli anatomisti più precisi del comportamento umano nel cinema contemporaneo.
I personaggi di Farhadi raramente vengono distrutti solo da rivelazioni drammatiche. Piuttosto, si disgregano attraverso l’interpretazione: attraverso le storie che raccontano a se stessi sugli altri e le narrazioni che costruiscono per sopravvivere emotivamente. In un’edizione di Cannes già profondamente incentrata sull’identità e sulla performance, Racconti paralleli sembra destinato a diventare uno dei film più intellettualmente stimolanti del festival.
Un Certain Regard e l’inquietante terreno dell’infanzia
‘El Deshielo’, regia di Manuela Martelli
Alla Salle Debussy, Un Certain Regard continua a consolidare una delle selezioni parallele più intriganti del festival. El deshielo trasporta il pubblico nel Cile del 1992, dove la scomparsa di una sciatrice adolescente in un isolato hotel andino porta gradualmente alla luce verità sepolte sotto l’apparente tranquillità di una vacanza in famiglia.
La premessa suggerisce un mistero di formazione plasmato da memoria, repressione e residui politici: temi profondamente legati al contesto post-dittatura del Cile. La regista Manuela Martelli sembra meno interessata alla suspense convenzionale che alle scosse emotive nascoste sotto l’assenza stessa.
In contrasto tonale, Quelques mots d’amour esplora l’instabilità familiare attraverso il calore e la turbolenza emotiva piuttosto che il mistero. Incentrato su una madre che lotta per mantenere l’equilibrio mentre la figlia cerca ossessivamente il padre assente, il film promette un ritratto più intimo della rinascita familiare.
Insieme, le due opere rafforzano un tema centrale di Cannes 2026: l’infanzia e l’adolescenza non come spazi protetti, ma come faglie emotive in cui emergono silenziosamente ansie sociali più ampie.
Semaine e Quinzaine: uno sguardo alla sopravvivenza
‘We Are Aliens’, regia di Kohei Kadowaki
Alla Semaine de la Critique, Viva Alive presenta un’altra protagonista intrappolata tra fame emotiva e instabilità esistenziale. Dopo un’esperienza di pre-morte, la disperata ricerca di vitalità da parte di Nora attraverso le relazioni sentimentali rivela gradualmente un confronto più profondo con la paura stessa.
L’enfasi del film sulla contraddizione emotiva si allinea perfettamente con l’atmosfera generale del Festival di quest’anno: personaggi alla ricerca di un significato mentre resistono al crollo emotivo.
Nel frattempo, la Quinzaine des Cinéastes prosegue il suo slancio iniziale con We Are Aliens e GABIN, due film incentrati su giovinezza, eredità e silenziosa disperazione. Che si tratti di una piccola città giapponese tormentata dal tradimento o della fragilità economica della Francia settentrionale rurale, entrambe le opere esaminano vite plasmate da aspettative da cui sembra impossibile sfuggire.
Un festival sempre più definito dall’intimità
Ciò che rende particolarmente sorprendente la terza giornata è la scarsa propensione di questi film a ricorrere allo spettacolo, nonostante la portata dei temi trattati.
Guerre, divisioni ideologiche, disgregazione familiare e angoscia esistenziale sono temi onnipresenti in tutta la selezione, eppure Cannes 2026 filtra ripetutamente queste ansie attraverso esperienze umane intime piuttosto che con grandi gesti politici.
Questo è un festival sempre più interessato all’archeologia emotiva: a dissotterrare le tensioni nascoste all’interno di famiglie, nazioni e identità. E man mano che il Concorso prende forma, una cosa diventa sempre più innegabile: Cannes 2026 non è alla ricerca di una facile catarsi. È alla ricerca di film disposti ad abitare l’incertezza, la contraddizione e la fragilità emotiva senza semplificarle.