Distress Call di Michele D’Anca trascende la cronaca e conduce lo spettatore nel punto esatto in cui, ogni giorno, centinaia di vite restano sospese al filo sottile di una linea telefonica.
Il film partecipa come finalista per la sezione cortometraggi alla 19ª edizione del Festival Internazionale della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera, in collaborazione con Rai Play.
Distress Call
Le rotte migratorie verso l’Europa sono da anni oggetto di discussione mediatica e politica. Il Mediterraneo, attraversato quasi quotidianamente da crisi umanitarie e tragedie, è ormai divenuto una fonte ininterrotta di notizie che ricordano autentici bollettini di guerra, in cui il ripetersi delle morti ha reso sempre più labile, agli occhi di ampie frange dell’opinione pubblica, il confine tra numero e persona.
Con Distress Call, Michele D’Anca compie una sentita operazione volta a risvegliare la coscienza collettiva, mostrando cosa veramente accade dietro ogni intervento di salvataggio in mare aperto.
Una realtà amara
Nonostante la durata contenuta, Distress Call riesce nell’impresa non semplice di condensare una struttura narrativa solida, in cui la trama si sviluppa con fluidità fino a un climax ansiogeno che pur risultando prevedibile conserva intatta la propria efficacia.
La volontà di illustrare in modo dettagliato le procedure e le modalità d’azione dei volontari di Watch The Med Alarm Phone è tutt’altro che riducibile a un semplice intento didascalico o a un vademecum sull’operato degli attivisti. Il film infatti lo evita con efficacia grazie a una sceneggiatura capace di restituire l’instabilità e la fragilità delle dinamiche di soccorso in cui ogni decisione, parola o errore può risultare determinante. In un contesto segnato da connessioni precarie e linee spesso deboli, persino una chiamata mal recepita può fare la differenza tra la salvezza e la condanna di decine di vite. Di fronte a questo scenario, Distress Call sceglie di concentrarsi sugli istanti più drammatici, in cui l’impossibilità di intervenire si fa carico di tutta l’impotenza davanti al disastro.
Tra influenza e originalità
Il film rivela fin da subito una chiara ispirazione a The Guilty (2018) di Gustav Möller, di cui conserva lo spirito pur riuscendo a distinguersi sia sul piano contenutistico che su quello estetico. In quest’ultimo, un ruolo decisivo è svolto da Claudio Zamarion, che confeziona una fotografia molto valida, giocata sul forte contrasto tra i toni caldi degli interni e il freddo blu degli esterni marittimi.
La regia di Michele D’Anca costruisce la tensione attraverso un uso intenso dei movimenti di camera talvolta persino ridondante, affiancato però da primissimi piani e dettagli incisivi che risultano decisamente più efficaci e d’impatto. Ottima anche la sua prova attoriale nei panni del protagonista Andrea, capace di coinvolgere lo spettatore e favorirne l’immedesimazione senza ricorrere a spiegazioni esplicite o didascaliche, lasciando piuttosto che siano le immagini a delinearne i contorni. Meno convincente è invece la prova di Orwa Khultum che presta la voce a Omar, segnata da una certa rigidità interpretativa che ne limita l’efficacia sul piano drammatico.
Il cinema come testimonianza civile
Nel complesso, Distress Call porta sullo schermo un risultato riuscito e coerente sia sul piano narrativo che su quello tecnico, configurandosi come una chiara presa di posizione politico-sociale che, attraverso la semplice e diretta esposizione della cruda realtà dei fatti, afferma e sostiene l’impegno umanitario di volontari troppo spesso dimenticati.