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Cannes 2026, Paul Laverty contro Hollywood: “Susan Sarandon messa all’indice per Gaza”

Lo sceneggiatore di Ken Loach e membro della giuria del Festival di Cannes attacca l’industria americana: “Vergognoso il trattamento riservato agli artisti che hanno parlato apertamente della guerra”

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Nel momento in cui Hollywood continua a presentarsi come la patria globale della libertà espressiva, arriva da Cannes una di quelle dichiarazioni che fanno evaporare la vernice morale più velocemente di una conferenza stampa Disney scritta da un ufficio legale.

A lanciare l’affondo è stato Paul Laverty, storico collaboratore di Ken Loach e membro della giuria del Festival di Cannes, che ha accusato apertamente Hollywood di aver isolato e “messo nella blacklist” diversi artisti per le loro posizioni pubbliche sulla guerra a Gaza. Tra i nomi citati anche Susan Sarandon.

“Vergogna per Hollywood”

Laverty non ha usato mezzi termini. Durante gli incontri sulla Croisette, lo sceneggiatore ha parlato apertamente di una crescente emarginazione nei confronti di attori e personalità pubbliche che hanno espresso critiche verso l’operato israeliano o solidarietà alla popolazione palestinese.

Secondo Laverty, il clima dentro l’industria americana sarebbe diventato sempre più tossico e intimidatorio, soprattutto dopo il 7 ottobre e l’escalation del conflitto.

E il riferimento a Susan Sarandon non è casuale.

L’attrice, storicamente molto attiva sul piano politico, negli ultimi anni è diventata uno dei simboli più evidenti della frattura interna a Hollywood sul tema Gaza. Una frattura che l’industria continua a trattare come una perdita d’immagine da contenere più che come un reale dibattito culturale o politico.

Cannes contro il silenzio hollywoodiano

La dichiarazione arriva in un’edizione del Festival particolarmente attraversata da tensioni geopolitiche e discussioni sul ruolo politico del cinema contemporaneo.

E non è difficile notare la differenza tra il clima della Croisette e quello degli studios americani.

Cannes continua infatti a lasciare spazio a dichiarazioni apertamente conflittuali, spesso divisive, mentre Hollywood appare sempre più schiacciata tra gestione reputazionale, investitori e paura cronica del backlash social. Una macchina gigantesca che parla continuamente di inclusività e libertà creativa, salvo irrigidirsi appena un artista esce dal perimetro comunicativo approvato.

Il ritorno della blacklist, ma con il reparto marketing

Naturalmente nessuno a Hollywood parla ufficialmente di blacklist. Sarebbe inelegante. Antiquato. Troppo anni Cinquanta.

Oggi il meccanismo è molto più sofisticato:

fra telefonate che non arrivano più, progetti che improvvisamente “cambiano direzione”, inviti evaporati, agenti che consigliano prudenza, e quella nebbia perfetta dell’industria contemporanea dove nessuno censura apertamente nessuno, ma certi nomi iniziano misteriosamente a sparire dal radar.

La vecchia blacklist maccartista, aggiornata però per l’epoca delle piattaforme e delle crisis PR.

Ed è probabilmente questo il punto più scomodo sollevato da Laverty: il contrasto sempre più evidente tra la retorica progressista dell’industria americana e la sua reale tolleranza verso posizioni politiche considerate “rischiose”.

Susan Sarandon e il prezzo delle opinioni

Nel caso di Susan Sarandon, il tema è diventato quasi emblematico. Un’attrice premio Oscar, per decenni celebrata come icona liberal hollywoodiana, improvvisamente trasformata in figura problematica nel momento in cui le sue dichiarazioni hanno oltrepassato il confine del dissenso tollerabile.

E Cannes, da questo punto di vista, continua a funzionare come uno specchio piuttosto impietoso.

Perché mentre Hollywood tenta disperatamente di proteggere la propria neutralità industriale, la Croisette ricorda ancora una verità semplice e scomoda:
il cinema è sempre stato politico.
Anche quando fingeva di non esserlo.