Martin Scorsese ha realizzato nella sua carriera numerosi capolavori, riconosciuti in tutto il mondo, ma ci sono film che il maestro italoamericano ha realizzato e che solo con il tempo hanno lasciato il segno. Questo è il caso di Afterhours (Fuori orario in Italia).
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Un film kafkiano, che ha rappresentato una piccola rinascita per Scorsese, nel quale il regista ritrova una quadra artistica che gli permetterà di arrivare ai suoi capolavori definitivi degli anni successivi, oltre a influenzare artisti contemporanei come Sean Baker (vedasi per Anora).
Afterhours: rinascita artistica
Dopo essere caduto in un periodo di “crisi creativa”, a causa del flop di Un re per una notte e della turbolenta pre-produzione de L’ultima tentazione di Cristo, Scorsese decide di fare un passo indietro, tornando in particolare a quel tipo di cinema con cui è cresciuto grazie al suo maestro John Cassavetes: il cinema indipendente.
Prende uno script scartato da Tim Burton, tratto da un romanzo intitolato Lies, lo modifica e crea, appunto, Afterhours: un racconto dell’isolamento delle nostre vite, della nostra quotidianità, di come spesso la nostra routine venga spezzata da piccoli eventi che ci portano su un’altra strada. In tutto questo, New York è una città che pulsa di frenesia e di vita, ricca di personaggi stravaganti.
Qui i primi tecnicismi di Scorsese, a cui siamo abituati nella sua filmografia, come i dolly e le inquadrature incisive , raggiungono la piena maturazione, perché il modo in cui si amalgamano con l’ambientazione e le situazioni dei personaggi diventerà la base di ciò che vedremo nei successi classici firmati dal regista, in primis Quei bravi ragazzi.
Afterhours: una New York tra Henry Miller e Oz

Afterhours
All’interno di Afterhours vi compaiono due opere di rilievo che Scorsese prende e mescola all’interno del film.
Il primo è Tropico del cancro di Henry Miller; altro elemento fondamentale è Il mago di Oz, classico della cinematografia americana e della letteratura fantastica.
In un certo senso, ancor prima del personale omaggio di David Lynch con Cuore selvaggio, Scorsese ne realizza una sua versione personale, dipingendo la sua amata New York come la Città di Smeraldo e il suo protagonista come una “Dorothy” travolta da un tornado, rappresentato dal personaggio di Marcy, interpretata da Rosanna Arquette, mettendosi in un viaggio tortuoso verso la strada della sua “Kansas”.
Con il romanzo di Miller, invece, il film condivide la descrizione di un mondo urbano pieno di personaggi stravaganti: il racconto di un ambiente newyorkese molto riluttante, sinistro, in decadenza, stravagante e sessuale, che mostra l’altra faccia di quella ricchezza che la Grande Mela stava iniziando a rappresentare in quegli anni.
Un mix di fantastico e urbano che Scorsese dedica alla sua città, più di tutte le sue opere realizzate prima d’ora, perché si vedono ancora i rimasugli di ciò la grande Mela era nei sessanta e di com’era all’epoca.
Afterhours: ritorno al cinema “cassavetesiano”
Come accennato nell’introduzione, questo è il primo film di Scorsese che si distanzia completamente dal classico “grande film” per una major. Realizzato con l’aiuto dell’attore protagonista e con un budget di soli 4 milioni di dollari (dal quale non avrà più nulla di simile), riesce a dare vita a un’opera completamente “libera”.
La sua narrazione, ciò che mostra, i suoi personaggi e l’ambiente in cui è collocato sono completamente liberi da ogni schema cinematografico: ciò che Scorsese ha sempre cercato di seguire, a partire da Cassavetes, è il raggiungimento di una piena indipendenza filmica, dove ciò che viene raccontato deve essere libero da tutto.
In futuro Scorsese mostrerà il suo grande talento con opere fondamentali, ma Afterhours è innegabile che rappresenti il suo film più anarchico e personale. É il racconto visivo del proprio smarrimento artistico, di un’industria che non accettava più le sue opere, considerate troppo “radicali”, e della decisione di perdersi nella notte più assurda di New York, notando come i suoi cittadini fossero il segno di un’America che stava perdendo ogni ragione.
Conclusioni
Oltre a essere un manifesto dello “smarrimento artistico”, Afterhours è anche un romanzo “americano” dell’individualismo degli anni ’80: un’epoca segnata dalla solitudine, dall’alienazione e da un progressivo distacco dalla vita collettiva, tipica degli anni del reaganismo.
Scorsese, distanziandosi completamente da un’opera similare come Tutto in una notte(1985) di John Landis, realizza un opera notturna dalle tinte kafkiane capace di citare l’alta letteratura di Henry Miller e l’immaginario fantastico de Il mago di Oz, restituendo il ritratto di una New York labirintica e ostile, specchio di un’America che stava già perdendo il contatto con se stessa.