Quella degli anni sessanta rappresentò l’inizio di un Giappone radicale, in particolare a livello cinematografico. Il Paese ha attraversato numerosi cambiamenti nel corso della sua storia recente: da eventi politici come la Restaurazione Meiji, fino alla rinascita successiva alla Seconda Guerra Mondiale, culminata nel boom economico degli anni Sessanta.
Questi passaggi storici hanno generato profonde tensioni sociali, con una parte della popolazione che ha vissuto tali trasformazioni come uno stravolgimento totale della propria identità e del proprio quotidiano.
Il cinema ha partecipato attivamente a questo processo di cambiamento, riuscendo a rinnovarsi e, allo stesso tempo, a raccontare le trasformazioni del Paese e lo stato emotivo della sua popolazione. In questo contesto, andiamo oggi alla riscoperta di questi eventi, indagando il Giappone prima e dopo la guerra e analizzando come il cinema, in particolare negli anni Sessanta, si sia radicalizzato, oltre a osservare le pellicole che hanno maggiormente contribuito a farlo conoscere al mondo.
Giappone radicale
Il dopoguerra
Il Giappone uscì stremato dal secondo conflitto: oltre alla ritirata dei propri eserciti dai campi di battaglia, il Paese fu profondamente traumatizzato dallo sgancio di due ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki, eventi che mostrarono al mondo intero il pericolo della minaccia atomica.
Nel dopoguerra, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti sotto il comando del generale Douglas MacArthur, occupazione che si estese anche alle isole, come Okinawa, per un periodo di sette anni, rendendo il Paese un punto di riferimento strategico per Washington in Asia.
La rinascita
All’inizio degli anni Cinquanta, il Giappone assistette a una rinascita economica dovuta a diversi fattori, tra cui uno decisivo: lo scoppio della Guerra di Corea. Questo evento rappresentò un nuovo punto di partenza economico per il Paese, che divenne una base di rifornimento fondamentale per le forze dell’ONU. Ciò portò a un incremento della produzione industriale e a una forte crescita della domanda di beni e servizi giapponesi, aprendo definitivamente il mercato delle esportazioni.
Nel 1955 nacque il Partito Liberal Democratico, uno dei partiti più importanti del Paese, formato dalla fusione tra il Partito Liberale e il Partito Democratico Giapponese. L’obiettivo era contrastare l’ascesa del Partito Socialista Giapponese. Il nuovo partito riuscì a formare il primo governo conservatore di maggioranza, rimanendo al potere fino al 1993.
I primi problemi e le proteste Anpo
Nonostante i benefici economici, iniziarono a emergere i primi problemi sociali. Il più evidente fu la crescita esponenziale e improvvisa delle città giapponesi, che portò alla costruzione massiccia di nuovi grattacieli. Gli appartamenti risultavano sempre più piccoli e angusti, spingendo molte persone ad allontanarsi dai centri urbani per cercare abitazioni in periferia, senza che ciò risolvesse realmente il problema abitativo.
Uno dei momenti più significativi di tensione sociale fu rappresentato dall’Anpo, il trattato che consentiva agli Stati Uniti di mantenere le proprie basi militari sul territorio giapponese. Questo accordo venne percepito da una parte consistente della popolazione come un’ingiusta invasione da parte del Paese a stelle e strisce.
La New Wave giapponese
Proprio con lo scoppio delle enormi proteste sociali che si battevano nel Paese, il cinema giapponese prese una via più radicale, ponendosi in aperta opposizione al sistema politico e culturale dominante. Poco dopo nacque una propria Nouvelle Vague e fu particolarmente importante perché segnò una netta volontà di distacco dal processo di “americanizzazione” e dal forte conservatorismo che caratterizzava il Paese in quegli anni.
In questo filone emersero autori fondamentali come Nagisa Ōshima, Kijū Yoshida e Masahiro Shinoda, inizialmente riuniti sotto l’egida della casa di produzione Shochiku, che diede vita a un proprio movimento, la Shōchiku Nūberu Bāgu. Pur ispirandosi alla Nouvelle Vague francese, questi registi rimasero inizialmente legati a un sistema produttivo ancora mainstream e commerciale.
Successivamente, tutti questi autori si distaccarono dalla Shochiku per intraprendere un percorso completamente indipendente, fondando nel 1961 l’Art Theatre Guild. Quest’ultima, nata come costola della Toho (la stessa casa di produzione dei film di Godzilla), dopo aver distribuito film d’arte stranieri, iniziò a produrre opere che contribuirono in modo decisivo alla nascita della New Wave giapponese, divenendo simbolo di un cambiamento radicale.
Nagisa Ōshima
Nato il 31 marzo 1932 a Kyoto, Ōshima si avvicinò al cinema dopo la laurea in Diritto e Scienze Politiche nella sua città natale e partecipò ai movimenti studenteschi dei primi anni Cinquanta. Nel 1954 fu assunto dalla Shochiku come assistente alla regia, lavorando con registi del calibro di Yoshitarō Nomura e Masaki Kobayashi.
Dopo aver scritto numerosi saggi cinematografici, esordì alla regia con Il quartiere dell’amore e della speranza, primo capitolo di una “trilogia ideale” completata da Racconto crudele della giovinezza (1960) e Il cimitero del sole (1960).
Sebbene non abbia mai esercitato la professione legale, la sua formazione giuridica influenzò profondamente il suo cinema, dando vita a opere fortemente impegnate dal punto di vista civile. Un esempio emblematico è Notte e nebbia del Giappone (1960), che affronta la debolezza della sinistra giapponese durante le proteste contro il trattato Anpo. Il film ottenne inizialmente grande visibilità, ma venne successivamente ritirato dalla distribuzione.
Nel 1965 fondò la propria casa di produzione, la Sōzōsha, gesto di rottura radicale con l’industria cinematografica tradizionale. Tra le sue opere più importanti figurano L’impiccagione (1968), Cronache delle imprese dei ninja (1967) e La cerimonia (1971). Il successo internazionale arrivò con Ecco l’impero dei sensi (1976), opera in cui eros e thanatos si intrecciano per raccontare i rapporti di potere tra i sessi. Con L’impero della passione vinse il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.
Nel 1983 uscì Furyo, film incentrato sulle differenze culturali, interpretato da David Bowie e Ryūichi Sakamoto, autore anche della colonna sonora. Dopo Max, amore mio (1986), la carriera di Ōshima subì una lunga interruzione a causa di un ictus. Tornò dietro la macchina da presa nel 1999 con Tabù – Gohatto, sua ultima grande opera e degno canto del cigno.
Kijū Yoshida
Nato il 16 febbraio 1933 nella prefettura di Fukui, inizialmente non mostrò interesse per il cinema, avendo una formazione in lettere e filosofia presso l’Università di Tokyo. La sua vita cambiò radicalmente quando entrò negli studi Shochiku.
Divenuto assistente di Keisuke Kinoshita, fondò insieme a Ōshima una rivista specializzata di cinema, attiva fino agli anni Novanta. Esordì alla regia all’inizio degli anni Sessanta con Buono a nulla, considerato, insieme a Racconti crudeli della giovinezza, uno dei film simbolo della New Wave giapponese. Poco dopo lasciò la Shochiku, stanco dei sistemi conservatori degli studios.
Tra le sue opere successive si distingue Onna no mizumi, primo melodramma della sua filmografia, seguito nel 1973 da Kaigenrei, che si rivelò un fallimento commerciale e lo costrinse a una lunga pausa. Tornò nel 1986 con Ningen no yakusoku, presentato al Festival di Cannes. Concluse la carriera nel 2002 con La donna nello specchio, un dramma legato al trauma della Seconda Guerra Mondiale, vicino per sensibilità al cinema di Ingmar Bergman.
Masahiro Shinoda
Nato il 9 marzo 1931 a Gifu, iniziò il suo percorso cinematografico entrando negli studi Shochiku dopo aver abbandonato l’università. Fu assistente alla regia di importanti autori, tra cui Yasujirō Ozu.
Dopo anni di apprendistato, esordì con One-Way Ticket for Love(1960). In seguito, influenzato da Ōshima e Yoshida, decise di intraprendere una strada indipendente. La sua carriera si caratterizza per una grande eterogeneità, spaziando dal dramma al cinema storico fino al documentario, come quello dedicato alle Olimpiadi Invernali del 1972.
Opere come Assassin (1964) riflettono i disordini sociali e culturali del Paese e il peso della presenza americana, mentre Silence, adattamento del romanzo di Shūsaku Endō, anticipa la rilettura realizzata da Martin Scorsese nel 2016.
Le opere più incisive
Dopo aver analizzato il contesto storico e i movimenti legati al cambiamento del paese, ci focalizziamo ora sulle opere filmiche che hanno incarnato in modo più netto la radicalizzazione della cinematografia giapponese degli anni Sessanta, trasformando il cinema in uno strumento di critica politica, sociale ed esistenziale.
Harakiri (1962)

Harakiri
Uno dei capolavori assoluti della cinematografia giapponese e mondiale. Ambientato durante il periodo di pacificazione dello shogunato nel XVII secolo, il film racconta la condizione dei samurai decaduti, ridotti al ruolo di rōnin in una società che non ha più bisogno di loro.
Il racconto è duplice: da un lato mette in scena l’abbandono dell’individuo da parte delle Istituzioni, dall’altro smaschera il rigido conservatorismo delle strutture gerarchiche, riflettendo chiaramente le tensioni del Giappone degli anni Cinquanta e Sessanta. Kobayashi costruisce una critica feroce sia al Giappone feudale sia a quello contemporaneo, denunciando l’ipocrisia di un sistema che ha tradito i valori fondanti del bushidō: lealtà, onore e rispetto.
Kwaidan (1964)

Kwaidan
Un caposaldo del cinema giapponese e dell’intero genere horror. Il film è tratto dalla raccolta Kwaidan: Stories and Studies of Strange Things di Lafcadio Hearn, pubblicata nel 1904, e si compone di quattro episodi legati al mondo del soprannaturale.
Ogni racconto affronta temi profondamente radicati nella cultura giapponese — il rimorso, il tradimento, il destino infausto — fino a trasformare il folklore in una riflessione collettiva sul trauma storico del Paese. Gli spettri non sono solo entità fantastiche, ma incarnazioni delle colpe, delle paure e delle ferite irrisolte del Giappone moderno.
La sfida del samurai (1961)

La sfida del samurai
Uno dei film più influenti della storia del cinema, al punto da ispirare direttamente Per un pugno di dollari di Sergio Leone. Con La sfida del samurai nasce l’archetipo dell’antieroe moderno: una figura errante, ambigua, moralmente indipendente, capace di muoversi in un mondo dominato dalla violenza e dalla corruzione.
Il protagonista diventa il simbolo di un Giappone che rifiuta il compromesso, ancora legato a un senso dell’onore ormai fuori tempo massimo, ma profondamente vicino agli strati più deboli della società, abbandonati dal progresso e dalle istituzioni.
Il film ebbe un seguito che ne confermò le qualità, rafforzando l’immagine del samurai senza padrone come emblema dell’individuo in lotta contro un sistema repressivo e conservatore.
Tardo autunno (1960)

Tardo Autunno
Uno degli ultimi film di Yasujirō Ozu, capace di sintetizzare con straordinaria delicatezza i conflitti generazionali del periodo. Ozu rivolge una critica silenziosa ma incisiva alla propria generazione, colpevole di aver accettato il compromesso del boom economico senza mai mettere realmente in discussione il sistema.
Il film riflette sulle responsabilità mancate, sull’assenza di rottura e sulla passività con cui il Giappone del dopoguerra ha accettato il cambiamento. È proprio da questa frattura che nascono i conflitti generazionali destinati a esplodere nel decennio successivo.
La farfalla sul mirino (1967)

La farfalla sul mirino
Uno dei noir più radicali e influenti degli anni Sessanta. Suzuki prende il gangster movie e lo smonta dall’interno, trasformandolo in un’opera pop, astratta e sovversiva. Il protagonista, inizialmente presentato come un killer infallibile, viene progressivamente svuotato fino a diventare un individuo fragile e inetto.
Il film rappresenta un Giappone a cui viene strappata la maschera di perfezione ed efficienza: un sistema in cui l’individuo è solo uno strumento produttivo, pronto a essere punito non appena fallisce. L’opera distrusse la carriera di Suzuki all’interno degli studios, ma lo consacrò come autore di culto, segnando un punto di non ritorno per il noir giapponese.
La donna di sabbia (1964 )

La donna di sabbia
Un film ancora oggi sottovalutato, nonostante i numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui la presenza a Cannes e le candidature agli Oscar. La donna di sabbia è un potente racconto esistenziale sull’alienazione dell’uomo moderno, intrappolato in un lavoro privo di senso e in una quotidianità ciclica e opprimente.
L’opera anticipa le dinamiche che caratterizzeranno il Giappone del boom economico, trasformandosi in un manifesto dell’alienazione e della perdita di uno scopo universale. È uno dei vertici espressivi della New Wave giapponese.
Jigoku (1960)

Jigoku
Film a lungo dimenticato, Jigoku è oggi considerato uno dei capisaldi dell’horror giapponese. Nakagawa costruisce un vero e proprio viaggio infernale, che richiama la struttura della Divina Commedia, sia sul piano narrativo che simbolico.
L’opera fu anche un inferno produttivo, contribuendo al fallimento della casa di produzione, ma proprio per questo divenne simbolo di un’anarchia visiva e creativa senza precedenti. Come in Kwaidan, l’orrore diventa strumento per riflettere sulle colpe del passato e sull’incapacità del Giappone di espiare i propri peccati storici.
Matango (1963)

Matango
Un film che si presenta come un prodotto di serie B, ma che nasconde una profonda riflessione politica e sociale. Ishirō Honda, già autore di Godzilla, utilizza il cinema fantastico per mettere in scena una metafora del Giappone post-bellico.
I protagonisti rappresentano diverse componenti della società giapponese, incapaci di cooperare tra loro, guidate da egoismi e interessi di classe. Matango diventa così una critica alla mancanza di collaborazione delle élite, mascherata da spettacolo capace di intrattenere il pubblico mainstream.
Un esempio di resistenza culturale
Quello che avviene negli anni sessanta è una manifestazione di un Giappone radicale, sospeso tra il desiderio di prendere distanze dal suo passato, che cerca di eliminare i rimasugli del passato e allo stesso tempo ritornare ai vecchi valori che lo hanno contraddistinto.
L’autorialità del Giappone dal dopoguerra in poi ha dimostrato una società che ha messo in discussione se stessa e il proprio sistema, utilizzando il cinema come strumento privilegiato di critica e opposizione. In questo senso, il cinema giapponese degli anni Sessanta diventa uno dei più potenti esempi di resistenza culturale del Novecento.