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VISIONI PROIBITE – I film vietati dalla censura italiana Vol.1

Il cinema da leggere. Recensioni di libri di cinema. Rubrica a cura di Gianluigi Perrone

Publicato

il

VISIONI PROIBITE – I film vietati dalla censura italiana Vol.1 (1947-68)

Roberto Curti e Alessio Di Rocco

Lindau

Pagine. 584

 

Lindau pubblica un grosso lavoro di ricerca, catalogazione e analisi che Roberto Curti e Alessio Di Rocco hanno realizzato relativamente alle opere che si sono scontrate con il diniego del visto censura nella cinematografia italiana. Un lavoro talmente ampio da dover essere diviso in due volumi. Il primo è questo che comprende il periodo che va dal Dopoguerra al ’68. Per il secondo ci saranno da vedere delle belle. Nell’introduzione i due autori cercano di focalizzare il lettore su cosa veramente voglia rappresentare l’organo di censura e quali vere conseguenze le sue azioni possano aver avuto sulla vita quotidiana di ogni individuo. L’opera dei due non punta meramente a catalogare e riportare i titoli vessati dalla censura, ma crea uno spaccato storico, attraverso una ricostruzione attenta e onesta e a dichiarazioni reali, di quella che è stata l’Italia. Una sorta di labirinto tra gli uffici e gli scaffali di una classe di legulei che hanno generato un modo di essere. L’opera in sé, quindi, diventa fondamentale chiaramente per raccontare una storia del cinema alternativa a quella che ci è stato permesso di vedere e far diventare patrimonio comune. Ha una valenza storica perché ripercorre delle fasi della storia d’Italia spesso dimenticate o indecifrabili, ma che spiegano chiaramente tutte le motivazioni per cui oggi siamo in un punto di stallo, economicamente, politicamente e culturalmente. Inoltre dipingono, in maniera spaventosa per chi abbia un minimo di coscienza, un modo di essere, uno status mentale, un tipo di personalità la cui visione morale è tanto inconcepibile quanto collettivamente condivisa, un ritratto di un angolo della personalità dell’italiano che costringe a guardare nel proverbiale abisso, per quanto questa figura si contorca nel più sudicio dei compromessi, e si è insediata e ha proliferato per generazioni, diventando lo specchio di un Popolo.

C’è una storia. Che è la storia di tanti Paesi, di tante culture, di tante democrazie e tante dittature. Una storia che è bene o male sempre simile, anche se con tratti differenti. La storia della libertà di espressione. Di un organo a cui è stato dato il potere di dire NO, in coscienza, per un bene comune, per la serenità di un Popolo, perché moralmente non venga istillato il seme della depravazione, della perversione, del fratricidio e della guerra. E dopo un po’ questo organo, inebriato dal potere, nega solo per il piacere di  farlo. Per pigrizia, per mancanza di competenza, per eccessiva aderenza alla causa, per invidia latente o semplicemente perché lo può fare, e quell’infinitesimo orgasmo, che in alcuni casi è il gioco al videopoker, in altri è la pippa davanti al porno, e in altri è semplicemente il sapore del potere effimero, quello genera quel NO. Allora il Paese si abitua, decide di non combattere, di sedarsi, di abbracciare degli standard perché quelli, sì, tuttavia sono giusti, sono accomodanti, sono tranquillizzanti, sono il mare che sembra una tavola in una giornata di scirocco. Allora si diventa tutti più mansueti, per un periodo lungo in cui per generazioni si sente la sensazione che manchi qualcosa, ma quel qualcosa è così lontano dalla memoria che alla fine non è poi così importante. Come una coppia che non tromba mai, che sta bene, in pace, ma non è una coppia. Ecco così è un Paese senza cultura, come una coppia che non tromba mai. Allora ciclicamente succede qualcosa, nasce qualcuno che ha avuto un trauma, che ha visto i genitori a letto da bambino, che ha subito un abuso di troppo, o semplicemente ha avuto il piacere di assaporare l’energia dell’arte e non ne vuole fare a meno. A quel punto ci si muove per reazione, per furia ribelle, come era quella che portava i Giapponesi a girare i più perversi estremismi nel periodo dei Pinku Eiga, solo per reazione alla staticità televisiva. Avviene ovunque. Così un giorno c’è una reazione che porta un inspiegabile momento di anomalia, in quella staticità a cui tutti, pure i sedicenti ribelli istituzionalizzati, si sono abituati. E’ l’energia che viene dal cuore, quel voler colmare un vuoto incolmabile che chiaramente si schianta, in frantumi, contro un muro invalicabile. Si sbriciola come il povero scimpanzé sparato contro la parete per vedere l’effetto che fa. Lascia però un bozzo, una macchia o una cavità che rimane lì evidente, disarmonica. All’inizio la gente la guarda stranita, come dei primati affamati, e si chiede cosa sia, non capisce cosa sia e ne dà interpretazioni eclatanti e senza senso. Capiscono che ha un valore, qualcuno decide di metterci una cornice intorno a quella crepa scoscesa, e viene guardata con dubbio quasi demente. Poi nel tempo viene decodificata, e raggiunge alcuni illuminati, che comprendono di cosa si tratta e le danno il suo vero nome. Libertà. Per riconoscerla occorrono degli strumenti adatti, che studiano un sistema  reiterato nel tempo e diventato dogma. Visioni Proibite è uno di questi strumenti, uno dei pochi.

Gianluigi Perrone