Al Rome Independent Film Festival, il corto Le cose appuntite, della giovane regista Giulia Giordano, indaga la nascita come ferita originaria e la maternità come spazio psichico più che biologico.
In appena quindici minuti costruisce un racconto perturbante, poetico e ambiguo, dove la terapia, la memoria e l’identità si intrecciano in un dialogo costante tra corpo e linguaggio. E, cosa sorprendente, non lo fa solo grazie ai dialoghi, taglienti e complessi.
Un andamento narrativo mitteleuropeo
«Non hai paura delle cose appuntite?» chiede una voce.
L’elenco scorre come una litania: forbici da cucina, punteruolo, coltello da campeggio, bisturi, scheggia di vetro…
«Non sono mie nemiche», risponde Nike, la protagonista.
Da bambina raccoglieva le unghie dei compagni in una scatolina con la scusa di allevare microbi, ma si rivelerà un gesto ossessivo e simbolico, traccia di un trauma mai risolto.
Nike è in terapia di gruppo per elaborare una ferita radicale: è stata un “feto rapito”, protagonista di un crimine raro ma ancora diffuso: l’abduzione fetale (fetal abduction, ossia il rapimento o l’estrazione forzata del feto dal grembo materno), definizione mutuata dall’inglese che non esiste tecnicamente in italiano.
Un feto rigettato, estratto da una madre che, preda della depressione, aveva chiesto che venisse “tagliato via da sé”. Non un atto di desiderio, ma di rifiuto.
Il gioco delle identità
Le cose appuntite si muove tra flash, evocazioni orrorifiche e visioni distorte: immagini del mare visto dal mare, spazi vuoti, ambienti esistenziali che diventano proiezioni della psiche (Sara Pantoni, scenografia).
Silenzi, umori liquidi, echi sospesi sulle parole.
Durante la seduta conclusiva, il terapeuta afferma:
“Siamo ciò che vogliamo essere. La prima cosa è voler essere qualcun altro. L’ultima, imparare a essere noi stessi.”
Nike, in bilico tra rinascita e annullamento, incontra per caso Soraja, che la chiama con ironia “la bambola del dottore”. Solo dopo proviamo a immaginare in che senso.
Nel gruppo si pratica un gioco di ruolo: ogni carta, ogni petalo, corrisponde a un’identità da impersonare. È qui che il confine tra terapia e teatro, tra verità e rappresentazione, si fa labile, nella vita come nel film.
Un film liminare tra horror e drammaturgia dell’introspezione
Nike lavora in un centro ricreativo per disabili adulti.
Tra i suoi assistiti, un uomo autistico di trentanove anni la chiama Alles, il nome della madre di Nike, e le chiede:
“Poi sei riuscita a uccidere tua figlia?”

Il ragazzo autistico rastrella la sabbia
Da quel momento il corto si fa più oscuro. Nike sembra rivivere, attraverso quell’uomo, la propria origine. Tornando a casa sente la voce materna, si tormenta le unghie e getta la scatolina dal finestrino. Un gesto di rottura e liberazione. Forse l’inizio della rinascita.
Nel flashback conclusivo torniamo alla sala della terapia: stavolta non ci sono gli altri pazienti, solo loro due. Il medico le svela che la madre, temendo di trasmetterle la depressione, convinse una donna a estrarla prematuramente dall’utero, uccidendola.
In questa rivelazione anche il ruolo del medico si frantuma, riflettendo la tossicità della stessa condizione che tenta di curare. Negli spettatori dilaga il sospetto che si tratti proprio del compagno della madre, forse del padre di Nike.
Nike, sconvolta, nega:
“Se l’amore porta abbandono, allora è solo un gioco di ruolo. Non è amore.”
Il medico replica:
“Non si guarisce indagando il passato, ma costruendo il futuro.”
Nike lo fissa, soffia sul volto del medico i petali del gioco e afferma:
“Io voglio essere quel ragazzo autistico.”

L’ultima scena la mostra correre sulla spiaggia: due donne cercano una bambina.
Ancora una volta non è lei a trovare la bambina, ma la bambina a trovare Nike, addormentata sulla sabbia: la sveglia con le sue piccole dita.
«Perché scappavi?» le chiede Nike, sorpresa.
«Non scappavo, mi stavo solo nascondendo», risponde la bambina.
Un dialogo che riassume l’intera parabola del film: fuggire dal dolore è un modo per incontrarlo.
Elementi distopici nel film
Le cose appuntite è un’opera ambiziosa, costruita su ambienti rarefatti e psicologicamente risonanti. Le scenografie diventano luoghi dell’inconscio, spazi sospesi dove la mente e la materia si confondono. Il linguaggio della regista, poetico, denso di simboli e sfumature, richiede attenzione e disponibilità all’interpretazione.
Il dialogo tra Nike, Maria Roveran e il medico, Roberto De Francesco, a tratti troppo carico di concetti avviluppati nello scambio di ruoli che esige il metodo terapeutico adottato, resta il cuore del film: lì, tra la parola e il silenzio, si rivela la materia del trauma.
L’accento veneto della protagonista aggiunge una nota di alienazione facendosi astratto: può essere il segno di una provenienza altra o semplicemente l’eco di una nascita interrotta, una scelta non del tutto riuscita. La misurata e inquietante interpretazione di Eugenio Papalia avrebbe meritato l’audacia di una rasatura autentica del cranio.
Straniante e ironico il personaggio dello psicologo: traspaiono sinistri sospetti di coinvolgimento relazionale con la madre di Nike. Una figura maschile controversa e borderline come del resto tutti i personaggi del film in cui ogni forma di empatia sembra sgretolarsi ad ogni cambio di scena.
Un corto coraggioso, disturbante e poetico, che esplora l’idea della nascita come separazione e della guarigione come atto di creazione.
Il linguaggio scelto, anch’esso di confine, tra dramma psicologico e horror, ci conduce in un territorio fragile, quello dell’intimità terapeutica, segno di una fragilità umana e universale, che arranca nel tentativo di capire di chi è figlia davvero.
Ma alla fine, come Nike, è destinata, come annuncia il nome, a vincere le proprie paure.
Chi è Giulia Giordano
Giulia Giordano nel 2008 realizza alcuni videoclip musicali e nel 2010 dirige il suo primo cortometraggio Bile, selezionato al Milano Film Festival e all’Arcipelago – Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini. Nel 2012 frequenta la London Film Academy, e cura la regia di concerti live per artisti internazionali. Nello stesso periodo, con il supporto della London Film Academy, firma il cortometraggio in lingua inglese Ivett. Nel 2022 collabora in qualità di aiuto regista per la serie Vatican Girl, commercials e documentari. Nel 2025 torna alla regia con Le cose appuntite, il suo terzo cortometraggio di finzione.