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Trieste Science+Fiction Festival

‘Orwell: 2+2=5’ il documentario-blob che mette a nudo la deriva distopica del presente

Un film che mostra l’eredità delle riflessioni di George Orwell, ne ripercorre la biografia e il romanzo ‘1984’ per esporre le contraddizioni del nostro tempo.

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Il  documentario Orwell: 2+2=5 in programmazione martedì 28 ottobre al Trieste Science + Fiction Festival, attualizza l’eredità filosofica di George Orwell attraverso le immagini della contemporaneità. I racconti distopici sono in una certa misura le profezie del nostro tempo, lo sforzo di guardare al presente cercando di intuire la possibile direzione della storia.

Orwell: 2+2=5

L’opera del regista Raoul Peck tenta di attualizzare le parole visionarie di Orwell, e lo fa mettendole di fronte alla prova del tempo con un film che per forma e intenti si dimostra erede sia del cinepugno che del cineocchio. Da una parte infatti espone le contraddizioni interne del nostro tempo, costruisce un discorso di classe per ricordare allo spettatore che se nulla cambierà  nello status quo, gli ultimi resteranno gli ultimi; dall’altra parte usa il mezzo cinematografico per mettere in scena una fenomenologia dello schermo. Più importante della realtà è infatti il mezzo con il quale questa viene veicolata. 

L’ignoranza è forza 

L’opera di Peck tenta di ricostruire la narrazione del potere politico con un focus dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale sino ad oggi. Il racconto per immagini — che in più di una sequenza sembra montato secondo i principi di Blob — è scandito dai famosi tre slogan del Ministero della verità; tre motti interconnessi, tre concetti da ripetere a ritmo del passo dell’oca che regolano il possibile, il pensabile e l’agire. Tutte queste prescrizioni rappresentano delle degenerazioni di alcuni tratti fondanti della cultura occidentale, forme di corruzione che nel mondo distopico di Orwell sono accompagnate da un cieco ottimismo degno del Candido voltariano; proprio contro questa cecità si struttura tutto il documentario, un esempio di cinepugno che vuole scuotere lo spettatore dalla convinzione che stia vivendo nel migliore dei mondi possibili.

La trappola del miglior mondo possibile

Il precetto che l’ignoranza possa essere la forza dell’uomo è un ribaltamento delle fondamenta della nostra cultura tecnico scientifica, di quel sapere moderno che aveva combattuto per rendere l’uomo libero dalla superstizione. Lo sviluppo in tutti i campi del sapere al quale assistiamo oggi deriva dall’originaria intuizione della connessione tra sapere e potere, non si tratta qui “solo della felicità della contemplazione, ma del destino e della fortuna del genere umano e di tutta la potenza delle opere”.

Il film tenta di mettere per immagini la fragilità delle nostre convinzioni, l’incertezza di un mondo che credevamo muoversi verso un futuro radioso, ma che invece ci acceca e ci rende innocui con questa stessa promessa. Sempre più spesso pieghiamo la testa, ci rendiamo conniventi dello status quo nella speranza di poter così tornare alla perfezione delle origini, siamo stati ormai convinti che 

“L’uomo è nato libero, e ovunque è in catene”. 

La guerra è pace 

Nella storia l’assuefazione mediatica descritta in 1984 è stata possibile solo nelle dittature, per meglio dire, in quei totalitarismi che sono riusciti a imporre un’utile finzione che soddisfacesse il popolo laddove la realtà era troppo socialmente degradata. Ora, quando la forza dell’uomo diventa l’ignoranza, la guerra emerge come l’unico mezzo per garantire quello spazio vitale necessario perché la verità di regime sopravviva. Al verificarsi di queste condizioni la prima conseguenza è l’innalzamento di muri. Si viene a creare una cittadella fortificata che divide gli infedeli dai devoti, che (de)limita il diritto e giustifica ogni forma di sopruso o sopraffazione.

Dialettiche di controllo

Nel documentario viene messa a nudo questa artificiosa dialettica tra dentro e fuori, tra civiltà e barbarie, giustificata e perpetrata a colpi di ridefinizioni del linguaggio e manipolazioni dell’informazione. L’edulcorazione del linguaggio, che vorrebbe rendere accettabili azioni disdicevoli, non è certo una strategia del secolo scorso. Un padre del pensiero liberale quale Mill nel 1859 affermava che i principi che garantiscono la libertà individuale non sono applicabili a “quelle società arretrate in cui la razza stessa può essere considerata come minorenne”. Sebbene la gravità di questa affermazione possa essere mitigata dalla contestualizzazione storica, le nozioni di genetica che smentiscono il concetto di razza erano lontane a venire. Resta paradossale il fatto che a distanza di poche pagine lo stesso autore affermi che 

“Ovunque ci sia una classe dominante, gran parte della morale del paese deriva dai suoi interessi di classe e dai suoi sentimenti di superiorità”.

La libertà è schiavitù 

Il concetto che lega i diversi segmenti del documentario, ognuno dei quali mette a confronto il sistema perfetto del Grande Fratello con l’attuale panopticon del capitalismo della sorveglianza, è quello della libertà. Nella tradizione cristiana la libertà è causata dal peccato, porta il marchio della caduta dell’uomo dall’Eden, allo stesso modo l’unica libertà in un regime totalitario è quella di adeguarsi alla prospettiva del migliore dei mondi possibili; il leader supremo è un dio misericordioso che non si cela dietro la trascendenza della fede, offre invece il suo aiuto per superare la decadenza del presente. Questo scambio, per uscire dallo stato di natura, è pagato a caro prezzo, si rinuncia a una precaria libertà per acquisire una certa schiavitù.

Libertà individuale e solipsimo collettivo

Questo tragico epilogo al quale rischiamo di andare incontro sottende una precisa idea, ovvero che la libertà sia una condizione assolutamente individuale; una tale concezione ha in sé un carattere assoluto, da una parte trasforma la società in un insieme di monadi ognuna in possesso della propria personale certezza, dall’altra rende una comunità più vulnerabile ad ogni forma di “solipsismo collettivo”. Alla fine del romanzo O’Brien etichetta con questo termine la condizione di asservimento mentale raggiunta nel superstato di Oceania, quella stessa metafisica (del potere) che porta infine Winston ad accettare che

“Due più due fa cinque.”

Dal singolar al sentir comune

Il documentario-blob di Peck presta l’occhio del cinema allo spettatore, permette di ripercorrere le immagini con cui il potere ha cercato di (ri)scrivere la storia; un’operazione che il regista porta avanti attraverso le evocative parole di Orwell e con il supporto delle didascalie, quei segni che testimoniano l’assoluto valore politico di ogni immagine del mondo riprodotta tecnicamente. In ultima istanza, il film si fa portavoce di un vuoto nel panorama politico, certamente non della posizione particolare di un partito o di un movimento ideologico. La libertà non può più essere concepita secondo coordinate individualistiche, occorre tornare a un sentire comune, mettere in discussione ciò che è pensabile al fine di riappropriarci della possibilità di cambiare realmente lo status quo.

Orwell: 2+2=5

  • Anno: 2025
  • Durata: 119'
  • Distribuzione: I Wonder Pictures
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Francia, USA
  • Regia: Raoul Peck
  • Data di uscita: 03-October-2025