Lesbian Space Princess fa ridere, tantissimo. Emma Hough Hobbs e Leela Varghese s’impegnano a creare un caleidoscopico universo che, sviscerato da ogni arzigogolato dettaglio, finisce nel dolce fulcro del coming of age: la scoperta e l’accettazione di sé. Il film vince il Teddy Award per miglior film LGBTQ+ durante l’ultima Berlinale e arriva in Italia durante la nuova edizione di Trieste Science + Fiction Festival.
Il film, ovviamente, è una bomba di colori e accoglie l’eredità di Pendleton Ward, creatore di Adventure Time e The Midnight Gospel. Allo stesso tempo, riesce a bilanciare la sagace intelligenza dei dialoghi di Rick e Morty e la dolcezza studiata di Steven Universe. Lesbian Space Princess è una celebrazione della cultura queer. O forse no?

Lesbian Space Princess contro gli Straight White Maliens
Il film possiede diversi strati d’interpretazione e ogni frame ci racconta un dettaglio della cultura pop contemporanea. La principessa Saira è una ragazza introversa, prova a disagio a stare con le persone e sente la pressione dei suoi ingombranti genitori. Poi Saira incontra Kiki, una tipa tosta: quella che tutte desiderano e inizia così la loro storia.
La relazione non dura a lungo perché il lesbo-dramma bussa sempre allo spioncino delle porte sigillate: quindi cosa rimane di Saira senza Kiki? Distrutta nel suo dolore e nell’ansia di disattendere l’intero pianeta di Clitopolis, Saira si chiude in se stessa. Proprio lei che dovrebbe dimostrare a tutti di possedere l’arma più potente dell’universo: il potere del Labrys, ovviamente i suoi tentativi di evocarlo risultano nulli. Saira è convinta di non meritarlo, di non essere abbastanza, di essere rotta e sbagliata.
Nel frattempo un gruppo di Straight White Maliens rapisce Kiki per ricattare Saira e prendere il suo Labrys. Per questa ragione la principessa Saira sarà costretta a iniziare il viaggio più importante di tutti: quello lontano dalla sua bolla e verso se stessa. Il pianeta di Clitopolis, introvabile secondo le sue segnaletiche, è l’ultima barriera da varcare, oltre il quale il buio e la paura diventeranno opportunità.

Quanto devi essere queer per essere queer?
Lesbian Space Princess racconta del peso delle aspettative e della noia – politicamente corretto permettendo – di sottostare a ineguali ideali d’inclusione. L’intenzione di Emma Hough Hobbs e Leela Varghese, ovviamente, non è quella di far guerra al mondo queer, ma svelarne le debolezze.
Perché se è vero che tutti e tutte sono accolti sul pianeta di Clitopolis, è vero anche che devi dimostrarlo. E quanto può essere diverso un sistema che basa la propria accettazione sulla dimostrazione perenne della propria infallibilità? Non è forse questo il sistema neoliberista in cui tutte siamo cresciute? E quanto è umana la sua riproduzione?
Ecco la chiave più interessante con cui leggere questo film. Non perché non travolga lo spettatore dal primo momento con i suoi commenti sagaci e l’animazione fantasmagorica, ma anche perché le registe sottolineano una demarcazione netta tra chi vogliamo essere e chi possiamo essere. Il mondo intoccabile di Clitopolis, fatto di rosa e sfavillanti astronavi, si confonde in un universo in rovina che pur vive con i suoi personaggi ammaccati, cattivi e inconcludenti.
Lesbian Space Princess o come riprendersi gli spazi
Da Willow, cantante indie scappata da un istituto per cantanti pop, passando per l’ammaccata astronave Straight, all’associazione alieni maschi etero; dalla freudiana drag queen Blade fino al mostro finale: la testa della principessa Saira. Tutti componenti che raccontano un puzzle oltre il coming of age sci-fi.
Lesbian Space Princess è un avvertimento sul futuro, sulle paure vecchie che ci trascineremo a ritroso: perché il loro superamento passa attraverso l’accettazione, mai l’espiazione. Per quanto sia difficile accettarlo per alcuni, Emma Hough Hobbs e Leela Varghese ci raccontano una comunità che non è fatta da slogan come “Love Wins“ ma di solitudini che diventano qualcosa quando riescono a piangere e accogliere i propri traumi. Lesbian Space Princess ci insegna che nessuna si salva da sola, ma anche che deve provarci per trovare il posto giusto per sé.