Una visione soggettiva e stimolante, ma allo stesso tempo una poesia unica e precisa. Con queste parole descrivo la mia esperienza con If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys, l’opera di Masahiro Sugano in concorso al Soundscreen Festival (trovi qui il programma).
Lungometraggio sperimentale costruito in split screen, If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys gioca con scelte audiovisive particolari. Le scene si susseguono come frammenti indipendenti, ognuna con un ritmo proprio. Ne emerge una sinfonia di personaggi interessanti: comuni e, allo stesso tempo, stravaganti e singolari. Tutti arrivano da angoli diversi del mondo, dando vita a un quadro variegato e cosmopolita.

If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys: un mosaico di storie
« Questo film è strutturato in modo non convenzionale. Non è necessario registrare tutti gli eventi sullo schermo. Ma la mente troverà la sua strada. »
– Masahiro Sugano, il regista
Un’interpretazione sovversiva dei road movies tradizionali che si svolge in otto location diverse in tutto il mondo: questo è If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys. Un haiku visivo e sonoro che ci immerge in 18 scene fittizie di rimpianti, nostalgia, incontri casuali e amore. Le storie includono un padre giapponese che si riavvicina goffamente alla figlia, una giovane iraniana che compra un’auto rossa per fare colpo sul suo appuntamento al buio, un presentatore afroamericano che attraversa la città in bici alla ricerca di un cappello da cowboy.
Ogni personaggio è completamente diverso dall’altro. L’unico filo conduttore sono i luoghi: gli spazi in cui abitano, la terra stessa su cui camminano. Per tutto il film si respira la sensazione del viaggio, una dinamicità che resiste persino nello stallo emotivo dei protagonisti. If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys è uno scorcio nell’intimità di persone che ci passano accanto ogni giorno, uno sguardo neutrale e curioso che, senza giudizio, ci permette di intravedere la vera interiorità di tutto ciò che ha un’anima.
Tra poesia e cinema sperimentale
If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys sfrutta linguaggi diversi per ritrarre i molteplici colori della natura umana, come se fossero le aure delle anime di ogni personaggio. In quanto road movie, accompagna lo spettatore lungo le storie di chiunque incroci il cammino, invitandolo a trarne una propria e personalissima esperienza. Per immergerci in una dimensione sospesa, priva di un tempo o uno spazio precisi, il regista sceglie lo stile del cinéma vérité. Attraverso tecniche di ripresa dirette, Sugano cerca di catturare la realtà nel modo più autentico e immediato possibile.
Montato interamente in split-screen, con lo schermo diviso in due sezioni che scorrono parallelamente, If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys non è pensato per essere compreso in ogni dettaglio alla prima visione. Come dichiarato dal regista in apertura con una sua citazione, l’obiettivo è quello di comunicare allo spettatore attraverso uno sguardo passivo, lasciando che le immagini parlino da sole.

Il potere di If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys
Gli stimoli, visivi e sonori, che si susseguono nei 115 minuti dell’opera sono molteplici, tanto da rendere impossibile coglierli tutti consapevolmente. Eppure finiscono per raggiungerci lo stesso, quasi senza che ce ne accorgiamo. Ogni elemento di If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys contribuisce a intrecciarci alle storie di questi sconosciuti, di cui spesso conosciamo appena il nome, a volte nemmeno quello. Il nostro ruolo diventa simile a a quello di angeli custodi: vegliamo su di loro anche nei momenti più bui, li osserviamo con attenzione senza poter intervenire, ma allo stesso tempo ci immedesimiamo, li sentiamo vicini e li comprendiamo.
Quando crediamo di aver colto appieno l’interiorità di un personaggio, veniamo subito trasportati in quella di un altro, radicalmente diverso. Così, a poco a poco, ci avviciniamo al loro modo di pensare e di agire, alla loro condizione economica e sociale, alla loro quotidianità. È come incontrare una persona nuova: non ci viene rivelato tutto subito perché ciò che conta davvero emerge gradualmente. Questa modalità richiama la forma giapponese dell’haiku, una poesia fatta di lampi brevi e intensi, capaci di racchiudere un’emozione in poche immagini. In If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys, Masahiro Sugano sembra ispirarsi proprio a questa struttura: le storie non seguono un intreccio classico, ma scorrono come frammenti autonomi, ognuno con il proprio ritmo, capace di condensare in pochi gesti un intero mondo interiore.

Dal Giappone agli USA: la storia di Masahiro Sugano
Nato a Osaka e formatosi negli Stati Uniti, Masahiro Sugano è un regista che unisce impegno sociale e sperimentazione visiva. Sugano, fin dal suo debutto alla regia, ha sempre dato voce a temi legati all’esilio e all’identità. Il suo primissimo progetto da esordiente è stato il cortometraggio di tesi Hisao, candidato allo Student Academy Award e presentato al Sundance Film Festival nel 1999. Nel 2014, invece, ha diretto il documentario pluripremiato Cambodian Son (2014).
Con il suo laboratorio Studio Revolt, l’autore di If Hafez Wrote a Haiku for Cowboys ha raccontato le deportazioni cambogiane. Attraverso Verses in Exile, ha poi portato queste storie fino a PBS, un’azienda non-profit statunitense di televisione pubblica, sulla quale è stato trasmesso online. Oggi insegna cinema all’Università di Washington e continua a esplorare linguaggi poetici e visionari.