Presentato in concorso nella Selezione Ufficiale della 82 edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Orphan è un’opera intima che si interroga sul significato dell’accettazione paterna. Il regista ungherese László Nemes firma una toccante storia ambientata quattro anni dopo la seconda guerra mondiale. Prodotto da Pioneer Pictures e Good Chaos, il film sarà distribuito in Italia da Movies Inspired.
Sinossi
Quattro anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Andor (Bojtorján Barábas) è un ragazzo che vaga tra le rovine della sua città. Cresciuto solo con la madre, attende con vana speranza il ritorno del padre, deportato durante la guerra. In un paese ancora sconvolto dalla guerra e soppresso dal nuovo regime comunista, Andor deve fare i conti con una sorpresa inattesa: la scoperta del suo vero padre biologico, ben lontano dalla figura idolatrata dipinta dalla madre.
Ritratto di un paese in rovina
Il regista mette in scena una ricostruzione drammatica di Budapest: la città è ancora devastata, con i segni evidenti lasciati dai bombardamenti. I bambini giocano tra le macerie, giocando a pallone o raccogliendo bottiglie di vetro. La quotidianità del protagonista è scandita da questi momenti di apparente spensieratezza. A cui si unisce il vagabondare senza meta per la città, aiutando un amico del presunto padre con alcuni spettacoli di cabaret oppure girovagando con la sua migliore amica. Sullo sfondo di questo scenario triste e decadente, non mancano le retate della polizia, alla perenne ricerca di ribelli che vogliono sfuggire alle repressioni del nuovo regime comunista.
Orphan: la paternità
In questo film il cuore pulsante della narrazione è costituito, ovviamente, dall’assenza della figura paterna. La madre di Andor ha dipinto un quadro idilliaco del padre: deportato perché ebreo durante la seconda guerra mondiale, Hirsch vendeva biglietti per spettacoli teatrali e dí cabaret. Cresciuto con la speranza di poter vedere tornare a casa il padre, Andor prega tutte le sere presso il locale caldaia nella speranza che il suo desiderio si realizzi. Quando il macellaio di un paese limitrofo si presenta come padre biologico, il suo mondo va in frantumi.
Si può scegliere di essere orfani?
Il regista ungherese decide di raccontare una spinosa e drammatica storia familiare. Nel corso della lunga durata del film, il giovane protagonista rifiuta categoricamente di essere il figlio di Bern (Grégory Gadebois): il suo carattere impulsivo, rozzo e soggetto a scatti d’ira è in netto contrasto con i racconti della figura materna. La lunga lotta di Andor, per allontanare l’uomo dalla famiglia e dal senso di asservimento che la madre prova nei suoi confronti, assume i caratteri di una vera e propria ribellione. È interessante notare come più il ragazzino si spinge verso il limite, più l’uomo diventa protettivo nei suoi confronti.
La storia di Andor e della sua lotta contro l’accettazione della paternità diventa lo specchio di un paese che non accetta il futuro imposto: così come il protagonista si oppone a una figura invasiva, l’Ungheria cerca di ribellarsi alla brutalità e all’intransigenza del regime comunista, entrambi lottando contro l’accettazione di forze troppo grandi per essere respinte.