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Joachim Trier e la sua trilogia di Oslo

Joachim Trier e la trilogia di Oslo

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Rimaniamo quello che siamo per sempre, o veniamo modellati da ciò che ci accade?

Joachim Trier, classe 1974, è l’uomo giusto per rispondere a questo spinoso quesito. Di origine danese (precisamente di Copenaghen) e amante del cinema di Resnais e Truffaut, nel corso della sua ormai già ventennale esperienza registica ha saputo rendere riconoscibile il suo modo di raccontare le storie, oscillando tra una dimensione personale e una più universale in maniera magistrale.

Questa caratteristica lo ha reso uno dei prospetti più interessanti nel panorama europeo fin dalla sua prima opera, Reprise (2006), grazie a cui si è distinto per la messinscena di temi profondi come la solitudine e l’affermazione della propria identità, spesso legati ai contesti familiari dei personaggi.

Lo stile

Nell’arco della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti e candidature, non ultime quelle agli Oscar 2026 per Sentimental Value, in gara per ben nove statuette, fra cui miglior regista e miglior sceneggiatura originale.

Al centro delle sue opere è insita la fondamentale questione dello sviluppo interiore rispetto ai traumi emotivi. Essi sono raccontati concentrandosi sulle incidenze del contesto familiare e relazionale dei protagonisti sul proprio vissuto. Trier cerca una risposta osservando da vicino le influenze esterne e interne, costringendo lo spettatore a giudicare se stesso e non solo i protagonisti dei suoi film.

Dal punto di vista registico, il suo stile è ben riconoscibile. Trier utilizza spesso inquadrature ravvicinate per mettere in risalto le emozioni degli attori, riducendo la profondità di campo per accentuarne il claustrofobico distacco da ciò che li circonda. Sono molteplici le carrellate e le panoramiche che lentamente accompagnano i protagonisti e allo stesso tempo facilitano l’immedesimazione dello spettatore nella storia. Tutte queste peculiarità sono riscontrabili nella cosiddetta Trilogia di Oslo, città che ha fatto da sfondo ai lungometraggi che hanno contribuito alla sua affermazione sul piano internazionale. Questa comprende Reprise (2006), Oslo, 31st August (2011) e La persona peggiore del mondo (2021).

Reprise e la solitudine in mezzo alla gente

Reprise è il primo lungometraggio di Joachim Trier, che partendo da questo film fantasioso difficilmente incasellabile in etichette di genere, a 32 anni si iscrive alla lista dei cineasti emergenti da tenere d’occhio.

Già nella prima scena incontriamo Anders Danielsen Lie nei panni di Philip, attore feticcio del regista che lo accompagnerà in tutti i film della trilogia.

La trama sembra semplice: Philip ed Erik (Espen Klouman Høiner), due amici con la passione per la scrittura, inviano un loro elaborato nella speranza di essere pubblicati. Il primo suscita fin da subito l’interesse di una casa editrice, ma il successo non ha su di lui gli effetti sperati.

L’importanza del cinema nel cinema

In una costruzione temporale del tutto atipica, la pellicola si concentra sulle emozioni dei protagonisti e di chi li circonda (tanto è vero che l’attrice che interpreta la madre di Philip è davvero la madre di Anders Danielsen Lie), ponendole in risalto sopra ogni cosa. E’ un film fatto di grandi silenzi, dialoghi volontariamente surreali che sottolineano la solitudine e l’incomunicabilità dei personaggi tra di loro. Termine non usato a sproposito, poiché proprio Trier ha elencato tra i suoi film preferiti proprio La notte di Michelangelo Antonioni, la cui visione del mondo è rivisitata in versione punk nella pellicola norvegese. Il contesto è dissacrante, rumoroso e stona con la psiche dei protagonisti, entrambi riflessivi e abbastanza taciturni.

Il modo in cui i due amici affrontano i problemi e gestiscono quella che dovrebbe essere la loro ascesa verso il successo è agli antipodi. Philip perde la testa e si fa ricoverare in un ospedale psichiatrico a causa di una ragazza, motivo per cui smetterà anche di scrivere, mentre Erik è il ritratto del cinismo. Caratteristica riscontrabile sia nel rapporto con la sua partner, sia nella difficoltà evidente di mostrarsi emotivamente coinvolto in tutto quello che gli succede. Più il film va avanti e più ci si accorge che con l’aumento della loro fama e delle persone che li attorniano, i ragazzi sono sempre più soli.

L’interessante lavoro dell’opera prima di Trier è il risultato di una storia che al posto che aggiungere col passare del tempo toglie; alla fine sappiamo molto meno dei personaggi rispetto all’inizio, perché nei centocinque minuti di film li vediamo contraddirsi senza spiegarsi, in una messinscena che a sua volta mistifica la realtà, inducendo lo spettatore alla più totale confusione, e proprio per questo immergendolo nell’universo di Philip ed Erik.

L’accettazione del contrario in Oslo, 31st August

Oslo, 31st August, invece, segue il percorso opposto: è la difficoltà di reintegrazione in una società che non perdona chi sbaglia. 

Presentato al festival di Cannes e liberamente ispirato al romanzo Fuoco Fatuo di Pierre Drieu La Rochelle, la storia è quella di Anders, un ragazzo di 35 anni che vive in una clinica di riabilitazione per risolvere la sua tossicodipendenza. E’ un uomo taciturno, che sembra non parli per non dire la cosa sbagliata.

Il nostro protagonista vive in maniera così pedante il suo isolamento che anche lui stesso fa fatica ad assolversi, motivo per cui durante la sua seconda uscita concessa per un colloquio di lavoro (la prima era coincisa con un tentativo di suicidio), è lui stesso ad interromperlo dopo aver svelato il suo passato.

A differenza del primo Reprise i protagonisti si dimezzano, in un viaggio in cui Trier mette lo spettatore di fronte alla difficoltà di espiazione dei peccati, non solo del protagonista ma anche dei propri; in questo film i personaggi principali non sono più di uno solo all’apparenza, la pellicola è un confronto forzato, quasi obbligato dello spettatore nei confronti di Anders, interpretato magistralmente dallo stesso Anders Danielsen Lie (nel film figura in una parte da sole due battute anche Renate Reinsve, protagonista acclamata dieci anni dopo in La persona peggiore del mondo).

Chiudere un finale aperto

Un difficoltà di redenzione che si appaia con quella di tutti i personaggi della storia, dal vecchio amico Thomas (Hans Olav Brenner), alla particolare Mirjam (Kjærsti Skjeldal). Per tutto il film Anders sembra andare alla ricerca di una metà che lo completi, non solo dal punto di vista sentimentale, ma soprattutto da quello umano, provando a ritagliarsi uno spazio in cui non si giudichi e non si senta giudicato. A questo proposito, ritroviamo la stessa scelta di casting adottata nel precedente film, poiché l’attrice che interpreta Iselin (Iselin Steiro) è la moglie di Danielsen Lie, oltre che la fiamma mai spentasi del protagonista. Altrettanto interessante è notare come molti personaggi abbiano lo stesso nome degli attori che li interpretano, scelta che strizza l’occhio alla volontà di Trier di trasporre opere vere e con cui possano empatizzare anche gli attori stessi.

Il triste girovagare del Nostro va concludendosi come preventivabile, senza nemmeno bisogno di vederne esplicitamente la fine, in uno dei finali aperti più chiusi che si possano immaginare.

Uno scontro con una realtà che in fondo nessuno pensa di meritarsi, ma che qualcuno è costretto ad accettare fin troppo in silenzio.

La persona peggiore del mondo e crescere affrontando la realtà

Il film segue la storia di Julie (Renate Reinsve), che come gli altri protagonisti della trilogia ha una trentina d’anni, elemento anagrafico da non sottovalutare nelle intenzioni di Trier. Fin da subito risalta la quotidianità della ragazza, senza nascondere un senso d’ansia che caratterizza la quasi totalità delle sue azioni, e la paura di rimanere indietro rispetto al mondo e ai suoi coetanei.

La sua vita sentimentale prende uno scossone all’incontro con Aksel (Anders Danielsen Lie), un fumettista affermato professionalmente con cui inizia una relazione amorosa, salvo poi non sentirsi sufficientemente appagata, al punto di lasciarlo perché si sente ignorata e stufa della sua presunzione. Tutto questo coincide con l’incontro con Eivind (Herbert Nordrum), con cui coltiva un rapporto che ha tutte le carte in regola per essere duraturo, almeno fin quando, dopo essere rimasta incinta, Julie ricade nelle perplessità fino a perdere i suoi equilibri.

La persona peggiore del mondo la dura lotta tra idealismo e realtà

Un viaggio nell’introspezione

Più che una storia lineare, è un ritratto emotivo di una generazione che fatica a definire se stessa, schiacciata tra il bisogno di realizzazione personale e la paura di prendere scelte definitive, e in cui il regista riprende i temi lasciati in sospeso dieci anni prima, se possibile scomponendoli e sviscerandoli ancora più in profondità. La protagonista del film viene analizzata in ogni singolo aspetto della sua vita, dalle relazioni che si consumano a quelle frenate poco prima, dalla sua ricerca spasmodica di un’occupazione che le desti interesse al suo rapporto col padre e le sue origini. Una vera e propria Odissea emotiva che, a differenza del poema omerico, alla fine del suo percorso sembra aver tracciato una linea circolare, con la protagonista che continua a vedersi passare davanti dei treni per cambiare tutto, ma da cui scende sempre dopo una fermata.

L’interpretazione di Renate Reinsve è stata premiata a Cannes, e ha contribuito al successo del film e alla sempre più continua affermazione del regista danese soprattutto nel resto del mondo, a cui riservare un’attenzione in più per l’ultimo Sentimental Value e la sua prossima apparizione, il 16 marzo, tra i candidati all’Oscar come miglior film, dopo aver fatto razzia agli European Film Awards.

La tenerezza è il nuovo punk

Joachim Trier riassume così la visione del suo cinema, appaiandolo ad una narrativa singolare e innovativa, in cui quella che viene considerata debolezza è il punto di forza dei suoi personaggi, pronti a dare tutto pur di uscire dalla loro condizione di mediocrità o, peggio, di prigionia. Questo aspetto viene fuori rumorosamente nell’appena analizzata trilogia di Oslo (o dei sentimenti), sicuramente il trittico che lo ha lanciato e ormai consolidato nell’olimpo dei grandi registi del panorama cinematografico europeo e mondiale.