Il corpo femminile è ancora un campo di battaglia. La sua rappresentazione, tanto nei media quanto nell’arte, dimostra quanto il male gaze sia ancora un punto di vista persistente e, per troppo tempo, indiscusso. Ma cosa succede quando, davanti a uno specchio, una donna si rende conto di non riconoscersi più nella sua stessa immagine, proprio perché definita dallo sguardo altrui? Con Marta Capossela, regista del cortometraggio Misure, la redazione di Taxidrivers ha discusso di questo e molto altro.
Un’introduzione a Misure
Misure è un cortometraggio estremamente interessante ed efficace, capace di guardare alla violenza di genere e al corpo femminile in modo non banale. Ci introduci la tua opera?
Misure è il primo cortometraggio di una trilogia sul corpo femminile a cui sto lavorando. Nonostante sia un’opera di carattere finzionale, ha radici che affondano nella realtà dei fatti perché si ispira liberamente a eventi realmente accaduti. Tutto nasce un paio di anni fa, quando ero venuta a conoscenza della vicenda di una ragazza che mi ha raccontato che il suo ragazzo la pesava. Questa storia mi era rimasta addosso, quindi ho cercato altre testimonianze per capire quante situazioni di controllo così estremo sul corpo potessero effettivamente avere un riscontro nella vita quotidiana o, comunque, nella realtà di una coppia – di un uomo e una donna in questo caso specifico. Ho quindi trovato altre esperienze e, a partire da questa storia, ho iniziato a riflettere su me stessa, sulla relazione che ho con il mio corpo e su determinati standard di apparenza immersi nella nostra società.
In passato mi sono sempre occupata di letteratura russa e, dalla magistrale in poi che ho fatto a San Pietroburgo, mi sono dedicata anche al cinema da un punto di vista teorico. Ho avuto, però, un periodo di tre anni nel quale ho lavorato a Milano in un’agenzia di modelle come scout – da qui il metro presente nel corto, che era proprio il mio strumento di lavoro. Dopo una serie di vicissitudini ho lasciato quell’impiego ma, nonostante questo, ha dato inizio a una riflessione molto lunga. Quel lavoro mi ha infatti messa in una situazione paradossale in cui io ero, in quanto donna, sia oggetto di critica che la persona che, anche inconsapevolmente, si ritrovava nella posizione di rafforzare gli standard di bellezza.
Tutte queste riflessioni mi hanno portato a realizzare la trilogia. Misure è il primo capitolo, un cortometraggio; c’è poi Through the Clouded Glass, un altro cortometraggio di cui lo sviluppo è appena terminato e al momento sono alla ricerca di produzione per realizzarlo; il terzo capitolo, invece, si chiama Fame e sarà un lungometraggio. Sono due cortometraggi e un lungometraggio fortemente ispirati alle mie riflessioni e agli eventi del mio lavoro di scout, ecco perché è come se costituissero la chiusura di un cerchio. Ogni capitolo è autoconclusivo da un punto di vista narrativo ma la connessione è sia tematica che stilistica, infatti, ci sono diversi elementi di Misure anche negli altri lavori, per quanto differenti.
Quando la violenza di genere incontra le imposizioni sociali
Il tema del corpo femminile e del suo controllo da parte di un uomo è stato declinato al cinema in generi diversi, pensiamo a un musical gioioso come My Fair Lady o al più drammatico Martha di Rainer Werner Fassbinder. Sick of Myself e The Substance, invece, sono due film più recenti diretti da registe e che introducono un ulteriore elemento, quello dell’aderenza a certi standard di bellezza figli della società, irraggiungibili ma, allo stesso tempo, interiorizzati. Questa coesistenza tra violenza di genere e modelli di bellezza imposti è entrata, in qualche modo, tra le quattro mura della casa abitata dai protagonisti di Misure?
Sicuramente si. Andando ad approfondire il setting di Misure – una relazione tra un uomo e una donna all’interno delle quattro mura del loro appartamento, che diventa una situazione claustrofobica specchio dello stato emozionale della protagonista – c’è il tentativo di partire da due individualità che potessero essere, in qualche modo, archetipiche. Si tratta del femminile e del maschile, infatti, anche in sceneggiatura si chiamano Lei e Lui: si parte dall’universale che racchiude in sé un individuale nel quale potersi riconoscere con facilità. Grazie alle tematiche trattate si dà una possibilità di riconoscimento e identificazione al pubblico che percepisce, però, una sorta di ambiguità nel corso di tutta la narrazione.
Soprattutto nel finale, il mio obiettivo era anche di dare il sentore di un’imposizione esterna: penso che tutti siamo prodotti della società in cui viviamo, c’è un tentativo più o meno grande di autoconsapevolezza e di liberazione da determinati canoni dei quali rimangono comunque delle tracce ed è anche ciò che volevo dire nel finale. Sia essa una spinta estrema dentro la coppia o esterna – anche perché la coppia è un prodotto della nostra società – noi combattiamo con questa pressione e cerchiamo, per quanto possibile, di emanciparci, ma una traccia rimane sempre. L’imposizione sociale diventa davvero qualcosa di atavico, che appartiene a un passato lontanissimo e da lì, poi, prende le mosse la costruzione di questi personaggi.
Nel corto c’è la rappresentazione di una situazione che in qualche modo esiste – magari non in questa misura estrema visto che l’intento era di creare disagio per destabilizzare lo spettatore – ma prima di arrivare a situazioni simili ci sono tanti passaggi. Anche solo un commento può condurre a un controllo che nella quotidianità si traduce in una grandissima limitazione. Diventa così totalizzante da non permettere neanche un riconoscimento: la trilogia è un’indagine su come il corpo può diventare un oggetto sottoposto all’attenzione altrui, perché interiorizzando il giudizio esterno si ha difficoltà a riconoscere il proprio corpo, da qui la scena dello specchio in Misure…
È una bellissima scena, ma la costruzione estetica di ogni inquadratura del corto è molto pregnante. Per raggiungere questo grado di efficacia immagino sia stata fondamentale la scelta dei due protagonisti: cosa ti ha fatto capire che erano loro le persone e gli artisti giusti per interpretare Lei e Lui?
Per una questione cromatica volevo tantissimo un’attrice con i capelli rossi e un attore con colori e fisicità completamente diversi. Quando sono entrata in contatto con Lucia Lavia e abbiamo parlato del progetto mi è parsa subito la persona giusta perché rispecchiava la protagonista per come l’avevo immaginata, ma ci siamo anche trovate sulla stessa lunghezza d’onda sin da subito. È stato molto arricchente lavorare insieme a lei.
Tramite Lucia ho conosciuto Andrea Volpetti, il protagonista, e il fatto che avessero già una loro sintonia è stato utile dato che quasi tutto il corto è un gioco di equilibri sottili e di non detti, di piccoli gesti ed espressioni, ecco perché bisognava mantenere questo tipo di prossemica grazie ad attori la cui presenza scenica fosse già in linea con l’immagine che avevo.
Dall’esperienza allo schermo
Hai detto misure farà parte di una trilogia. Avevi già in mente di proseguire su questa linea prima di realizzare Misure oppure l’idea è arrivata dopo?
Non sapevo di voler fare gli altri due capitoli quando ho scritto la prima stesura di Misure ma finalizzando lo sviluppo ho pensato a degli eventi che mi erano capitati. Through the Clouded Glass è liberamente ispirato a un evento autobiografico perché è ambientato in Est Europa, nello specifico c’è la rappresentazione di un non-luogo molto caratteristico che è la banja russa. Si tratta di un luogo di sole donne, infatti, il corto è uno studio sulla nudità e su come questa possa essere priva di pregiudizi e legami con la sfera sessuale o con gli standard di bellezza. Un corpo può semplicemente esistere in quanto tale all’interno di uno spazio. Questa consapevolezza viene da un’esperienza che ho fatto qualche anno fa a Tallinn: ho trovato estremamente liberatorio poter condividere uno spazio con altre donne in cui il focus era il corpo ma non c’era nessun tipo di giudizio su di esso. Si tratta di una condizione non comune, a livello culturale, in Italia.
Da questo ricordo ho costruito la sceneggiatura su cui sto lavorando ora. Tengo molto al fatto che questi lavori siano radicati nella realtà perché mi sembra che, a volte, si parli di alcune tematiche legate al femminile – soprattutto il corpo e la violenza di genere – con una narrativa retorica. Il terzo titolo della trilogia è venuto da sé ma, in realtà, era un progetto che avevo delineato anni fa come romanzo, mentre adesso sto scrivendo in parallelo la sceneggiatura del lungometraggio che si chiama Fame. Il titolo è un gioco di parole che racchiude i due punti focali della narrazione: la questione dell’emancipazione, la necessità di crescere in un ambiente ostile ma anche, appunto, la fame dettata da un sistema già presente in Misure. Quest’ultimo costituisce uno studio principale per andare a indagare più a fondo tematiche che mi sono molto vicine, ma è anche un’esplorazione sia da un punto di vista stilistico e cromatico che di inquadrature. In tutti e tre questi lavori ci saranno sempre inquadrature claustrofobiche con cornici, porte, stipiti, chiusure che rimandano all’atto di spiare visto che per me è importante avere lo spettatore inchiodato davanti a delle situazioni molto scomode che spesso non affrontiamo. In questo modo, invece, si cerca di fargli assumere una responsabilità condivisa.
Sembra quasi un voyeurismo al contrario: al cinema si guarda spesso “di nascosto” al corpo femminile attraverso una lente sessualizzante, mentre in questo caso si mette lo spettatore davanti a una condizione forte e drammatica. Ma il processo di scrittura e di evoluzione del progetto ha avuto luogo anche all’interno di festival di cortometraggio e laboratori per soggetti e sceneggiature, ecco perché volevo chiederti, nella tua esperienza, quanto è stato importante il percorso festivaliero sia a livello distributivo che di sviluppo…
È stato molto importante. Ad esempio, Misure è stato selezionato a Sentiero Film Lab 2023 e quest’anno era in concorso nella sezione italiana di ShorTS International Film Festival. Through the Clouded Glass, invece, è stato selezionato a ShorTS Development & Pitching Training, esperienza per la quale devo menzionare e ringraziare il curatore Massimiliano Nardulli. Sono stati momenti importanti perché penso che il processo creativo in sé debba avere uno spazio al di fuori della quotidianità dove poter dedicare al cento percento il proprio tempo. Si crea un luogo per la riflessione che non è scontato avere nella quotidianità dove tutto è sempre concitato. Questo processo di continuo ritornare su temi cari, anche solo parlandone con le persone, consente di mettere in fila i pensieri e aiuta anche tanto nella scrittura. Io, poi, segno anche idee che mi vengono in mente mentre sto facendo tutt’altro, quindi poi lo recupero per una scena: c’è questo lavoro in parallelo tra le idee che arrivano nella quotidianità e poi, chiaramente, i momenti dedicati.
E a livello distributivo? Immagino sia importante avere, dopo il momento di fruizione dell’opera da parte del pubblico, anche un contatto più diretto con chi ha appena visto il corto…
Questo secondo me è fondamentale. Al momento siamo io e Federico Salvetti – che è stato anche montatore e direttore di produzione del corto – a distribuire Misure. Abbiamo deciso di continuare in modo per questo lavoro perché ci sembrava giusto chiudere così Misure visto che è nato da uno sforzo totalmente indipendente, ma ci ha dato la possibilità di essere molto presenti tanto ai festival quanto alle varie presentazioni speciali con il pubblico. Sono state molto arricchenti perché un confronto è sempre necessario, è giusto realizzare qualcosa che ci rispecchi ma lo facciamo comunque per comunicare qualcosa ed è bene che il messaggio arrivi. La nostra linea distributiva viaggia quindi su due binari: da un lato la parte festivaliera, che sta andando molto bene, dall’altro l’interazione che ha luogo tramite proiezioni speciali con un pubblico anche di non addetti ai lavori. C’è stata, ad esempio, una proiezione al Museo archeologico di Velia in occasione della Giornata internazionale della donna e lì è stato molto interessante avere un feedback che si direzionava sul contenuto, su quella che era stata l’emozione, e abbiamo ricevuto l’impressione di tante persone che hanno condiviso la loro esperienza personale. Sono molto contenta perché il film genera discussioni, c’è tanto dibattito e l’ho notato sia nei festival, quindi con più addetti ai lavori, sia nelle scuole, dove ho iniziato a organizzare delle proiezioni. Dà grandissima soddisfazione vedere che qualcosa che una persona ha realizzato è riuscito ad arrivare così in profondità in persone di età diverse o sesso differente che notano qualcosa e vi si riconoscono.
Guardare al femminile con nuovi occhi
A proposito della distribuzione nelle scuole, si fa sempre più urgente, oggi, una necessità, quella dell’educazione allo sguardo verso i prodotti dei media. Nello specifico, al cinema spesso non siamo in grado di scindere tra la visione di un corpo sessualizzato e quella di un corpo che, invece, viene raccontato secondo un certo punto di vista con lo scopo di denunciare ingiustizie e disparità sistemiche. Ciò accade proprio in Misure, ma in tanti altri film questo intento dichiarato non trova una traduzione visiva e artistica adeguata. Per avvicinarsi a un nuovo modo di rappresentare e guardare i corpi, hai dei consigli di visione per i nostri lettori? Oltre Misure e i tuoi prossimi lavori che, sono sicura, possiamo già annoverare in questo filone…
Era proprio il mio obiettivo quello di scindere, finalmente, il corpo femminile dalla sessualità. Non che sia necessariamente un male, però può essere anche indipendente da questo concetto. In generale, io consiglierei di entrare nel mondo della regia femminile per avere un’altra visione del corpo e del posizionamento della donna nelle relazionali, nella società e, in generale, nella vita. Invito quindi a soffermarsi un po’ di più sulle donne registe anche perché, fortunatamente, negli ultimi anni c’è una loro maggiore presenza. Prima abbiamo citato The Substance ma, indipendentemente dalla tipologia di film che può piacere o meno, esistono tanti esempi diversi per iniziare a indagare delle situazioni che rispecchino un po’ di più il punto di vista dalle donne. È molto importante perché siamo abituati a un tipo di narrazione prettamente maschile e sicuramente il discrimine è molto forte. È bene, invece, ascoltare chi effettivamente ha provato determinate sensazioni e, così, avere anche un altro tipo di punto di vista. La combo che caratterizza i film scritti e diretti dalle donne è perfetta, ma ciò non vuol dire che non ci possano essere altri tipi di narrazioni: semplicemente, oggi che registe e sceneggiatrici stanno iniziando a essere più presenti, è bene andare a vedere come queste tipologie di rappresentazione femminile vengono narrate da chi effettivamente ha vissuto determinate situazioni, un punto di vista sicuramente più veritiero e aderente alla realtà della solita narrazione.