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Settimana internazionale della Critica

‘Gorgonà’ o l’ultimo sguardo di Medusa

Mito classico e tribalismo urbano si incontrano alla 40ª Settimana Internazionale della Critica in un racconto di potere, successione e sguardi che immobilizzano.

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Tra le opere più attese alla Settimana Internazionale della Critica 2025, c’è Gorgonà, già premiato nel 2021 al Cinemart e all’Atelier della Cinéfondation. Esordio nel lungometraggio della regista Evi Kalogiropoulou, la pellicola di produzione franco-greca emerge come un titolo capace di sfidare ideologicamente gli spettatori.

Presentato in un’edizione che festeggia quarant’anni di impegno nel promuovere nuove voci autoriali, Gorgonà sembra voler inserirsi nel dibattito contemporaneo con un discorso critico forte: un’opera che mescola riflessione sociale, tensioni di potere e mitologia moderna, scegliendo l’arena di Venezia per affrontare tematiche attuali con un linguaggio tanto viscerale quanto simbolico.

Gorgonà

Ambientato in una piccola polis greca segnata dalla presenza opprimente di un’enorme e dominante raffineria di petrolio, il film intreccia storie di potere, conflitto e desiderio. Il capo, Nikos (Christos Loulis), è malato e deve decidere chi sarà il suo successore. Contro ogni aspettativa il leader include tra i candidati anche la sua protetta Maria (Melissanthi Mahut): una donna chiusa, maschia, riservata e inavvicinabile, spesso in sella a una moto che che guida come estensione del suo corpo. Il resto del branco non accetta che alla guida possa concorrere una donna, rigettando la possibilità di considerarla sua pari. L’equilibrio si incrina con l’arrivo di Eleni (Aurora Marion), cantante del bar locale che porta con sé un’aria di stravolgimento e seduzione, accendendo rivalità e gelosie, desideri repressi e dolorose verità all’interno dell’inquinata città-stato dove nulla di genuino cresce.

Ruoli di comando e divise di potere

La comunità, volutamente marcata nello stile decadente, si divide tra soldati in tute camouflage, anfibi e canotte per gli uomini – e per Maria – , e lustrini, top e minigonne per Eleni e le donne della città, in un contrasto che sfiora il grottesco e dichiara il proprio codice estetico fin dalla prima inquadratura.

La rappresentazione maschile – dal vecchio leader ai comprimari che si battono per sostituirlo – rimane marginale e spesso priva di complessità: uomini che si muovono come ingranaggi di un sistema in realtà capeggiato da dinamiche di potere e di sessualità femminile, fondamentalmente ingenui o facilmente assoggettabili.

La prospettiva femminile

Kalogiropoulou affronta il debutto nel lungometraggio con una regia matura e consapevole, più attenta a scolpire contrasti che a scavare nella psicologia dei personaggi, evidenziando le fragilità collettive, tra ruoli, stereotipi e destini fatalisti. Tuttavia, sebbene Gorgonà rifletta l’analisi di un ordine sociale, sono Maria ed Eleni a stravolgerlo fino alla deriva. In questa scelta programmatica si avverte però un punto di fragilità: l’adozione di una prospettiva esclusivamente femminile che, pur sostenuta da una nobile intenzione, rischia di restringere il campo dell’empatia e del confronto.

Melissanthi Mahut offre una performance ipnotica – e pietrificante – con l’abilità di costruire un personaggio inaccessibile e per questo capace di incuriosire lo spettatore nella sua più prudente rivelazione intima. Aurora Marion, come un deus ex machina necessario a sconquassare la proporzione al fine di una risoluzione, porta leggerezza, rottura, fragilità ma anche coraggio. Al loro fianco, Christos Loulis, Kostas Nikouli e Stavros Svigkos interpretano figure maschili oscillanti tra aggressività e sottomissione, ma sempre subordinate all’asse femminile della narrazione, contribuendo involontariamente a una visione che rischia di cristallizzarsi in un antagonismo ormai logoro e superato.

La legge di Gorgonà

La città-stato di Gorgonà è una polis industriale e tribale insieme: una comunità gerarchizzata e soggiogata, cementata da liturgie collettive che inquadrano il caos in una forma di apparente controllo. Maschere rituali, iniezioni come segni di appartenenza, sorsi di alcol obbligati, pistole che puntano al cielo o alle sagome da bersaglio, troni come lettighe infiorate, sono tutte le simbologie che Kalogiropoulou evoca per rappresentare la condivisione di uno statuto comunque ben intessuto nella sua tossicità.

Qui la protagonista è una Gorgona contemporanea, l’elemento mitico che richiama le radici di una tragedia greca: come Medusa, Maria possiede uno sguardo che pietrifica, immobilizza e domina. Accanto a lei, due sorelle complici – chiamiamole Steno ed Euriale – formano un nucleo protettivo che però sembra essere quasi accessorio.
Eleni entra in questo microcosmo come elemento dissonante, quasi proveniente da un’altra galassia. Una minaccia? Forse la promessa di un cambiamento.

Tra desideri e speranze emergono verità che conducono a uno scontro frontale polarizzato tra donne e uomini, come un gesto archetipico ormai ancorato a schemi superati, più chiuso nella contrapposizione che aperto allo scambio.

La sfida della polis

Alla fine, il dubbio rimane sospeso come un’eco del film stesso: nel dibattito femminista contemporaneo, la vera sfida è conquistare lo spazio o condividere il punto di vista? Gorgonà sceglie nettamente la prima via, erigendo un dominio femminile compatto e impenetrabile, in cui l’uomo è ridotto a presenza liminale, talvolta quasi caricaturale. È una posizione che afferma con forza l’autonomia del potere femminile, ma che rischia di chiudere le porte a una comprensione più estesa e a un dialogo autentico tra generi. In questo senso, l’opera di Kalogiropoulou si muove su un crinale: potente nel suo valore politico e accattivante nel suo rito visivo, intrappolata però nello stesso dualismo che vorrebbe superare.

Gorgonà

  • Anno: 2025
  • Durata: 95'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Grecia/Francia
  • Regia: Evi Kalogiropoulou