Ci vuole tatto.
Serve tecnica.
Pulizia, equilibrio, immedesimazione.
Il cinema è essenzialmente finzione, una rappresentazione soggettiva attraverso le immagini. Trasportare all’interno di questa condizione un delicato caso reale significa curare ogni dettaglio, cullare la realtà e restituirla con il punto di vista di chi le immagini le costruisce.
Christina Tournatzès fa la sua apparizione al Riviera International Film Festival portando in scena Karla, un fatto di cronaca realmente accaduto. Il primo lungometraggio della regista tedesca è denso di umanità, affrontata con leggera vicinanza e distacco giuridico, una contrapposizione di narrazioni che trova linearità e armonia.
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Karla, decidere da che parte stare
Monaco, 1962. A 12 anni, Karla compie un gesto impensabile per il suo tempo: si presenta in tribunale per denunciare il padre, l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla. In un sistema che non è pronto ad ascoltarla, insiste nel raccontare la propria storia a modo suo, scegliendo cosa dire e cosa lasciare indicibile. Ispirato a un caso reale, il film segue la forza ostinata di una bambina che rivendica il diritto di essere creduta e costringe gli adulti a decidere da che parte stare.
“Il tribunale giudica se qualcuno infrange la legge. Ma per farlo, ci serve la verità”
dice il giudice Richter Lamy a Karla.
Christina Tournatzès costruisce una struttura funzionale da “grande film”. I tempi, il ritmo, la fotografia, trovano continue assonanze bilanciandosi costantemente tra di loro. La storia ha inizio con la fuga di Karla verso una centrale, dove chiede di voler incontrare e parlare con un giudice per denunciare quello che ha subito. È qui che entra in gioco la figura di Richter Lamy, interpretato da un ottimo
Rainer Bock. Il giudice Lamy incarna l’adulto disposto a credere e ad aiutare la piccola Karla, assume un ruolo decisivo nello sviluppo delle vicende: ascoltando la testimonianza decide di dedicarsi totalmente al caso, che diventa simbolo di un atto di forza, coraggio e ribellione, verso un sistema che troppo spesso non prende posizione, voltandosi di spalle.

Il rapporto con la famiglia
Il montaggio alterna un gioco di inquadrature fisse, fredde, geometriche a inquadrature mosse, movimentate, sature di colore. Lo fa per alternare le fasce temporali, passando dal raccontare il presente e il passato. Una scelta artistica interessante ma soprattutto utile, a capire l’emozioni e le sensazioni dei vari momenti. Durante tutta la prima parte del film e per gran parte della seconda parte non ci viene mai mostrato con chiarezza il volto del padre. E ogni volta che la regista decide di inserirlo nella narrazione le immagini diventano sfumate, veloci, imprevedibili. L’ecletticità di queste scene restituisce delle istantanee di paura, terrore, di un immobile frenesia.
Le uniche volte in cui il padre e Karla vengono inquadrati nella stessa scena e le immagini rimangono sui toni freddi e geometrici avviene nelle battute finali della storia, quando si giunge al processo finale. Da un ambiente dove il genitore era guardiano della figlia, passiamo a un ambiente dove il genitore è costretto a sottostare alla giustizia. E questo non avviene con impassibilità, al contrario, cerca in ogni di modo di fare scudo trovando scappatoie e vie di uscita.
Anche la figura della madre seppur con pochi minuti a schermo assume importanza, come una cassa di risonanza attraverso cui i temi vengono amplificati. La madre è il silenzio, la paura di parlare. È sostanzialmente usata dal marito e combatte tra due fili molto sottili: far crollare l’appoggio su cui reggono le menzogne del ‘capo famiglia’ o continuare a tenere in piedi uno specchio che riflette soltanto finte apparenze.

I fiori
C’è spazio anche per il simbolismo. La natura fa capolino apparendo nei momenti di maggior tensione. Lago, arbusti, alberi, erba e fiori. Elementi di connessione ed evasione dalla realtà. La natura che per contrapposizione stessa dell’esistenza è viva quando rimane ancorata al terreno e inanimata quando viene liberata dalla sua immobilità. È la metafora di una testimonianza che fatica a diventare concreta, e di una vita dove la ricerca della libertà coincide con la sofferenza.
Le interpretazioni
Rainer Bock – il giudice Lamy -, condivide lo schermo con Elise Krieps – la protagonista Karla -. Sono due prove molto simili sebbene distanti nella scrittura dei personaggi. Lavorare di sottrazione, giocando nei movimenti, negli sguardi e nei gesti. Rock dall’alto della sua esperienza ha una magnetica presenza e non per caso è l’anello di congiunzione tra il terrore di parlare e il coraggio di fare giustizia. Elise Krieps dà spunti di pura dolcezza, alternando momenti di stabilità ad attimi di agitazione e panico, pur non scadendo e finendo mai nel banale e sopra le righe.
Karla prende per la mano la verità, dimostrando che anche un singolo esempio può fare la differenza per ispirare le persone.