Uscito nel 1987, Le streghe di Eastwick è un film che spesso sembra posseduto da fascino, caos e una buona dose di civetteria satanica. Diretto da George Miller (sì, George Miller di Mad Max), il film adatta il romanzo di John Updike con pari dose di sfarzo e follia. Racconta la storia di tre donne, interpretate da Cher, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer, che, sole in una pittoresca cittadina del New England, evocano inconsapevolmente il loro uomo ideale. Quello che ottengono invece è Daryl Van Horne, un Jack Nicholson spavaldo e diabolico in piena modalità risata.
Sulla carta, è un sogno: tre delle attrici più radiose dell’epoca di fronte a uno degli attori più imprevedibili di tutti i tempi, diretti da un autore noto per la sua follia ad alto numero di ottani. E per molti versi, il sogno si avvera, anche se non senza qualche pozione rovesciata e qualche cavalcata irregolare sulla scopa.
Paralleli tra cinema e profano
C’è una curiosa alchimia all’opera qui, che riecheggia precursori letterari e cinematografici che fondono anche rabbia femminile, risveglio sessuale e soprannaturale. Lo spettro di Macbeth aleggia, con tre streghe che acquisiscono potere mentre il caos si scatena. Ci sono sfumature di Bell, Book and Candle (1958) e Ho sposato una strega (1942), precedenti racconti hollywoodiani in cui donne seducenti usano la magia letterale per scrollarsi di dosso la repressione sociale.
Ma più rilevante è il sottotesto femminista del romanzo originale di Updike – qui rivisitato, ma non del tutto perduto – che strizza l’occhio a Le mogli di Stepford e accenna persino al DNA tematico di Practical Magic e La morte ti fa bella, film che in seguito avrebbero ripreso il manto della sorellanza stregonesca con un’arguzia ancora più sovversiva.
Il cast è l’incantesimo
Qualunque cosa si pensi della regia a volte incerta di Miller – chiaramente non è del tutto a suo agio in questo tipo di commedia domestica patinata – il cast è semplicemente ammaliante. Cher interpreta Alexandra con una regale freddezza impassibile, con quell’inimitabile accento strascicato che fa sembrare persino la parola “Daryl” una minaccia. Sarandon, una violoncellista diventata vamp, si scatena con una brillantezza che ruba la scena, la sua alchimia con gli altri scintilla come la selce. Pfeiffer è spesso sottovalutata qui, ma si difende con una presenza eterea e un tempismo comico superbo.
Insieme, queste tre attrici formano un triumvirato di caotica delizia. Sono divertenti, sexy, un po’ cattive e spesso di una sincerità straziante. Le scene in cui giacciono a piedi nudi sul pavimento, mangiando frutta e criticando gli uomini, sembrano i primi prototipi del moderno ensemble femminile: glamour in parti uguali e grottesca onestà.
Quanto a Jack Nicholson, beh. Pregare per un uomo e vedersi mandare Nicholson è una barzelletta cosmica con i denti. All’epoca, Hollywood non mancava di rubacuori: pensate a Kurt Russell, Jeff Bridges, persino a un giovane Kevin Kline. Ma pochi attori eguagliavano il caotico magnetismo di Nicholson. Non è bello nel senso convenzionale del termine, ma arde sullo schermo con una spavalderia così caricaturale che si capisce, se non si approva, la sua convocazione. C’è follia anche solo nelle sue sopracciglia.
Una scopa che sterza
Se c’è un difetto importante in Le streghe di Eastwick, è che il film non sa bene quale tono adottare. La regia di Miller, piena di zoom vertiginosi, strane deviazioni tonali ed effetti speciali eccessivi, spesso sembra inadeguata al materiale. È horror? Commedia? Camp? Satira sociale? La sceneggiatura, adattata da Michael Cristofer, sembra dire “tutto quanto sopra”, spesso con un effetto vertiginoso. C’è un ricco nucleo emotivo sepolto sotto lo sfarzo e la melma, ma Miller lo trova solo a intermittenza.
Eppure, anche quando la scopa traballa, il viaggio vale la pena. Il film ha momenti di autentica ilarità (quella scena del nocciolo di ciliegia!), momenti di silenziosa potenza femminile e scene che riescono comunque a sorprendere. Soprattutto, ci ha regalato tre donne iconiche che condividono lo schermo in un modo che è disordinato, magico e sfacciatamente divertente.
Incantesimo Finale
Le Streghe di Eastwick non è un film perfetto: è un glorioso, splendido pasticcio. Ma è anche una capsula del tempo di potere stellare e un’interpretazione distorta della libertà femminile.
La regia di George Miller potrebbe virare selvaggiamente, e la sceneggiatura potrebbe essere più stregata che raffinata, ma ciò che manca in coerenza lo compensa con un carisma puro e senza filtri. Proprio come le donne al centro del film, il film prospera non nonostante i suoi difetti, ma proprio grazie a essi.
Alla fine, Eastwick lancia uno strano incantesimo: abbagliante, folle e del tutto particolare.