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Approfondimento

Un sogno chiamato Sean Baker

Il regista americano, fresco vincitore al Festival di Cannes col suo Anora, ha sempre avuto una luce particolare. Quella per il neorealismo contemporaneo. Vero, romantico, pop, ambizioso

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Sean Baker

Vincitore della palma d’oro al Festival di Cannes con Anora, Sean Baker è la dimostrazione che le piccole storie di cinema, come la sua, sono alla lunga vincenti. Anche se il tempo, come spesso accade per i veri autori, rischia di essere alla lunga un ostacolo. Perché Baker non è uno di quei registi del circuito indipendente che sembra mirare alla narrazione alternativa come trampolino di lancio mainstream alla Greta Gerwig. No, Baker è un artista silenzioso che sussurra la semplicità del cinema. Storie vive, piene di contraddizioni, sussulti esistenziali e sociali.

Un cinema reale che tra Cassavetes e Rohmer affascina per come racconta la vita degli emarginati. E la visione di Sean Baker è un ibrido comico notevole. Quando sembra imitare gli avanguardisti del Mumblecore degli esordi degli anni Duemila, vira verso un realismo delicato e intimo. E forse è un po’ questo il segreto del successo del suo cinema. Non avere dei parametri riguardo al genere comico. Un racconto del quotidiano che è nei fatti imprevedibile. Tragicomico, surreale, romantico. Un’incognita secondo lo sguardo del regista americano.

Il cinema di Sean Baker

Con Baker siamo nel cinema indipendente a tutti gli effetti. Sia come produzione, budget irrisori, e idee autoriali. Muove i suoi primi passi effettivi con Tangerine, che ottiene qualche candidatura al Gotham Independent Film Awards. Una prostituta transgender, Sin-Dee, uscita dal carcere alla ricerca del suo ragazzo-protettore al fine di verificare il pettegolezzo del presunto tradimento. Ci troviamo all’apice del cinema indi nella sua dimensione amatoriale. L’intero film infatti è stato girato con tre Iphone 5S. Tale reparto di ripresa tascabile però favorisce l’intera opera, rendendola incredibilmente dinamica e versatile.

Qui si notano già lo stile e i due mondi di Sean Baker. Far irrompere la commedia nel dramma, mischiare temi spesso intoccabili come la prostituzione e l’urban movie con il linguaggio comico irriverente ma già ben calibrato. Baker usa toni scanzonati, da pura black comedy per descrivere la condizione rispetto all’ambiente dei suoi personaggi. Oltre il gossip del presunto tradimento, Sin-Dee riflette su cosa vuol dire essere una donna transgender nell’America odierna, e presentare un personaggio del genere nel 2015 si dimostra inevitabilmente un meraviglioso azzardo.

IL TRAILER – Tangerine

Interessanti le analogie che ruotano tra messa in quadro e costruzione dello spazio scenico. Baker trova il successo nel 2017 con The Florida Project. Un film che lavora molto con l’ambiente. Il motel diventa un parco giochi della cruda realtà della Florida, in cui l’infanzia viene rinchiusa nella propria innocenza e la sopravvivenza di una madre nel tentativo di rimanere a galla come può.  Qui Sean Baker crea un mondo, un ecosistema sociale di rivalità e lotta tra fabbricati colorati, diviso tra gli occhi degli adulti e quelli dei bambini. Protetti dalla realtà e nel contempo partecipi senza volerlo del degrado della classe povera americana. Dove la prerogativa non è vivere ma finire la giornata.  Lo spazio scenico si unisce ai personaggi di Baker. Sia in Tangerine che in The Florida Project l’approccio del regista è documentaristico. Moonie e la trans Sin-Dee vengono seguite dalla macchina da presa ad altezza bambino con l’intento immersivo nel mondo di prostituzione e di degrado dei due film.

Il neorealismo pop di Sean Baker

Se l’approccio all’interpretazione nei film di Sean Baker è dettato dal realismo, l’estetica e il mondo in cui ci fa immergere è un sogno, una componente onirica molto vicina alla favola nera. Non è esagerato parlare di una forma neorealista contemporanea vicina al pop. Le strade che vengono percorse in Tangerine e in The Florida Project sono universi in bilico tra la divertente utopia di essere felici e il crudo neorealismo a tratti spietato e disincantato. Sean Baker come Jarmusch è attento a delineare la componente etica e morale della società marginale americana. E nell’ottica di autori come Wes Anderson rende tutto oltre il reale, fittizio, interpretabile nell’onirismo della forma. Vero, falso, dramma, commedia, rappresentazione e narrazione. Una fusione di varie versioni dei sentimenti umani che si proiettano nella tragedia della realtà che diventa immediatamente finzione.

IL TRAILER – The Florida Project 

L’emarginato nel cinema di Sean Baker, come del resto si è visto nel suo ultimo lavoro Anora, viaggia nei bassifondi infimi della moralità per emergere sempre. Ma non come il classico eroe/antieroe che alla fine vince o perde rispetto alla vita, ma come un’entità che sfida la sua esistenza. Baker usa la prostituzione continuamente nei suoi film. E il perché è individuabile nell’inettitudine come processo evolutivo. Sin-Dee, Halley, e in ultimo Anora, rappresentano un cinema di strada con cui l’autore americano gioca, gridandone virtù e fragilità, in un lento declino che infrange il sogno dell’American Dream anche se prova a realizzarlo. Sean Baker ricompone un’alternativa all’esistenza marginale, conoscendone la fine ma tentando di trasmettercela in una diversa sostanza. Rendendo grottesco, divertente e surreale il declino dell’emarginato tipo.

Sean Baker è un cantore dell’American Dream. Il suo è un neorealismo dolce e amaro. Un parco divertimenti senza via d’uscita in cui Baker non giudica i personaggi che rappresenta, semmai descrive i colori delle loro vite. Correndo insieme a loro e trasformando i drammi in sogni.

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