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‘An Unusual Summer’: esiste solo quello che possiamo vedere?

Affacciato dalla casa di famiglia nell’ultimo quartiere palestinese di Ramla, Kamal Aljafari dirige un esercizio sullo sguardo. In proiezione speciale ad Unarchive Found Footage Fest.

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Qualcuno ha rotto il vetro della macchina di mio padre tre volte. Per scoprire chi fosse, mio padre ha installato una camera di sorveglianza.

È questo l’incipit narrativo, l’unico, di An Unusual Summer, lavoro d’archivio del 2020 del regista palestinese Kamal Aljafari, che lo presenta in proiezione speciale insieme a una masterclass durante la seconda edizione dell’ Unarchive Found Footage Fest, festival internazionale dedicato al riuso creativo del materiale d’archivio, a Roma dal 28 maggio al 2 giugno.

 

Sul guardare e su quello che non si vede

È l’estate del 2006 a Ramla, in Israele,  quando il padre di Aljafari installa una telecamera per capire chi, nel quartiere palestinese conosciuto come “il ghetto”, continua a rompere il vetro della sua macchina.

Dall’inquadratura fissa della telecamera di sicurezza, Aljafari, dieci anni dopo, ricerca in quell’ archivio involontario il luogo della sua infanzia, le persone a lui care, i rumori e i suoni dell’incrocio che l’hanno visto crescere. In An Unusual Summer questo è l’unico stimolo narrativo a cui lo spettatore è introdotto: questo e due elementi netti.

Da un lato le immagini della telecamera di sicurezza. Un’inquadratura fissa e al contempo dinamica dettata dai mutamenti della grana dell’immagine, dall’intervento digitale del regista e dalle micro-azioni del vicinato. La stessa inquadratura viene deteriorarla, deformarla, resa emotivamente instabile. I glitch dell’immagine ci obbligano ad avvicinarci, a prestare attenzione.

Dall’altro gli intermezzi dei cartelli, retaggio di un cinema muto che non ci si aspetterebbe di trovare accanto a una telecamera a circuito chiuso. Rivolgono un “tu” aperto a chi guarda, aprendo un dialogo intimo tra autore e spettatore, in una terra che ci risulta per tutta la visione straniera. I cartelli ci guidano e spiegano un’immagine che, senza, sarebbe indecifrabile e che è al contempo ipnotica nella sua illeggibilità.

A questi due elementi, occasionalmente, la voce del figlio del regista è con noi: partecipe con lo spettatore della proiezione privata.

An Unusual Summer sembrerebbe richiedere la nostra attenzione, il nostro sguardo vigile; eppure, tutto quello che scopriamo, tutte le informazioni che riceviamo non derivano dall’immagine.

Seppur, come ci annuncia un cartello, “Nella telecamera di mio padre tutti hanno l’opportunità di esistere”, l’esistenza sembra essere da un’altra parte, in quello che non si vede. Gli allarmi del cartello ci fanno cercare qualcosa che non riusciamo a cogliere ma sappiamo che, in qualche modo, c’è.

Vediamo tutto eccetto chi rompe il vetro. Poi, quando lo scopriamo, non ha più importanza perché non è più quello il focus della nostra ricerca.  Che è ormai nello sguardo e su quello che lo sguardo della telecamera, estraneo alla vita, non può cogliere.

Chi sono io? L’estraneo che guarda o il voyeur del quartiere?

Si può avere paura di non reggere il tema e la tecnica di questo film. Ma nel gioco creato da Aljafari alla fine ci si ritrova inghiottiti, e in un attimo il film passa davanti agli occhi.

Un unusual summer è del 2020. Ma è già reperto storico dell’evoluzione del found footage. É già esempio accademico di come i confini di cosa si intenda per materiale d’archivio e il suo riutilizzo creativo si stiano dissolvendo in un universo fluido e mutevole.

L’ anno scorso in occasione dello stesso festival è stata fatta una riflessione che può tornare utile nella visione di questo film: la definizione di archivio si sta espandendo e con essa le sue possibilità creative che guardano al documentario ma recuperano anche il coraggio del cinema sperimentale.

Questa sperimentazione coraggiosa è spesso legata a un formato corto che regge meglio l’attenzione del pubblico. Un unusual summer prova a lavorare come un cortometraggio sperimentale, prendendosi però lo spazio del lungometraggio per trasmette un’idea che non è solo narrativa ma anche di rapporto inter-relazionale con chi guarda.

Aljafari crea un legame intimo e allo stesso tempo di voyerismo con l’immagine e lo spettatore.

Da un lato i cartelli desiderano parlarci in un processo di avvicinamento all’azione, statica, di osservare il parcheggio di una famiglia, e quindi un po’ di osservarne quella curiosa quotidianità che la circonda. Dall’altro ci si sente spettatori non desiderati, intrusi dell’immagine che nel non rivelare si espone troppo.

Il film nella sua modalità non è per tutti: la sua riflessione, forse, sì.

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  • Anno: 2020
  • Durata: 80'
  • Genere: documentario
  • Nazionalita: Palestina, Germania
  • Regia: Kamal Aljafari