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Le (poche) donne nei blockbuster post #MeToo: qual è il problema?

A ben vedere, nella maggior parte dei blockbuster, la rappresentazione delle donne è veramente carente: come mai?

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donne e blockbuster

Qualche nota sul Movimento #MeToo

Ê innegabile che, da quell’ottobre 2017, il cinema, ma mi azzardo a dire il mondo intero, è cambiato. Le inchieste giornalistiche di Jodi Kantor e Megan Twohey per “The New York Times” (che saranno raccontate al cinema dal filmShe Said” di Maria Schrader) e di Ronan Farrow per “The New Yorker” hanno scoperchiato un Vaso di Pandora particolarmente scandaloso, quello dei ripugnanti comportamenti che il produttore Harvey Weinstein, considerato uno dei pesi massimi della Hollywood degli ultimi tre decenni, ha perpetrato per anni, costringendo giovani donne ad intrattenersi sessualmente con lui, con un crudele sistema di ricatti, vessazioni e minacce.

Al di là dell’ovvia gravità della questione in sé, l’altro – inquietante – lato della medaglia concerne il dorato mondo di Hollywood: quante delle nostre amate Star sapevano? Quante hanno taciuto? Quante sospettavano ma non hanno voluto, per molteplici motivi, approfondire la questione?

Le domande sono fioccate, e l’immagine che il mondo del Cinema ha restituito non è stata delle migliori. Quel che è certo, e positivo, è che da quel momento un’industria storicamente sessista si è mossa per tentare di aggiustare almeno in parte il danno d’immagine derivato da questa faccenda: dalla parità salariale tra attori ed attrici, passando per i molteplici premi assegnati a registe donne da tutte le autorità pilastro del settore cinematografico, dagli Oscar ai festival di Venezia e Cannes. Sempre più spesso trovano spazio storie femminili, che vengono accolte con una sensibilità maggiore rispetto al passato.

I cambiamenti necessitano di tempo, si sa, ma il sospetto diffuso è che fin troppo spesso questo cambiamento sia soltanto di facciata, un po’ come il blackwashing cerca di rimediare ad anni di discriminazione verso le persone nere. E ciò risulta ancora più marcato nell’ambito dei blockbuster. Rimanendo nel lasso di tempo dell’ultimo anno, mi sovvengono almeno tre titoli, due dei quali di grande successo, che sul versante femminile sono alquanto carenti.

La premessa è ovvia: nessuna opera è obbligata ad avere personaggi femminili numerosi e/o interessanti al suo interno, ma in un mondo nel quale le donne e gli uomini, numericamente, sono praticamente equivalenti, è interessante notare la schiacciante predominanza maschile nei titoli che vado ad analizzare.

Spider-Man: No Way Home

Il terzo capitolo della fortunatissima saga Marvel, con Tom Holland protagonista e Jon Watts alla regia, è stato un successo di pubblico e critica andato oltre ad ogni aspettativa. Uscito a dicembre 2021, risulta al momento il sesto film di maggior successo di tutti i tempi, con un incasso di circa 1.9 miliardi di dollari.

Certamente l’idea di rendere il film una reunion di quasi tutti i personaggi protagonisti delle precedenti trasposizioni cinematografiche dell’Uomo Ragno è stata di enorme richiamo per il grande pubblico.

Ma la disparità di genere in questo film è quasi impressionante: a fronte della quindicina di personaggi principali presenti nel film, le donne sono soltanto due, che peraltro vanno a ricoprire i ruoli più “standard” possibili: la dinamica e dolce MJ di Zendaya è l’interesse romantico del protagonista, la travolgente Zia May di Marisa Tomei è invece il ruolo materno e saggio. Stop.

Per il resto, una valanga di comprimari, villain o deuteragonisti tutti uomini. E sì che l’universo dei fumetti di Spiderman di donne ne ha parecchie, a partire ovviamente dalle notissime Mary Jane e Gwen Stacy, rese iconiche da Kirsten Dunst ed Emma Stone, che nonostante fossero fondamentali nei film nelle quali erano le compagne, rispettivamente, degli Spiderman di Tobey Maguire ed Andrew Garfield, qua non hanno fatto ritorno. Di loro, nel film, nemmeno una traccia, un cameo.

 

 

The King’s Man

Matthew Vaughn, dopo aver diretto e ideato i primi due film della stravagante saga di spionaggio “Kingsman“, ha deciso di proporne al pubblico un prequel, ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, che mescola personaggi di finzione a figure storiche realmente esistite.

Dopo una travagliata gestione e numerosi rinvii, il film ha debuttato nei cinema di tutto il mondo, con scarso successo, tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. Anche qua, un cast corale e nutritissimo, e un’unica donna di rilievo. Sulla carta, peraltro, il film presenta un’idea di base piuttosto originale e progressista: la rete di spionaggio messa in atto dal Duca interpretato da Ralph Phiennes, e che risolve quasi tutti i problemi del film, è composta da domestiche e domestici, e i coprotagonisti insieme a Fiennes, Gemma Arterton e Djimon Hounsou, interpretano infatti una domestica (Polly) e un maggiordomo (Shola).

Destrutturazione della scala sociale, dunque, e una donna e un maggiordomo nero come aiutanti del protagonista: sicuramente un impianto narrativo interessante, che però, per il fenomeno accennato prima, sembra un po’ uno specchietto per allodole: a questi due coprotagonisti la sceneggiatura riserva un approfondimento del background personale pressocchè nullo, non portano con loro un racconto, un significante che pure la loro condizione esistenziale in quel periodo storico avrebbe senz’altro.

Polly è presentata come la classica donna “con le palle”, espressione triviale ma che probabilmente gli sceneggiatori hanno tenuto a mente per scriverla, che prende in mano la situazione con ironia pungente dimostrando di valere, e funge (ovviamente, vien da dire) da interesse amoroso per il protagonista.

Per il resto, tutti gli altri personaggi femminili hanno uno screen-time risibile, inclusa la Mata Hari di Valerie Pachner.

Ad un personaggio storico così accattivante e controverso, il film riserva soltanto un paio di comparsate nelle sue due ore di durata, e nel confronto finale con il protagonista viene sconfitta in una decina di secondi, in un duello sicuramente non degno della leggendaria figura di questa spia danzatrice.

 

The Batman

Altro supereroe, altro blockbuster di successo: Robert Pattinson presta il volto alla nuova (ed ennesima) trasposizione cinematografica dell’Uomo Pipistrello. Diretto da Matt Reeves, il film è uscito a marzo 2022 ed è stato accolto molto bene da critica, grande pubblico e fan storici della saga, con molti di questi a definire questa trasposizione come la più fedele allo spirito del personaggio.

Ancora un film corale, basato su un universo narrativo che di donne ne ha a bizzeffe, ancora una scarsità imbarazzante di personaggi femminili. C’è Catwoman, interpretata da Zoë Kravitz, che funge da alleata, interesse amoroso e – parzialmente – villain, come da tradizione di questo sfaccettato personaggio, già interpretato al cinema magnificamente da Michelle Pfeiffer ed Anne Hathaway. A lei è riservata la parte di trama più melò, con più lacrime e rivelazioni sulla sua vita personale e familiare.

L’altra donna del film è la candidata sindaco Bella Reál, interpretata da Jayme Lawson. Sulla carta, per un film che sin dal suo annuncio si presentava come politico, dark ed intrigato, le potenzialità erano enormi: trasporre in Gotham, per antonomasia città corrotta e colma di crimine, un personaggio antitetico, una giovane donna nera (gli accostamenti con Alexandria Ocasio-Cortez furono molti, all’annuncio del casting) come vessillo di salvezza e riscatto.

Si poteva anche soprassedere sull’ennesima scarsità di personaggi femminili, purché questo potenziale venisse sfruttato. Quello che ho constatato con amarezza, a maggior ragione perché per il resto il film è valido, è che non solo il personaggio nel film ha uno spazio ridotto all’osso, nonostante la trama politica sia invece piuttosto sviluppata, ma solo tramite personaggi maschili, ma sostanzialmente tutto ciò che ci viene fatto sapere di lei è…appunto, che è giovane, nera e progressista. Nessun altro guizzo, due dialoghi in croce così retorici e scritti con pigrizia che sembrano presi da un qualsiasi talk show politico, e nient’altro.

Specchietto per allodole è dir poco. Prova ne sia che, discutendo del film con altri studenti di cinema, a queste osservazioni la risposta è stata che, semmai, il film si dimostrava alquanto progressista avendo al suo interno una donna nera come sindaco. Che volere più di così?

Più di così, vorrei capire per quale ragione le donne in questi progetti (ho fatto tre esempi recenti, ma i casi sono molteplici) sono presenti con il contagocce, trattate come specie in via d’estinzione, centellinate. E si assumono carichi narrativi multipli che i film, nel caso degli uomini, non si fanno problemi a spalmare su 3, 4, 5 personaggi.

 

Come mai questa disparità?

Qual è la logica retrostante? Le indagini di mercato suggeriscono che i film vendono meglio se il rapporto uomini-donne è 9:1 o poco via? O c’è un problema in sede di sceneggiatura, regia e produzione (quasi sempre tutte al maschile) che proprio fatica a dare al genere femminile una degna rappresentazione in questo filone di film?

Dicevo in apertura che le cose necessitano di tempo per evolvere, e forse il processo è semplicemente in corso. Auspicabilmente le cose cambieranno a breve, e le recenti incursioni di registe affermate come Patty Jenkins e Chloé Zhao nel mondo dei blockbuster supereroistici potrebbero essere antesignane in tal senso. Lo spero.

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