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Segnali di fumo

Ricordo di Elio Pandolfi

Attraverso le parole di Pandolfi l’immaginazione poteva addentrarsi in mondi sconosciuti

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segnali di fumo

Prima di conoscerlo in tutta la sua corporea esuberanza, Elio Pandolfi lo conobbi solo nella voce, attraverso la radio, ascoltandolo.

Durante quelle occasioni, il legame con l’attualità veniva completamente rescisso, attraverso le sue rievocazioni si tornava indietro di decenni, ad un dimenticato film tedesco degli anni quaranta, ad un pezzo di rivista o a un Carosello.

Durante questi racconti la voce di Elio non si limitava a raccontare ma ricreava. Attraverso le sue parole l’immaginazione poteva addentrarsi in mondi sconosciuti, ogni tanto il racconto si fermava su una situazione e lì cominciava il bello. Attraverso le sue doti timbriche riusciva a ricreare diverse voci, maschili e femminili, dando l’impressione che si fosse passati senza accorgersene ad ascoltare uno spettacolo collettivo.

Insomma, bastava distogliere per pochi secondi l’attenzione per trovarsi poi completamente spaesati a fare i conti con una voce completamente diversa da quella che si era ascoltato fino a poco prima.

Diversi anni dopo ebbi l’occasione di conoscerlo davvero e, guarda caso, proprio alla radio. Doveva essere un’estate di una ventina d’anni fa quando lo vidi entrare nella nostra redazione. Eravamo alle prese con una prima messa a punto della scaletta, cercando di scegliere fra le poche cose accadute in quei giorni quelle almeno meritevoli di una citazione: un piccolo festival di provincia dove si riscopriva un film dimenticato da tempo, un libro uscito mesi prima di cui nessuno aveva parlato. Cose, così, piccolo cabotaggio editoriale di chi cerca di salvare la faccia di fronte a quei veri e propri tritacarne che sono le trasmissioni quotidiane.

L’arrivo di Elio provocò nel giro di pochi minuti un completo stravolgimento di quella che era la routine redazionale. Con sé aveva un paio di vecchissime registrazioni di trasposizioni cinematografiche di operette ungheresi (o di qualche altro paese in quella zona d’Europa) di fine anni trenta. Rivisti settant’anni dopo non potevano non rivelarsi ancora più kitsch di quanto probabilmente non fosserò già all’epoca in cui uscirono. Mentre li guardavo mi venivano in mente le severe osservazioni che anni prima aveva fatto in un saggio memorabile Susan Sontag. Ma ad Elio tutte queste non importavano, fondamentale era il loro darsi come manifestazioni di puro splendore tecnico, vocale e coreutico.

Gli anni decisivi della formazione li avevo spesi seguendo, e ossessionandomi, attorno alle utopie (forse oggi sarebbe meglio dire ai miraggi), del teatro italiano d’avanguardia, un teatro cioè che, sulla scorta dell’esempio preconizzante del Living theatre, si faceva anticipatore della rivoluzione politica e sociale.

Dell’operetta sapevo poco e quel poco che sapevo bastava, apparentemente a farmi ritenere di saperne abbastanza.

Vedendo però Elio sobbalzare subitaneamente dalla sedia per mettersi ad interpretare, ballando o cantando, qualche brano, o semplicemente fischiettandolo mi incuriosii, tanto raramente avevo visto una simile padronanza di tanti registri diversi: sonori, gestuali, comportamentali.

Effettivamente Pandolfi era nato prima di quegli eversori che misero a soqquadro con gruppi e messe in scene alternative il teatro italiano fra gli anni sessanta e settanta. Ma allo stesso tempo era nato prima dalle ultime generazioni di attori cresciuti nella nostra solida e anche gloriosa tradizione attoriale, quella evocata, tanto per dare una coordinata, da Sergio Tofano in Il teatro all’antica italiana.

Entrato, come molti alla fine degli anni quaranta alla scuola di Orazio Costa, Pandolfi (nato nel ’26) se ne differenzia collaborando con alcuni fra i più importanti autori del teatro di rivista del dopoguerra: Verde, Garinei e Giovannini. Accanto a presenze come Wanda Osiris, Antonella Steni, Noschese e tanti altri. Poi c’è stato il doppiaggio (è stato, fra gli altri, la voce di Stanlio), Carosello, tanto teatro e anche cinema e televisione, soprattutto quella curiosa di imparare dagli altri linguaggi degli anni cinquanta e sessanta.

A quel primo pomeriggio ne seguirono molti altri, nei quali Pandolfi raccontava aneddoti e situazioni anche grottesche su grandi mostri sacri del mondo dello spettacolo, racconti imperdibili, che oggi si vorrebbe raccolti da qualche parte in grado di recuperarli. Questi racconti erano spesso intervallati da piccoli sketch attraverso i quali lui riusciva a togliergli il retrogusto del gossip e a dargli i connotati di imperdibili scene comiche, grottesche, farsesche, mandaragolesche verrebbe da dire citando una delle ultime sue apparizioni in teatro.

Tanti anni dopo, ascoltando Carmelo Bene lodare L’italiana in Algeri di Rossini come manifestazione sublime di teatro del depensamento, della spensieratezza come oltrepassamento dei lacci della tecnica e della tradizione, capii che forse l’avanguardia aveva recinti più ampi e meno ideologici di quello che avevamo potuto pensare. Ma forse tutto questo Elio lo sapeva già.

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