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FOCUS ITALIA

Una commedia mai pacificata: Carlo Verdone e il conflitto generazionale

Carlo Verdone è uno dei fenomeni contemporaneamente più esposti e conosciuti e insieme più enigmatici e complessi del cinema italiano degli ultimi decenni: un autore che sotto il sorriso sa nascondere malinconie e angosce abissali e modernissime.

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Carlo Verdone è probabilmente uno degli autori italiani, se non il primo in assoluto, più trattato e visitato da critici, libri, saggi e raccolte: sembra perciò impossibile discutere in modo originale della storia e del percorso di un regista del quale non è esagerato dire che si è scritto tutto.

Ora però, alle soglie dell’atteso e già due volte rimandato (causa emergenza Covid) Si Vive Una volta Sola, e spento l’eco della sua -legittima, giustissima, forse troppo ritardata- legittimazione/rivalutazione critica anche da parte di coloro che l’avevano sempre messo un po’ in un angolino, sembra il momento di rileggerlo per dare la giusta accordatura ad una delle fasi della sua carriera più ingiustamente bistrattata, ovvero quella del periodo 1998/2008, in particolare allo sbocco filmico, che ha prodotto alcune delle sue opere più personali, più interessanti da un punto di vista semiologico all’interno dell’universo del suo autore- periodo e film che forse meno degli altri hanno avuto le dovute sottolineature contenutistiche, come appunto fase necessaria e propedeutica alla chiusura del cerchio del Verdone-pensiero, di Verdone registattore e anche registautore a tutto tondo.

È uso comune alla critica in generale l’abitudine di classificare in periodi ben definiti le fasi creative di un artista: abitudine a volte scomoda per come può scadere facilmente in un’antipatica e scolastica pedanteria, ma in certi casi utile per mostrare un percorso ed un evoluzione.

Un regista per diverse fasi

Carlo Verdone è mutaforma fin dalla sua nascita come artista di teatro: comico polimorfico, si fa notare per la sua straordinaria abilità nelle tratteggiature fisico-caratteriali di un’umanità fin dall’inizio varia e brillocca. Uguale a lui è la sua filmografia che -non per essere pedanti ma per voler essere esemplificativi- dividiamo in tre blocchi: il primo, acerbo, scoppiettante e immediato, è quello che va da Un Sacco Bello (1980) fino a Io & Mia Sorella (1987) passando per Borotalco (1982), e che dà i natali e definisce il verdonismo, ovvero un fregolismo che con Carlo non è mai fine a sé stesso e al suo virtuosismo, ma paratattico ad un tratteggio più profondo, meno immediato, che sottilmente dal contenente risale al contenuto, e che delinea un autore raffinato ma soprattutto in questa prima fase sensibile, che della sua sensibilità d’altri tempi fa uso per capire e (an)notare, facendola poi assurgere a valore assoluto di un modo d’essere.

La seconda fase, quella che parte con Compagni di Scuola (1988) e si potrebbe far concludere con Grande Grosso & Verdone (2008) e vede in Io Loro & Lara una specie di passaggio delle consegne a sé stesso, è invece quella lentamente ma inesorabilmente più stratificata e problematica, che fa maturare il personaggio tipico del verdonismo facendolo crescere, inglobando ogni esperienza e mettendola a frutto per andare avanti restando fedele a sé stesso pur nel suo polimorfismo endogeno ed esogeno.

È per questo che si vuole ora far riflettere, e riflettere, sulla propaggine estrema di questa seconda “fase”, contemporaneamente sia frutto di quasi trent’anni di cinema, sia antefatto necessario per capire il Carlo Verdone di oggi.

Sono Pazzo di Iris Blond (1996) conclude un periodo felicissimo e fecondo, quello che con commedie come Maledetto il Giorno che t’ho Incontrato (1991) o Perdiamoci di Vista (1994) mostra al pubblico un autore maturo, slegato dalla comicità pura degli esordi ed erede in certo modo dello stesso Woody Allen che è rinnegato in America ma spopola in Europa, e quindi regista (registi, entrambi) dal respiro ampio, colti e raffinati, che sanno unire con leggerezza estrema quanto difficilissima da raggiungere comicità e dramma, accorciando e allo stesso tempo marcando -sia come attori sia come autori- lo spazio che esiste fra un sorriso e un pianto.

Ma dopo quest’esplosione di creatività, per la critica e soprattutto per il pubblico sembra interrompersi quel filo privilegiato che li legava a Verdone, come se il Verdone artista avesse -momentaneamente- perso il polso della situazione. Un po’ come fra Acqua e Sapone (1983) Maledetto il giorno: un corto circuito che fa saltare la comunicazione emozionale fra attori e spettatori.

Ma in entrambi i casi, non si tratta(va) affatto di una perdita di ispirazione né di film più deboli o meno belli: bensì, di una ricerca, di prove tecniche di trasmissione, di pentoloni alchemici nei quali ribollivano nuove mode, nuove correnti, nuovi approcci di Carlo al cinema e di Verdone al suo pubblico.

Padri e figli, registi ed eredi

E, più in generale, di Carlo Verdone al suo cinema, che è sempre stato attuale e sociale nel senso più ampio e riflessivo: prova del senso di “rodaggio” sono conseguentemente gli incredibili esiti dei film immediatamente successivi a questi due periodi, ovvero sempre Maledetto il Giorno… e Io, Loro e Lara, che all’improvviso, e magicamente, sembrano fari riscoprire al pubblico la magia del verdonismo. Che, a posteriori, risulta l’attualizzazione (e, si permetta di dirlo senza gridare allo scandalo, superamento e miglioramento) dell’aggettivo sordiano: d’altronde, che Carlo sia il diretto discendente di Alberto Sordi, e la sua opera la diretta conseguenza di quella dell’albertone nazionale, è cosa risaputa.

Al proposito, sarebbe bene, per tutti quelli che considerano Verdone quasi un “allievo minore” di Sordi, confrontare In Viaggio Con Papà (1982), film con la regia di Sordi e sceneggiato dallo stesso Verdone, che metteva a confronto le loro due comicità ma soprattutto rifletteva sul cambio generazionale e poneva l’accento su quella che più avanti vedremo diventerà una delle caratteristiche fondanti del Verdone più maturo, con Il Mio Miglior Nemico (2006) non a caso primo film interamente scritto, sceneggiato, diretto e interpretato da Carlo, che si confronta, con meno tracotanza rispetto a Sordi ma con molta più sottile finezza d’intenti, con il “giovane” Silvio Muccino.

Se su quest’ultimo film si tornerà più avanti, ora è bene ribadire quanto meno evidente sia invece l’importanza, sottocutanea ma fondante, del verdonismo: quell’attitudine ad un cinema fortemente intriso di sociale, contemporaneamente riflettendo sul corpo del comico (“il comico non deve essere bello, il comico è una maschera: il comico è faccia, cervello, cuore”, da C’era Un Cinese in Coma, 2000) e sulla sua funzione all’interno di un gruppo che è sempre iperbole e declinazione di un microcosmo sociale.

Un’attitudine che trova la sua massima esemplificazione, e la sua migliore messa in scena, nei film che si stanno qui rivalutando, ovvero Gallo Cedrone (1998), C’era Un Cinese in Coma, Ma Che Colpa Abbiamo Noi (2003). Tre film, come si è detto, misconosciuti dal pubblico e non unanimemente dalla critica, perlomeno quanto avrebbero dovuto esserlo. Ma perchè il pubblico non poteva seguire Verdone nella sua ricerca durante il suo divenire, e perché si sa che quello che non si conosce fa sempre un po’ paura; d’altra parte la critica è sempre, nel mentre diventa parola e recensione, quasi sempre “vecchia” quando troppo legata al presente, impossibilitata quindi a poter guardare e giudicare un’opera nel suo valore sociale indipendentemente dal gusto contemporaneo.

UN VUOTO PNEUMATICO DI DOLORE

Gallo Cedrone è ora, a distanza di 13 anni, il più desolato, assoluto, completo e riuscito ritratto che Carlo ha saputo fare degli anni ’90 italiani, preludio della nostra italietta fatta a coriandoli dal malcostume. Come Allen chiude i suoi ’80 con Crimini & Misfatti, Verdone chiude l’ultimo decennio e suggella un secolo con il suo film più feroce (nomen omen, il protagonista si chiama Armando Feroci): come nel film americano va di scena la cecità di Dio in un universo indifferente, in questo di Carlo conquista il palco la cecità dell’Uomo, simboleggiata anche troppo apertamente dalla Regina Orioli interprete di Martina.

Carlo Verdone

Un’opera -solo apparentemente- disadorna, e -solo  apparentemente- discontinua nel suo procedere per singulti e singhiozzi: in realtà ritratto di un crudele vuoto di valori, trattatello paradigmatico e quasi avanguardistico nel suo fulgido, spietato ritrarre un’umanità allo sbando. Lo iato comico di Verdone nasce dall’incongruenza della totale inadeguatezza del suo personaggio rispetto al mondo che lo circonda (ma è d’altronde questo il fondamento del comico tout court): il verdonismo diventa allora la sensibilità con cui questa inadeguatezza viene assorbita senza la forza di rimasticarla per risputarla via. Ogni personaggio di Verdone si rende conto di questo suo stato, non ne soffre creando ulteriori alterazioni comiche, bensì le metabolizza e le assorbe trasformandole in una sofferta, soffusa, delicata ma presente malinconia.

In Gallo Cedrone c’è tutto questo, e anche di più: perché Armando Preziosi compie un passo ulteriore, soffre, metabolizza ma ha un sussulto reattivo che lo incattivisce. E, a confronto con un mondo che è andato avanti senza di lui e che ha perso per strada i pezzi della sua stessa identità, Armando risponde con le stesse armi svuotandosi di ogni valore e lottando neanche con cinismo, ma con completa anaffettività.

Centro focale della storia (che come si diceva prima procede a strappi non per mancanza di struttura coesiva, ma per una voluta destrutturazione equivalente ad una mise en scène che abilmente fa del contenente il contenuto) è proprio il vuoto di Armando contrapposto al vuoto che c’è fuori, e la cecità/incapacità di … di riconoscere in Armando la vertigine del Vuoto. Sbaglia, quindi, chi accusa la storia di essere sfilacciata, la sceneggiatura (di De Bernardi e Benvenuti) di essere a brandelli, la regia di Verdone di essere mediocre.

Perché come si è detto, è tutto funzionale alla tesi (anche la colonna sonora, suonata su partiture ampie e lente), e al nodo emozionale del film, che ora assume una freschezza, una verità e un’attualità che prima sembrava non possedere; e perché la regia di Verdone, tutt’altro che mediocre, è invece classica come classico rimane Eastwood, di una professionalità ancora più gigantesca per il suo non ostentarsi, nascondendosi nelle pieghe della storia, nei volti degli attori, nelle svolte emotive, nella ricerca affannosa di un proprio posto, di una propria identità (esemplare il raduno dei fan di Elvis). Gallo Cedrone, per dirla con Aldo Fittante, ha il pregio e il coraggio non da poco di <scaraventare addosso al pubblico di massa il Nulla inquietante dell’Italia delle apparenze, capace di celare il Vacuo, la Mancanza, la Volgarità dei nostri anni ‘90>; è il deserto emotivo, la deriva ultima dell’assenza di valori: il risultato più atroce del verdonismo, quell’essere fuori dai tempi, dalle mode e dai valori perché i tempi, le mode e i valori ormai non ci sono più.

Carlo Verdone

Un passo ulteriore in questo senso lo compie C’era Un Cinese in Coma, che stavolta, reduce forse dall’esasperato pessimismo del suo precedente di due anni prima, mette a confronto diretto il verdonismo del suo protagonista con un alter ego più giovane, più svelto, più rock. Quello che nel riuscitissimo Sono Pazzo di Iris Blond era parabola del successo, qua diviene paradigma del verdonismo aggiornato agli anni Zero: sempre in anticipo sui tempi (così come lo era Gallo Cedrone), Un Cinese… non aggiorna il duetto che Carlo fece con la Gerini, ma ne trasforma l’ordine e gli addendi per dimostrare, definitivamente, che la sua visione del mondo, e il suo personaggio, non riescono più a trovare il ritmo per inseguire il Vuoto pneumatico e l’assenza di valori.

Forse troppo rigido nelle convinzioni quasi da suonare assolutista (e ritorna la similitudine con Eastwood e il suo cinema), Verdone continua comunque pervicacemente a mettersi a nudo, e a farlo confrontandosi con la realtà che lo spaventa e lo sconfigge, ma alla quale alla fine si ribella. C’era un Cinese… è poi fondamentale per la sintassi della macchina da presa del regista: fino ad allora classico e trasparente, Verdone regista si rivela al pubblico con un finale metalinguistico, dove (e torna anche Woody Allen e il geniale incipit di Io & Annie) parla direttamente in camera, raccontando una barzelletta e svelando in maniera chiarissima il senso della storia che ha appena raccontato.

Il film, con il suo primo finale che brucia nelle fiamme e nelle lacrime, è di una violenza fisica estrema (come incredibilmente, fino all’estremo, fisica è la comicità del suo coprotagonista, il Nicky Renda ben reso da Beppe Fiorello nel suo unico ruolo di rilievo su grande schermo), che bilancia la violenza ideologica del precedente Gallo Cedrone; era quasi prevedibile che, rispecchiando questo brutale rito di passaggio per l’universo filmico dell’autore che improvvisamente “diventa adulto”, i due film non riuscissero ad intercettare il pubblico e non fossero capiti dalla critica.

Entrambi invece accolsero bene il successivo Ma Che Colpa Abbiamo Noi: che lungi dall’essere originale, è per Carlo prima di tutto una sorta di risarcimento per un pubblico “tradito” dai suoi precedenti cambiamenti, e poi un aggiornamento di uno dei suoi titoli migliori (rispettivamente Maledetto il Giorno che t’ho Incontrato). Di quest’ultimo, il film del 2003 mutua il cuore narrativo (la psicanalisi intrecciata all’amore) intersecandolo sapientemente con quella coralità che Verdone dimostra ancora una volta di saper gestire in maniera ottima.

Ma Che Colpa… non è, si diceva, originale, perché non ha la forza di rappresentare nessun passo in avanti di un pensiero, di una sensibilità (quella del verdonismo), e perché si adagia su comodi cliché e un parterre di attori che, facenti capo all’eccellenza del capo comico che è Carlo stesso, portano a casa un film godibile e spumeggiante, spesso incredibilmente felice nelle gag comiche. Ma proprio dalla comicità, o meglio, dalla sua assenza, trae la forza L’Amore E’ Eterno Finchè Dura (2004), uscito solo ad un anno di distanza dal precedente eppure da quello così profondamente diverso.

Carlo Verdone

L’Amore E’ Eterno riesce ad essere, finalmente, ritratto a tutto tondo di coppie che scoppiano senza l’accondiscendenza di una scoperta comicità: con il suo valzer romantico, permette a Carlo, forte dell’esperienza maturata con Gallo Cedrone e C’Era un Cinese…, di dipingere il suo Gilberto e tutte le donne che gli ruotano intorno senza indulgenza, intessendo un suo cinema sincero, fatto di una malinconia riflessivamente malinconica (o malinconicamente riflessiva) sui nostri tempi, invocando o tempora, o mores.

Gilberto in fondo è il parente più prossimo di Ercole Preziosi (il protagonista del Cinese in Coma), che nuota affannosamente all’interno di una società e di una famiglia che lo respingono lasciandolo isolato come un parvenu. Il film rimane certo nella struttura generale della “commedia a sfondo drammatico”, ma decisamente declinata secondo la collaudata personalità del suo autore, libero dal vincolo del “comico a tutti i costi”: dopo i suoi “riti di passaggio”, Carlo ha finalmente trovato il coraggio e la chiave stilistica che gli permette di non essere schiacciato dal retaggio del suo essere (stato) un comico, perciò affronta con maturità le storie dei personaggi.

Ché poi la sua “maschera” sia uno strumento affilatissimo per far ridere è altro discorso. L’abilità di Verdone come attore si è andata via via affinando, forse inconsapevolmente, nel corso degli anni, fino a far diventare il suo volto uno dei più riconoscibili nonché imprescindibili del panorama cinematografico italiano: sono in pochi, oggi, a saper dosare/usare come un perfetto meccanismo ad orologeria la propria fisicità per far ridere o più in generale per colpire emotivamente (l’esperienza di Carlo sui set altrui, negli anni Zero sempre più frequente -per l’amico Giovanni Veronesi, di cui ha letteralmente impreziosito ITALIANS, MANUALE D’AMORE 1, 2,  e 3– gli ha permesso forse di concentrarsi sulla sua forza d’interprete). Risultato insomma è che L’Amore E’ Eterno… è forse uno dei punti di equilibrio più alti raggiunti, con il suo dosaggio equilibrato del dramma e di un senso di tragico che acuisce e aggiorna sempre quel verdonismo di cui sopra, e con dei tempi di racconto ormai perfetti.

Il Mio Miglior Nemico è del 2006, e segna un doppio appuntamento: quello con un altro partner maschile (dopo Fiorello), e quello con un alter ego che gli permetta di mettere in chiaro cosa è il personaggio di Verdone oggi e di cosa parli il suo cinema: di una perdita di coordinate emotive e di valori unica forse nella storia dell’Italia, un cinema -probabilmente l’unico- che negli anni Zero dipinga la società come la società del Tradimento. Ne Il Mio Miglior Nemico tutti tradiscono tutti: la madre tradisce il figlio, il figlio tradisce l’amante, il marito tradisce la moglie, la figlia tradisce il padre.

LA VIOLENZA FEROCE DEL SORRISO

E’ sempre la ricognizione di Carlo nello strato più profondamente tragico della società, nella sua dimensione più fortemente caratterizzata da legami forti -non importa che siano di sangue o meno: come suggerisce il finale, la vera famiglia è quella che ci si costruisce-, una società dove non si riconosceva più il personaggio del verdonismo ma che oramai risulta invischiato lui stesso nel magma ribollente di una confusione di valori che non risparmia niente e nessuno. Si diceva prima come il film facesse paio con In Viaggio Con Papà: ma dove quello era accomodante, alla fine rassicurante, poco identificativo della realtà delle generazioni a confronto, questo è cinico ma per questo tragicamente ancorato al presente, nel suo voler davvero raccontare e mettere a confronto ieri e oggi.

Bene si presta, anche a livello metatestuale e sicuramente inconsapevole per il regista stesso, il confronto con l’attore Muccino: da una parte c’è un cabarettista che ha avuto un padre inflessibilmente (e giustamente) equo nell’insegnamento -anche universitario!- di un mestiere da costruire con fatica e impegno, che ha avuto come maestro Sergio Leone, come modello Alberto Sordi e come pietra di paragone la commedia all’italiana. Dall’altra parte, invece, un personaggio (e non un attore) con la fortuna casuale di avere il cinema in famiglia, ma che il cinema lo ha incontrato appunto da privilegiato e senza l’approfondimento dovuto, insomma un turista della pellicola che si inventa regista senza fondamenta, feticcio incongruente solo di una commedia italiana. Quello che, all’alba degli anni ’10 viene fuori, è alla fine un Autore che ha provato sulla sua pelle i dolori della crescita, che si è mutato nel suo nemico (la violenza feroce del Gallo Cedrone e del Cinese in Coma), ha ripiegato su sé stesso (Ma Che Colpa…) e infine ha trovato un altro e nuovo sé: per cambiare nuovamente pelle e prospettiva, facendo i conti e uccidendo il proprio passato (Grande Grosso & Verdone, 2008) e approdare alla visione apparentemente pacificata del mondo che ha -dovrebbe avere- un Uomo di Dio (con Io, Loro e Lara).

Carlo Verdone

Un regista nuovo per un nuovo millennio

Un Verdone nuovo che nel 2012 rilascia Posti In Piedi In Paradiso, che conferma quanto detto sulla terza e ad oggi ultima fase dell’autore, quasi fosse un vero e proprio starting point, un nuovo inizio con film in tutto e per tutto profondamente autoriali, contraddistinti da uno stile di ripresa e messa in scena quasi da camera.

Opere intrise di un’atmosfera ormai dichiaratamente “verdoniana”: come si avverte profondamente in uno dei suoi passaggi più delicati, ovvero quando Favino (che, di una bravura mostruosa, mostra un talento mimetico diventando, da uomo glamour e virile qual è, un dismesso scribacchino da telenovela) rimane solo durante una serata ad una Mostra d’arte mentre spaesato e desolato si guarda intorno e la solitudine della serata diventa la desertificazione della sua vita, sottolineata dalla musica delicata ed appropriata di Gaetano Curreri.

Carlo Verdone

A dispetto del trailer, Posti In Piedi è un film che amplia lo sguardo della drammaturgia nelle intenzioni e nei risultati, costellato qui e là da un umorismo profondo e ricco, che alleggerisce le situazioni e conduce inevitabilmente a quella insostenibile leggerezza dell’essere che accompagna il regista in questa sua fase sempre più adulta e matura.

Certo, poi è risaputo come la perfezione comica dei tempi comici di Verdone riesca a padroneggiare ogni scena, spesso e volentieri rendendosi inconsapevole nucleo di film che invece riportano la realtà che ci circonda come in uno specchio scuro. E ancora una volta, Verdone-regista -da autore qual è- giganteggia ma non più come capocomico, bensì come direttore d’attori: abbiamo già detto di Favino, ma va sottolineato anche l’apporto di Marco Giallini, che sembra (come già in Io, Loro e Lara) aver preso il posto che fu del Verdone-attore come contrappunto comico di una vicenda che al contrario di comico, alla fine dei conti, ha ben poco.

Posti in Piedi in Paradiso, complesso e complicato e sfaccettato, pieno di situazioni e personaggi, declina il presente secondo una sensibilità profonda ed emozionante che attraversa ogni campo: usa quindi il suo girotondo di anime e caratteri per essere alla fine piccolo pamphlet sul nostro stato, facendo partire la sua riflessione dalla disastrosa crisi economica, motore primo della vicenda che spinge i tre padri separati ad unire i loro destini in un unico, scalcinato appartamento.

Con buona pace di quei critici di sopra che cercano le Ossessioni Ricorrenti per definire un Autore, il rapporto Padre-Figlio che si espande sottotraccia nel cinema di Verdone sembra allora prendere il sopravvento sulla storia, che parte dal particolare -la crisi economica- per arrivare ad un totale/presente inconsapevolmente devastato dalla mancanza di una figura guida. Sono sempre i figli a guidare i genitori verso un barlume di speranza: così come forse sarà sempre lo sguardo verso il futuro ad illuminare le ombre del nostro passato.

E, per ultimo, restando in tema di rapporto padre-figlio all’ombra della rivoluzione culturale postmoderna degli Anni Venti: colpisce al cuore e al cervello il film del 2018, ultimo finora distribuito, Benedetta Follia.

Colpiscono l’irruenza e il coraggio di Carlo Verdone, che a 70 anni prende l’azzardo di iniziare il suo 26° film da regista con uno sfrontato atto di autoreferenzialità omaggiando quei caratteri che lo hanno portato, passo dopo passo, ad essere il cantastorie di un’Italia che cambia più velocemente di quanto voglia o possa accorgersi.

Perché c’è Oscar Pettinari e la sua moto (Troppo Forte, 1986) a confrontarsi con Guglielmo, uomo di fede composto ma ingrigito, e a dimostrare come oggi la cifra stilistica di Verdone attore sia cambiata, impercettibilmente ma inesorabilmente; smettendo di tratteggiare con gusto grottesco nevrosi e tic dell’italiano medio, iniziando a riflettere (per farci riflettere) il vuoto pneumatico che il Gallo Cedrone andava preconizzando e che oggi sembra aver investito ogni emotività quotidiana.

Perché il Verdone regista -che oggi intelligentemente scrive insieme alla penna felice di Guaglianone- vuole restituirci la solitudine emotiva nella quale siamo immersi, persi e spersi tra finzionali -e non funzionali- socialità da social: Benedette Follia segue perciò le tracce dell’amore ai tempi di facebook, e se è difficile stare al passo dei cambiamenti, Verdone decide di segnare una storia d’amore (tradito) con l’aggiornamento continuo di un desktop, di un portale, di una pagina social.

Un rincorrersi continuo e sfiancante, ora ironico (la ninfomane veneta), ora surreale e scollacciato (l’ipocondriaca Paola Minaccioni e la ninfomane che echeggia Harry Ti Presento Sally ma finisce ad omaggiare Alvaro Vitali), ora romantico (Maria Pia Calzone): ma sempre disilluso e amareggiato, incapace di cogliere punti fermi in un mondo che non (lo) riconosce più.

È per questi motivi che Benedetta Follia diventa un film drammatico con battute comiche: uno dei migliori Verdone degli ultimi anni, che bypassa definitivamente l’eterno, frettoloso e fuorviante interrogativo di un pubblico a volte distratto (fa ridere o no?) immergendosi fino al collo in quella “malinconia gentile” di cui si veste la nuova maschera verdoniana, quella che forse ora gli appartiene di più, quella che evita il macchiettismo e che mette in risalto un lucidissimo e preciso magistero interpretativo, asciutto ma mai aspro.

In un film che è il contrario di quanto ti potresti o dovresti aspettare da un regista del 1950: inframezzato da un balletto psichedelico che fa da spartiacque alla trama (coreografato da Luca Tommassini), puntellato da scudisciate contro preti e clero e pronto a restituire l’immagine di un’umanità allo sbando, sempre e pervicacemente alla ricerca di qualcosa in cui credere.

Un cinema insospettabilmente vitalissimo, e che si mette in gioco, per un autore che non riesce a smettere di cercare nuove storie dell’anima per sorprendere il pubblico. E un po’ forse anche sé stesso.