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INTERVIEWS

Entierro di Maura Morales Bergmann rinasce dalle ceneri. Intervista alla regista del documentario

Dal 12 luglio disponibile su Google Play, Chili Tv e The Film Club, il documentario della regista italo cilena racconta la vita e le opere della zia Carmengloria Morales. Dopo l'incendio avvenuto nel 2016 che ha distrutto anni di girato, torna sullo schermo un'opera nuova.

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Maura Morales Bergmann Entierro

Nel documentario “Entierro” della direttrice della fotografia Maura Morales Bergmann, al suo esordio come regista, il cinema è utilizzato un po’ come mezzo attraverso il quale parlare di arte e farla conoscere al pubblico. Dopo aver preso parte alla scorsa edizione di Biografilm Festival e Sguardi Altrove Film Festival, il documentario della regista italo cilena sbarca sulle piattaforme digitali. Dal 12 luglio il film prodotto da Solaria Film, sarà, infatti, disponibile su Google Play, Chili Tv e The Film Club.

Un viaggio sia nella realizzazione che nella messa in scena è quello compiuto dalla nipote di Carmengloria Morales che ha perso praticamente tutto a causa di un improvviso incendio, dai propri averi alle proprie opere, al centro della sua vita e anche del documentario che è riuscito in ogni caso a rialzarsi e imporsi, contando soprattutto sull’ottima fotografia.

Con “Entierro” al centro di tutto c’è il lavoro e la vita di Carmengloria Morales, tua zia. Cosa significa portare sullo schermo qualcosa di così “personale” e quanto questo fattore “personale” influisce ed ha influito nella realizzazione dell’opera finale?

Per me è iniziato come un omaggio. Io di professione faccio il direttore della fotografia, per cui tutto ciò che riguarda l’arte è una materia primaria nel mio lavoro e tutto ciò che so della storia dell’arte viene da mia zia, fin da piccola. Quindi le interviste che avevo iniziato già per scherzo nel 2014 erano degli omaggi a tutto ciò che lei mi ha sempre insegnato e ciò che ho sempre ascoltato frequentandola. Piano piano si è trasformato in qualcosa di diverso, però è sempre stata un omaggio a quello che ho imparato da lei.

Volevo soffermarmi sull’evidente dualismo del film che si può notare sotto diversi punti di vista. Dal dialogo tra Carmengloria Morales e Jorge Arriagada, tra la geografia, tra le immagini e la narrazione, tra i colori e il bianco e nero e tra quella più evidente ed emblematica che è anche il fulcro della storia: tra pittura e musica che si mescolano perfettamente fino a diventare una cosa sola e che sono incarnate sia nella figura della protagonista che nello scambio di battute, visioni e personalità di lei e il musicista Arriagada.

Fin da quando ero piccola ho visto e vissuto questo amore di mia zia per la musica e il fatto che dipingesse con la musica. Anni fa mi aveva detto che avrebbe parlato volentieri con un musicista per cui mi è nata quest’idea quando vivevo a Parigi nel 2014/2015 dove ho conosciuto Jorge Arriagada, tra l’altro stessa generazione di mia zia. Da quel momento ho iniziato a fantasticare su un loro incontro e Jorge mi è venuto subito incontro, venendo subito in Italia. Ho sempre pensato, facendo tanto documentario, di cambiare qualcosa perché ero stufa di vedere i documentari classici con le interviste, senza interlocutore presente. Ho sempre pensato alle interviste come dei dialoghi come al cinema e per questo c’è questo dualismo. Infatti tutte le interviste a mia zia, precedenti, le ho trattate un po’ come se fossero materiale di repertorio. E’ comunque un po’ la mia persona perché ho doppia nazionalità e penso che non riuscirò mai a dire se mi sento più italiana o cilena, così come mia zia, anche se non lo dirà mai direttamente. C’è sempre un dualismo infinito e penso che questa cosa venga anche da lì.

Oltre alla storia e all’evidente dualismo costruito perfettamente ciò che mi ha colpito di più in assoluto è stata la totale fusione tra schermo (e quindi immagine cinematografica) e opera pittorica. Sia il paesaggio, spesso mostrato attraverso delle enormi distese, sia il gioco di prospettiva si sono andate a mescolare e trasformare nell’opera e/o nel materiale usato per realizzare l’opera. E quella di Carmengloria Morales è un’arte astratta. In questo modo talvolta sembra vengano cercate delle motivazioni o comunque dei riferimenti concreti. E’ corretto?

Più che spiegazione quello che ho imparato da lei è che si tratta di interpretazione. Nella pittura, anche quando non è figurativa, guardando un’opera si cerca di interpretarla. Per me è stato un lavoro di ricerca perché dopo l’incendio mia zia mi ha detto di continuare, ma lei si è ritirata dal progetto. Non aveva tempo perché doveva costruire casa sua, voleva ridipingere. La mia ricerca è andata a cercare l’assenza nei suoi quadri perché alla fine i grandi assenti, per me, erano i quadri, dato che erano bruciati quasi tutti e pubblicamente nei musei c’è solo quello a Viterbo e anche quelli che avevo ripreso a casa sua mi si erano bruciati, insieme alle riprese. La più grande assente era la pittura e, come direttore della fotografia, ho trovato questo canale che è un’interpretazione totalmente personale. Infatti penso che mia zia non sia d’accordo con ciò. E’ il mio racconto di un’artista.

Sempre a proposito del paesaggio, che è un elemento abbastanza ricorrente, volevo sapere se si lega maggiormente alle opere o se si lega di più alla vita e agli spostamenti di Carmengloria.

Con mio padre, il fratello di Carmengloria, che è un regista di documentari, ho conosciuto il Cile, nei suoi vari viaggi e conosco perfettamente i colori di quei posti. Comunque la prima cosa che ho fatto è stata andare a Viterbo e vedere quei quadri nel carcere e segnarmi nella testa quei colori. Poi ho deciso che quei colori li avrei trovati viaggiando e spostandomi in determinati luoghi. E’ stato, quindi, un viaggio alla ricerca di colori e forme.

Entierro

Ho letto a proposito delle vicissitudini di questo film e dell’incendio avvenuto, del quale si parla anche nel documentario, a causa del quale è stato perso anche parte del girato. Hai pensato fin da subito di ripartire e usare ciò che era rimasto per ricreare qualcosa o hai pensato di accantonare il progetto in un primo momento?

All’inizio ho pensato di accantonare il progetto e non ripartire, sia per rispetto di mia zia e di quello che era successo sia perché, essendo direttore della fotografia, ho pensato fosse una sorta di segnale per dirmi che non devo fare la regista e accantonare tutto. Poi i traumi vanno anche cercati di aiutare. Quello che mi ha aiutato molto è stata la scrittura per cui ho buttato giù quel testo di fine film sull’incendio che viene recitato. Quel testo, dopo averlo fatto leggere al produttore, colpì subito e mi fu chiesto di dirigere il film e di presentarlo al ministero. Il motore principale, però, è stata la mostra di fine film, girata molto amatorialmente perché ancora non era preparata a girare il documentario ed ero andata come spettatrice per una mostra di mia zia e mi aveva colpito molto il lavoro fatto in un anno sul fuoco per elaborare il trauma.

Nel testo finale sull’incendio viene detto che “viene vista la casa bruciare senza poter fare nulla”, al quale segue lo schermo bianco, il silenzio e poi del fumo che porta via tutto. Si può leggere in chiave universale? Anche lo spettatore è inerme quando è davanti allo schermo perché può solo vedere il film senza intervenire, ma spesso lo spettatore, in quanto essere umano, si ritrova inerme anche di fronte alla vita e a determinate situazioni che questa gli pone di fronte.

Sicuramente si può leggere in questo modo perché per me fare cinema è qualcosa di universale e penso che anche da storie così personali si possa comunicare cose a livello universale a tutti. Quando giro qualcosa lo faccio perché non è autoreferenziale, ma perché penso che condividere una storia del genere faccia bene a tutti, facendoli ragionare. Però faccio il direttore della fotografia perché ho sempre pensato di avere una vita bella, allegra e semplice e, quindi, niente da raccontare finché non è successo qualcosa di più grande.

A tal proposito, secondo me, è evidente l’attenzione particolare alla fotografia e la mano di una persona che è stata ed è direttrice della fotografia. Come ha influito questo fattore nella regia e cosa ha significato doversi occupare di entrambi gli aspetti?

Ero molto preoccupata all’inizio ed ho chiesto anche ad un amico di aiutarmi, ma alla fine ho fatto tutto da sola perché per me è stato così naturale e avevo tutto nella testa ed è stato immediato come lavoro. Paradossalmente ci ho messo molto meno tempo rispetto a quando sono solo direttrice della fotografia perché in quel caso è il regista che spiega cosa fare, bisogna capirlo e farlo. Nel documentario talvolta è talmente immediato e devi cogliere attimi velocissimi e sapendo usare bene la macchina da presa per me è stato un dono necessario per fare quello che ho fatto. Il viaggio a nord, alla ricerca di determinati colori e forme, l’ho fatto, ad esempio, da sola senza guida e autista a cercare qualcosa che sapevo che avrei trovato lì. Avendo girato tanti documentari sono stufa di quelli girati male, dove i contenuti sono forti, ma le immagini tremende. Secondo me il linguaggio del documentario in questo momento è molto importante, a volte quasi più importante della finzione e penso che girarlo bene sia necessario.

Quindi, nell’ottica di girare il documentario in maniera nuova e diversa, e volendo cercare di guardare il bicchiere mezzo pieno, alla fine l’incendio che vi ha colpite, secondo te, ha fatto “crescere” il film? Sicuramente è stato dato un nuovo taglio, sfruttando la cosa e ponendola al centro, quasi come filo conduttore, al quale vengono fatti vari riferimenti nel corso del film e sicuramente si tratta di qualcosa di “inedito” da questo punto di vista. Ad esempio, ho apprezzato molto il tentativo di sfruttare ciò che era rimasto considerandolo in qualche modo materiale di repertorio mostrandolo in bianco e nero oppure attraverso uno schermo nello schermo.

Assolutamente sì. All’inizio era solo un dialogo tra due persone e il materiale che le accompagnava era la loro vita quotidiana. La tragedia mi ha permesso di spaziare in qualcos’altro ed è proprio un altro film. E l’idea di girarlo così è venuta piano piano perché mi sono seduta con la montatrice a raccogliere tutte le interviste che c’erano già. Siamo state più di un mese sedute davanti a uno schermo a sentire i contenuti e da lì mi sono venute le idee. E uno dei grandi litigi con la montatrice era che lei prendeva il contenuto e voleva appoggiare un’immagine per aiutare il contenuto mentre per me, in quanto direttrice della fotografia, l’immagine comanda sul contenuto.

Ad un certo punto c’è una frase che mi ha colpita molto, pronunciata da Carmengloria Morales che è “non so mai quando un quadro è finito”. E’ qualcosa che si può ricondurre, secondo te, al lavoro cinematografico in generale e, nello specifico, al tuo?

Io penso che sia un ragionamento che qualsiasi artista fa. Ho messo anche la battuta di Jorge che dice il contrario, però io, personalmente, se mi dovessi definire artista, non sono mai contenta. Lo faccio con tutto il cuore e con tutta l’anima un lavoro, ma alla fine c’è sempre qualcosa che vorresti cambiare fino all’ultimo. Anche quando metti la luce sul set finché l’aiuto regista non ti dice di girare vorresti cambiarla e pensi di non essere mai pronto. Penso sia nella natura dell’artista di migliorarsi continuamente e questo rifiuto è quindi un motore, anche per me. E’ stata una delle frasi fondamentali per partire con il documentario.

  • Durata: 63'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Maura Morales Bergmann