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Interviews

‘Wolves’: intervista a Jonas Ulrich

Il regista svizzero racconta il suo lungometraggio d’esordio, ambientato nella scena black metal

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In occasione della proiezione di Wolves al SEEYOUSOUND di Torino, abbiamo incontrato il regista Jonas Ulrich per parlare del suo lungometraggio d’esordio. Ambientato nella scena black metal europea, Wolves racconta la storia di Luana, una giovane donna che tenta di fuggire da una vita monotona per unirsi alla band del cugino e partire in tour. Durante il viaggio sviluppa un legame sempre più intenso con Wiktor, leader del gruppo e personaggio contraddittorio, di cui ben presto scoprirà i lati più oscuri. Esplorando il NSBM – black metal di ispirazione neonazista –, Wolves si rivela un duro film di formazione sulla ricerca di un senso di appartenenza e sull’emarginazione.

Wolves Genesi del film

Wolves è il tuo primo lungometraggio. Com’è stato per te realizzarlo e da dove è nata l’idea alla base del film?

Realizzare Wolves è stato molto stressante – probabilmente come accade per molti primi lungometraggi – ma nel nostro caso ancora di più, perché non ci siamo limitati a girare un film: abbiamo anche creato una band fittizia per le riprese. In pratica abbiamo attraversato tutto il processo di formazione di una band metal: abbiamo scritto un album, coinvolto musicisti che dovevano anche recitare nel film, costruito una sorta di spettacolo e organizzato veri concerti. Volevamo che le scene dal vivo fossero girate davanti a un pubblico reale, quindi abbiamo dovuto conciliare l’organizzazione dei concerti con la lavorazione del film. È stato decisamente impegnativo.

L’idea nasce dal fatto che ho sempre voluto fare un film ambientato nel mondo dell’underground metal. È un ambiente che conosco molto bene e che raramente vedo rappresentato al cinema, soprattutto per quanto riguarda la vita quotidiana di una piccola band in tour. Il contesto specifico del black metal, con tutte le sue contraddizioni e le sue zone problematiche, è emerso durante le ricerche e dalle storie di persone che ho conosciuto o di cui ho letto. Mi sembrava un terreno molto interessante per raccontare non solo un film per appassionati di metal, ma una storia che potesse avere anche una risonanza più ampia.

Il black metal e le sue contraddizioni

Come mai hai deciso di fare un film sulla scena black metal? Quali aspetti di questa sottocultura e di questo genere musicale ti hanno affascinato di più?

È un mondo affascinante proprio perché è estremamente contraddittorio: contiene elementi molto positivi ma anche aspetti problematici, e spesso è portato agli estremi. Quando ero più giovane ascoltavo diversi generi metal e il black metal mi intimidiva un po’. Con il tempo ho iniziato ad avvicinarmi sempre di più a questo universo, ma più lo esploravo, più mi rendevo conto delle sue ambiguità.

Naturalmente molti generi musicali presentano aspetti controversi o radicali, ma nel black metal questi elementi emergono in modo particolarmente evidente. È proprio questa tensione interna che ci è sembrata interessante da esplorare cinematograficamente.

Riprese documentaristiche

Come dicevi prima, hai filmato vere band in tour. Perché hai preso questa decisione?

È una scelta di cui forse ci siamo pentiti a riprese già iniziate – almeno in parte. All’inizio probabilmente non avevamo davvero idea di quanto sarebbe stato complicato.

Io non sono un musicista, ma in passato ho fatto fotografia di concerti e ho lavorato nel booking per alcune band. Per questo per me era fondamentale che le scene dei concerti risultassero il più autentiche possibile. Non c’è nulla che mi infastidisca più di una scena musicale palesemente finta o con un suono poco credibile.

Volevamo ottenere un’atmosfera quasi documentaristica, e per farlo era necessario filmare concerti reali. È stato un processo molto impegnativo, ma ha dato al film un livello di autenticità che per noi era fondamentale.

Le ispirazioni alla base di Wolves

Ci sono stati registi o film che ti hanno influenzato durante lo sviluppo e la regia di Wolves?

Non stavamo cercando di imitare qualcuno in particolare, ma sicuramente abbiamo guardato a film di Sean Baker e Andrea Arnold. Penso a The Florida Project o ad American Honey: film che combinano realismo sociale e grande vicinanza ai personaggi.

Ci interessava soprattutto quella dimensione intima e quasi documentaria. Anche noi abbiamo lavorato molto con attori non professionisti, mescolandoli con interpreti più esperti. Nel nostro caso, per esempio, Bartosz Bielenia – il protagonista maschile – è un attore polacco molto noto, mentre molte altre persone nel film non avevano mai recitato prima ed erano semplicemente musicisti. Questo incontro tra esperienza e spontaneità ha creato un’autenticità che mi piace molto.

La palette visiva del film è dominata da colori scuri e paesaggi cupi. Hai tratto ispirazione da dipinti o fotografie specifiche per dare forma al tuo film?

In parte sì. Abbiamo riflettuto molto sul contrasto visivo del film. Gran parte delle scene è girata molto vicino ai personaggi, quasi incollata ai loro volti, con uno stile vicino al documentario. Poi, improvvisamente, lo sguardo si apre su campi molto ampi e statici.

Quelle inquadrature sono state pensate quasi come copertine di album black metal. Molte copertine del genere utilizzano dipinti romantici del XIX secolo, come quelli di Caspar David Friedrich o di altri pittori tedeschi dell’epoca. C’è quindi una dimensione romantica in quei paesaggi. Ci piaceva molto l’idea di alternare uno stile molto intimo e documentaristico – camera a mano, primi piani – con questi momenti più contemplativi e distaccati.

Wolves

Il lavoro con gli attori

In che modo hai guidato gli attori principali nel far emergere la contraddizione interiore dei loro personaggi?

Questo era uno degli aspetti più importanti del film. Il personaggio di Luana, per esempio, parla molto poco: gran parte del suo percorso è interiore, nascosto dietro la facciata che costruisce. Per questo era fondamentale trovare qualcuno capace di trasmettere molto anche nei momenti di silenzio.

Selma Kopp, l’attrice che interpreta Luana, non aveva mai fatto cinema prima: aveva appena iniziato la scuola di recitazione quando abbiamo girato il film. Per lei è stata un’esperienza intensa e anche intimidatoria, perché le riprese erano lunghe e spesso molto complesse.

Una scelta che ci ha aiutato molto è stata girare il film quasi in ordine cronologico, cosa piuttosto rara nel cinema. Questo ha permesso a Selma di attraversare emotivamente lo stesso percorso del suo personaggio. All’inizio Luana è un’outsider che cerca il coraggio di avvicinarsi a questa band di metallari che la intimidiscono – e in un certo senso anche Selma si sentiva così sul set, perché non proveniva da quel mondo. Con il tempo si è sentita sempre più a suo agio, proprio come il personaggio nel film. Questo ha creato una sorta di crescendo emotivo che ha funzionato molto bene, soprattutto nelle scene più intense tra lei e Bartosz.

Alienazione e desiderio di appartenenza

A proposito di Luana, sembra che non sia tanto attratta dal death metal in sé ma, piuttosto, dall’idea di appartenere a una comunità. Sembra cercare un luogo in cui sentirsi accettata e amata, eppure spesso appare fuori posto, quasi estranea a quel mondo. Come hai esplorato questa tensione tra il desiderio di appartenenza e il senso di alienazione?

È una domanda molto interessante. Il desiderio di evasione e di appartenenza che hai citato è centrale nella cultura black metal. Luana è affascinata da questa musica e da ciò che rappresenta, ma allo stesso tempo rimane un’outsider all’interno di quel mondo, che è ancora in gran parte maschile.

Il tema del genere è quindi molto presente. Conosco molte donne nella scena metal e ho ascoltato le loro esperienze. Spesso sono accettate, ma in ruoli marginali: possono occuparsi del merchandising, della promozione, della fotografia o del management, ma raramente sono considerate membri a pieno titolo della band. Luana si trova proprio in questa posizione ambigua: è dentro quel mondo, ma allo stesso tempo ne rimane ai margini. Il film esplora proprio questa contraddizione.

La passione per il proprio lavoro

C’è qualcosa che la realizzazione di Wolves ti ha insegnato sul cinema che non avevi scoperto realizzando altre opere?

Direi praticamente tutto. Avevo realizzato diversi cortometraggi, ma un lungometraggio è un’esperienza completamente diversa, e non puoi davvero sapere cosa ti aspetta finché non lo affronti.

Ho imparato moltissimo sul piano pratico: lavorare con attori non professionisti, capire cosa funziona e cosa no, gestire un progetto così complesso. Ma credo che l’apprendimento nel cinema non finisca mai, anche dopo dieci o venti film.

Forse la lezione più importante è questa: devi essere davvero interessato al mondo e ai personaggi che racconti, perché passerai con loro un’enorme quantità di tempo. Anche se ormai non mi piace più rivedere il film – perché l’ho visto centinaia di volte – sono ancora affezionato ai personaggi, alla musica e all’universo che abbiamo creato. E penso che senza quella passione sarebbe impossibile portare a termine un film.